sabato 9 marzo 2013

LA VIA DEI BORGHI.10: La quinta fase dei borghi rurali siciliani. INTRODUZIONE



Qui, Lettore, siamo finalmente giunti al “nocciolo della questione”, al punto verso il quale tutto converge e dal quale tutto si diparte, al centro di aggregazione di tutti i concetti espressi finora. Alle realizzazioni che hanno rappresentato per alcuni l’evento iniziale della vera riforma agraria, per altri l’evento finale di una falsa propaganda. Che per alcuni hanno rappresentato lo sforzo supremo di una nazione in guerra di trovare valori ed azioni che dovevano trascendere la guerra stessa; mentre per altri sono stati il tentativo di mascherare il fatto che l’incremento della produzione agricola dovesse essere funzionale alla guerra stessa.

E quest’ultima contrapposizione può avere un esempio pratico nella concezione di Antonio Pennacchi da un lato:

“[…] mentre il nemico è alle porte, sta già sbarcando in Italia, la guerra è mondiale, su tutti i fronti, loro continuano a costruire, calce e mattoni. […] Chissà quante volte gli avranno detto: «Basta con ‘ste case coloniche, le facciamo dopo, adesso è più importante la guerra». Ma quello niente: «E’ questa la guerra che noi preferiamo » […] Quello tra la guerra vera – […] – e quella coi proprietari, con le terre la calce e il mattone ha preferito questa. […] conosceva i suoi polli: «Se mi fermo coi poderi, dopo non li facciamo più, mi rifregano un’altra volta». La guerra? Dio provvede. Tanto. persa per persa.”.

 di Liliane Dufour dall’altro, tanto per citare sempre i soliti:

Questa svolta nei riguardi dei latifondisti si spiega non tanto come il repentino segno politico di benevolenza verso il ceto bracciantile, ma piuttosto come una necessità scaturita dalla prospettiva di un’entrata in guerra; da questo punto di vista l’incremento della produzione agricola diventava di vitale importanza non solo per l’Italia ma anche per la Germania che importava prodotti alimentari provenienti dal Mezzogiorno. Per questo motivo [...] doveva per forza riprendere l’iniziativa e dirigere la trasformazione del territorio, con o senza il consenso dei proprietari.”

Ambedue posizioni poco realistiche, a mio modo di vedere. Eccessivamente idealista quella di Pennacchi, così come quella di tutti coloro che la pensano come lui; ho già espresso le mie idee a proposito della presunta “dittatura proletario contadina” impersonata dal fascismo. Ma decisamente fuori della realtà quella della Dufour. Mussolini era un dittatore, sarà stato anche un guerrafondaio, ma non era stupido; quindi, credeva in ciò che faceva. La guerra “persa per persa” di Pennacchi è una constatazione dell’ultima ora; non credo che all’inizio si sia imbarcato in quest’impresa pensando di perdere. Forse confidava meno di quanto non si creda nel potenziale delle forze armate nazionali; ma sicuramente avrà riposto una fiducia non indifferente nella poderosa macchina bellica nazista, la cui strategia si riassumeva nell’espressione “guerra lampo”. Nell’idea dei nazisti, e quindi anche in quella dei fascisti, la guerra avrebbe avuto una durata estremamente breve.

Mi raccontava mio padre che durante la guerra il grano veniva coltivato persino nelle aiuole dei giardini cittadini. Riesco a concepire una simile attività come la risposta ad una sollecitazione urgente e primaria; ma non riesco ad interpretare in modo analogo l’edificazione di borghi, che costituiscono una spesa e non producono nulla. Nella legge  del 9 gennaio 1940, con la quale viene costituito l’ECLS, all’art. 3 vengono fissati i nuovi limiti di spesa annua per la bonifica e la colonizzazione in Sicilia, preventivati  fino al 1949; e dieci anni sembrano tanti per una “guerra lampo”.

Tra la troppo poco realistica interpretazione della Dufour e la troppo idealistica interpretazione di Pennacchi preferisco sicuramente la seconda. E’ un altro l’aspetto dell’ECLS che trovo enigmatico, aspetto di cui parlerò più avanti; ma l’ECLS rappresenta, a mio modo di vedere, null’altro che l’evento iniziale della pianificazione di una vera riforma agraria, nonchè l’evento fondamentale che condizionerà comunque la riforma agraria del dopoguerra.

Ed in tale riforma, sempre nella legge del gennaio 1940, a firma Mussolini, Tassinari, Grandi e Di Revel, di borghi (“centri rurali”) si fa esplicita menzione solo all’art. 2., rimandando in altra sede le decisione riguardo alle caratteristiche di essi “Le caratteristiche dei diversi tipi di centro rurale, e cioè il numero e la destinazione degli edifici da costruire, nonché il limite massimo della spesa relativa, saranno determinate con decreti del Ministro per l'agricoltura e per le foreste,di concerto col Ministro per le Finanze.”

Ed a proposito di caratteristiche, i primi otto borghi costruiti dall’ECLS condividono una serie di tratti comuni, che tenderanno progressivamente a venire meno nelle fasi successive:

  1. sono considerati alla stregua di “opere d’arte”
  2. condividono una serie di elementi stilistici tipici dell’architettura del tempo
  3. sono dedicati alla memoria di un decorato con medaglia d’oro al valor militare o ad un “martire fascista”
  4. sono uniformemente distribuiti tra le Provincie
  5. sono ubicati in posizione elevata relativamente al terreno circostante
  6. sono dotati di impianti di approvvigionamento idrico che garantiscano una riserva d’acqua ed un’adeguata pressione di erogazione della stessa
  7. devono necessariamente comprendere, tra l’altro, una stazione dei Carabinieri ed una sede del PNF, ove sia presente un delegato podestarile
  8. non devono comprendere in alcun caso unità abitative per i contadini

 So di poter risultare noioso, Lettore, ma desidero comunque discutere brevemente ognuno di questi otto punti, prima di procedere. E la discussione non vuole essere tanto un’esposizione di idee personali sull’argomento, quanto un tentativo di spiegazione di ciò che ho veduto e documentato in questo anno, di un’informazione che, una volta ricevuta, cerco di trasmettere a Te sotto forma di immagine fotografica. E’ un tentativo di fornire un inquadramento razionale e non contraddittorio di tutte le osservazioni, continuando a ribadire che lo faccio nella piena consapevolezza di non possedere alcuna veste che mi consenta di esprimere pareri con un minimo di autorevolezza.

 Da qui in avanti, però, posso usufruire di un grande vantaggio: il lavoro del professor Vincenzo Sapienza, dell’Università di Catania. Ha scritto una monografia estremamente interessante, ed anche impegnativa, in quanto costituita in parte da approfondimenti tecnici; nondimeno, resta piacevole da leggere per la forma sia letteraria, sia grafica. Estrapolerò da essa i concetti più consoni alla mia esposizione, e Ti rimanderò direttamente ad essa, Lettore, per i ciò che riguarda la parte tecnica; non ho la possibilità di sostituirmi al prof. Sapienza. Così come non sono stato uno storico fin qui, non diverrò ingegnere o architetto da qui. Quindi, accetta le mie idee con la benevolenza con la quale si ascolta un’opinione qualunque.

1)  I borghi come opere d’arte

I progetti dei borghi vennero commissionati ad architetti o ingegneri siciliani che sarebbero stati scelti tra giovani professionisti, ma di indubbie capacità e competenza.
Essi, in quanto nativi del luogo, avrebbero dovuto “interpretare” l’ambiente nel quale doveva sorgere il borgo e progettare quest’ultimo in armonia con esso. Tale aspetto venne considerato molto seriamente, tanto che nell’ottobre del 1940 venne previsto che eventuali, successive, modifiche o ampliamenti, in assenza della possibilità di rivolgersi al progettista originale, fossero valutate da un’apposita commissione che ne verificasse l’aderenza all’interpretazione dell’autore.

E i primi otto borghi furono oggetto di una recensione su un numero della rivista “Architettura” (maggio 1941), in un articolo che recava la firma di Maria Accascina.
 E’ stato, e continua ad essere ritrovato un parallelismo tra almeno alcuni dei primi otto borghi ECLS e la pittura metafisica di Giorgio De Chirico, con particolare riferimento alla sua serie pittorica “Le Piazze d’Italia”.



In realtà, tale accostamento va ben oltre la semplice somiglianza, complice di ciò l’utilizzo di elementi stilistici costantemente presenti nella serie di opere di De Chirico; le modalità con le quali vennero eseguite diverse fotografie  dei borghi appena realizzati ha fatto il resto


2)  Gli elementi stilistici

Lo stile architettonico dell’epoca fascista appare duplice. Da un lato esso si estrinseca attraverso una forma di architettura razionalista; dall’altro si manifesta come neoclassicismo monumentale, con elementi e strutture stilistici peculiari tra i quali possono essere individuati l’arco ( la cui tipologia può variare dall'arco a tutto sesto alla piattabanda), la colonna e la torre. E’ considerato un esempio paradigmatico del primo tipo la casa del fascio di Como, mentre una manifestazione tipica del secondo è il Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR. Forse, Mussolini pensava più al secondo che al primo come migliore espressione  dell’architettura di regime; e sicuramente in tale forma si esprimeva uno degli architetti più attivi nell’ambito del ventennio fascista, Marcello Piacentini.

Le  realizzazioni in ambito ECLS sembrano rivolti maggiormente al secondo stile. E sebbene nulla di realmente “monumentale” fosse presente nei borghi rurali, i progetti che vennero scelti contenevano invariabilmente, alcuni più, altri meno, gli elementi sopra citati; quando tali elementi non sono rilevabili, ciò è frutto di modifiche successive.

Gli orientamenti nell’ambito dell’Istituto VEIII per la bonifica della Sicilia sembravano di tipo più razionalista




Ciò evidenzierebbe l’esistenza di due correnti stilistiche all’interno dell’ECLS; in questo senso può essere interpretata anche l’affermazione del prof. Sapienza: “Guido Mangano, più anziano ma dichiaratamente razionalista, e Nallo Mazzocchi Alemanni, più rivolto verso il tradizionale ed il vernacolare”.

La concezione di Mazzocchi Alemanni sembra aver prevalso in ambito ECLS. Ma occorre considerare che la dirigenza dell’Istituto VEIII non era costituita solo da Mangano; ed i diversi dirigenti, con le loro concezioni, transitarono all’ECLS prima ed all’ERAS poi. Quando Mazzocchi Alemanni lascerà la direzione dell’Ente, il razionalismo tornerà a comparire nei progetti; e questo è evidente confrontando il disegno mostrato precedentemente e relativo ad una sede del PNF, con questo progetto di municipio, a firma dell’ing. Abbadessa, e risalente al 1950:




praticamente identici, con l’unica differenza che consiste nell’assenza della scritta “PNF” e del fascio littorio. Qualche elemento stilistico tradizionalista sviluppato in periodo ECLS, soprattutto i porticati ad arco, sopravvivrà invece in realizzazioni di altri Enti, come si vedrà successivamente.

Gli elementi e le strutture presenti nei borghi ECLS sono analoghi a quelli che si riscontrano nelle “Piazze d’Italia” di De Chirico, e questo è fondamentale nel creare l’atmosfera metafisica che si nota nelle fotografie dei borghi; ma non è sufficiente. Non bastano quattro archi ed una colonna per rendere metafisica un’immagine.

Probabilmente, Lettore, uno studioso di Storia dell’Arte o un critico ti parlerebbe della presenza di più punti di fuga prospettici, dell’incoerenza delle ombre o dei colori; ma personalmente credo che il fascino della pittura metafisica stia in qualcos’altro, in qualcosa di molto più semplice. E’ quell’atmosfera irreale, quell’ambientazione onirica che la metafisica condivide con il surrealismo, e che per quest’ultimo è stato sintetizzato da Max Ernst servendosi di una frase di Isidore Du Casse (“bello come l’incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio”).

L’ambientazione onirica è generata dall’accostamento di oggetti o sfondi che insieme non si trovano nella realtà. Cercherò di rendere l'idea con un banale esempio.
Pensa, Lettore, ad una sfera cromata, con la superficie riflettente, a specchio, del diametro di una ventina di centimetri; potrebbe far parte di un elemento di arredamento, di un gioco, di un’apparecchiatura tecnologica… non vi è nulla di metafisico in un simile oggetto.
Così come non vi è nulla di metafisico nel deserto del Sahara.
Adesso, prova ad immaginare la stessa sfera cromata nel deserto del Sahara, isolata, brillante oggetto tecnologico immerso nel più selvaggio, sconfinato ed inospitale dei paesaggi, senza alcun motivo plausibile per il quale si trovi lì.

Ed è un concetto analogo che genera la particolare atmosfera nei dipinti della serie delle “Piazze d’Italia”: una piazza abbandonata con degli edifici in rovina ai margini non è metafisica; evoca semmai un’ipotetica “era post-atomica”. E di converso una piazza in perfette condizioni, con gli edifici che appaiono come appena costruiti, ma affollata e piena di arredi urbani, evoca una città nuova, futuristica forse, ma non metafisica. E’ invece la piazza enorme, pulita, circondata da edifici immacolati e decorata con sculture perfette, ma deserta e priva di ogni altra struttura, che sembra non avere senso. E questa insensatezza nel mondo reale la rende affascinante, parte del mondo metafisico. Né i due uomini che si stringono la mano, presenze ricorrenti nelle “Piazze d’Italia”, contribuiscono a dare un’atmosfera più reale ai dipinti; un’immagine analoga, con intenti, evidentemente, altrettanto analoghi, venne più recentemente proposta nella copertina di “Wish You Were Here” dei Pink Floyd.

Forse però un’immagine vale più di mille parole. Questa è una fotografia di Borgo Schirò appena costruito, deserto:



Questa fotografia è concettualmente molto diversa da quelle di Borgo Littorio o di Grotta Murata, nelle quali una nutrita presenza umana era parte integrante della propaganda. La piazza deserta del borgo con gli archi sullo sfondo evoca delle suggestioni molto vicine a quelle della pittura di De Chirico. Ma basta la presenza di un asino (sì, so bene, Lettore, che in realtà si tratta di un cavallo, ma con il cavallo la frase che ho intenzione di usre più avanti non avrebbe lo stesso effetto...) nella piazza per trasformare un’ambientazione metafisica in una, completamente diversa, da cinema neorealista



Ed è per questo, Lettore, che, anche se visiterai ognuno degli otto borghi, non avrai più alcuna possibilità di cogliere l’atmosfera alla quale i progetti originari si erano ispirati. Se è stato sufficiente un solo asino per annullare la magia della piazza, pensa all’effetto deleterio che possono avere sortito migliaia di asini che in una settantina d’anni si sono avvicendati nella gestione e nell’utilizzo pratico di questi luoghi, danneggiando gli edifici e riempiendo gli spazi di rifiuti, o anche soltanto omettendo di curarli. L’atmosfera è ormai decisamente da “era post-atomica”, cosicchè i borghi vengono frequentemente usati come scenario di guerra da coloro che si dedicano al soft air gun.


3) La scelta del nome

Come si è detto, inizialmente la scelta cadde su decorati con medaglia d’oro al valor militare, con due o tre “martiri fascisti” come eccezione. In ogni caso, gli individui alla cui memoria era intitolato il borgo erano scelti fra gli originari della zona. Ma nel corso del tempo questa norma tenderà a farsi meno rigida; compariranno altri nomi, e addirittura nomi di località; tuttavia, l’esistenza dell’ECLS come tale avrà temine prima che il processo di affrancamento da tale convenzione si completi.


4) La distribuzione tra le province

Che i primi otto borghi ECLS siano stati costruiti in otto province diverse, tralasciando la provincia di Ragusa è un dato di fatto innegabile, ed il fatto che i lavori siano stati fatti iniziare contemporaneamente è una inequivocabile espressione della propaganda di regime. Ma devo ammettere, in tutta sincerità, di aver inizialmente ritenuto che dietro questa distribuzione non vi fosse stato necessariamente un disegno propagandistico preciso.

E non era l’assenza di un borgo in provincia di Ragusa che mi conduceva a pensare che non vi fosse stata un’intenzione rigorosa nell’individuazione delle località. Ragusa ha rappresentato una provincia particolare per il Regime. Venne elevata al rango di capoluogo di provincia al posto di Caltagirone, in seguito all’opera di Filippo Pennavaria, che in un certo modo approfittò dell’esito negativo della visita del Duce del maggio 1924 nella città calatina, oltreché, naturalmente, della sua posizione all’interno del PNF.

Ed inoltre, il ceto contadino di Ragusa ha sempre presentato e continua a presentare delle particolarità rispetto al resto degli agricoltori isolani; nel territorio della provincia di Ragusa, come asserisce il prof. Sapienza, il latifondo era scarsamente rappresentato. Ancora oggi, nel ragusano vi è una quantità di coltivazioni in serra di gran lunga superiore a quelle in qualunque altro territorio della Sicilia; e queste vengono gestite dagli agricoltori con uno spirito imprenditoriale che non ha pari nelle altre province. Probabilmente vi erano dei motivi per i quali nella provincia di Ragusa non dovesse venire edificato un borgo ECLS, ed è possibile che per motivi simili (che sconosco totalmente – anche questa è un’illazione) nemmeno i borghi delle fasi successive, sebbene già progettati dall’ERAS, verranno realizzati.

Quindi, l'assenza di un borgo nella provincia di ragusa non era probante in alcun senso.

Ritenevo invece, semplicemente, che la ragione della relazione tra province e borghi potesse non essere stata deliberatamente pianificata, ma potesse essere una mera necessità. Se i primi borghi ECLS dovevano venire situati sul territorio in maniera più diffusa possibile, il fatto che fossero stati designati luoghi ricadenti in province diverse era comunque ciò che ci si aspettava, a meno di non voler realizzare una concentrazione maggiore di essi in certe zone dell’Isola a scapito di certe altre. Nella pianificazione delle costruzioni successive, infatti, questa uniformità di distribuzione per provincia sembrava venir meno; e questo non solo perchè alcuni borghi non vennero mai realizzati. Anche considerando quelli rimasti allo stato progettuale, o addirittura quelli per i quali solo il nome era stato stabilito, la distribuzione per provincia non sembrerà seguire un criterio tanto numerico, quanto piuttosto basato sulla vastità del territorio utilizzabile a fini agricoli.

D’altra parte, l’onere economico dei borghi ECLS era ripartito tra Stato, Ente e  privati (Consorzi di Bonifica o altre persone giuridiche). Era plausibile, pertanto, che il principio “un borgo per provincia” non fosse effettivamente stata casuale, ma avesse comunque seguito logiche legate anche ai finanziamenti disponibili oltre che alla propaganda.

Guardando però il riepilogo dei costi degli espropri, fui costretto a ricredermi.

I primi borghi per i quali furono eseguiti gli espropri sono elencati in questo foglio, con le relative spese.



Tra essi figurano Borgo Ummari, costruito successivamente e denominato Borgo Livio Bassi, e Borgo Borzellino, mai ultimato. Non è compreso invece Borgo Pietro Lupo, che sarà l’ultimo, tra i primi otto borghi, ad essere costruito. Quindi, era proprio la pianificazione degli espropri iniziali a non prevedere la corrispondenza di un borgo per provincia. Niente provincia di Ragusa, ma anche niente Catania. E due per la provincia di Palermo così come per quella di Trapani. Ma poi si cambiò idea, togliendo  la doppia realizzazione per Palermo e Trapani, ed aggiungendo Catania.

A questo punto, l’iniziativa dell’assegnazione di un borgo per provincia appare deliberata; e l’intento propagandistico evidente.


5) La posizione topografica

In linea strettamente teorica, la scelta dell’ubicazione di un borgo non avrebbe potuto essere arbitraria, ma in qualche modo consequenziale al piano di appoderamento; lo schema da seguire avrebbe ricalcato quello della “Città Rurale” di Edoardo Caracciolo, raffigurata come una rete nelle cui maglie vi erano i poderi, e con i borghi situati in corrispondenza dei nodi delle maglie. Di conseguenza, l’ubicazione dei borghi sarebbe stata subordinata alla distribuzione dei poderi e delle case coloniche sul territorio, ed alla rete stradale interpoderale. Ogni borgo infatti avrebbe avuto un “raggio d’influenza” che avrebbe compreso il territorio per il quale il borgo stesso avrebbe rappresentato il riferimento


Il raggio d’influenza sarebbe stato scelto in relazione alle possibilità di essere percorso senza l’ausilio di mezzi di trasporto; per cui, ogni podere si sarebbe trovato comunque a distanze minori di sei chilometri da un borgo di tipo “A”. Il raggio di influenza dei borghi di categoria inferiore sarebbe stato proporzionalmente inferiore (tipicamente, minore di due chilometri per un “sottoborgo”, divenuto poi borgo di tipo “C”).

  
 Il numero totale dei borghi necessari per l’appoderamento di 700 000 ettari di terre coltivabili sarebbe stato compreso intorno ai 60; gli otto borghi realizzati inizialmente sarebbero allora stati circa un settimo di quelli previsti, con una conseguente maggiore libertà nell’individuazione della posizione. Questa, ove possibile, sarebbe stata scelta in rapporto all’orografia locale, cosicchè il borgo potesse trovarsi  in posizione relativamente elevata rispetto ai terreni circostanti. Ciò ne avrebbe consentito la visione a distanza, al fine di costituire un rassicurante punto di riferimento per la popolazione rurale. La fondamentale presenza del campanile della chiesa, che si vedeva svettare oltre le cime degli eucalipti, avrebbe presentato un’immagine simile a quella fornita dalle classiche raffigurazioni del “paese di campagna”, così come può essere visto nei libri delle scuole elementari; altri borghi rurali in altre regioni d’Italia fornivano un immagine analoga. Tale rappresentazione è risultata particolarmente efficace per alcuni degli otto borghi (Schirò, Giuliano, Cascino)


un po’ meno per altri (Lupo), meno per altri ancora, la cui chiesa non presenta una tradizionale torre campanaria (Bonsignore, Rizza, Gattuso). Borgo Fazio, che oltre a mancare di una torre campanaria, non sorge in posizione particolarmente elevata,  non fornisce il medesimo impatto visivo degli altri.

D’altra parte è possibile che il privilegiare la posizione in base a motivazioni di tipo “coreografico” abbia fatto passare in secondo piano quelle funzionali, così come codificate. Una distanza inferiore ai dieci chilometri da un grosso centro abitato, infatti, ove sono presenti gli stessi servizi del borgo, avrebbe avuto come conseguenza una sovrapposizione di raggi di influenza, quello attribuito al borgo e quello connaturato al centro preesistente, riducendo l’utilità della presenza del borgo per le unità poderali lungo la direttrice tra borgo e centro abitato. Nel caso di Borgo Giuliano, la distanza, in linea d’aria, da Cesarò risulta inferiore ai 5 km, e Cesarò e San Teodoro sono compresi nel raggio di influenza


E’ ovvio che, per ogni caso specifico, la sfera di influenza avrebbe dovuto venire valutata relativamente al piano di appoderamento e non in assoluto


6) L’impianto idrico

In presenza, ad una distanza relativamente contenuta, di rilievi più elevati rispetto alla posizione del borgo, la piezometrica necessaria al funzionamento dell’impianto idrico veniva assicurata da un serbatoio posto ad una quota altimetrica maggiore.
Per i borghi che invece si trovavano in una posizione in assoluto più elevata, si faceva ricorso o a torri dell’acqua, o ad altre soluzioni. La torre dell’acqua poteva essere una soluzione soddisfacente anche dal punto di vista estetico, in quanto compresa tra gli elementi stilistici che caratterizzavano l’architettura del tempo.

In alcuni casi, però, i risultati pratici si rivelarono inferiori alle aspettative.


7) La postazione dei Carabinieri e la delegazione podestarile

E’ probabile che la scelta del sito ove edificare gli insediamenti di Bellolampo e di Portella della Paglia abbia tenuto in notevole considerazione l’ubicazione delle vicine caserme dei Carabinieri, allo scopo, come sostiene Pennacchi, di rimarcare, simbolicamente e praticamente, la presenza dello Stato, contrapposta a quella mafiosa; ma ho già espresso la mia idea, Lettore, riguardo alla funzione di tali presenze in un borgo rurale ECLS.

Mentre la presenza delle forze dell’ordine poteva svolgere una funzione nei borghi residenziali, il “servizio” offerto da essi nell’ambito di un assetto quale quello descritto non poteva essere rivolto agli agricoltori.
Pensa, Lettore, ad un contadino che vive isolato in un territorio semideserto, e che per richiedere l’intervento dei Carabinieri sia costretto a percorrere cinque chilometri a piedi; se è sottoposto a minacce, o altre pressioni mafiose, a cosa potrebbe mai servirgli vedere in lontananza un campanile tra gli alberi?
Di fatto, una struttura che prevede l’esistenza di case coloniche isolate, rende vana la presenza di due o quattro carabinieri in un borgo, almeno a fini protettivi nei confronti della popolazione dalla mafia rurale.

Ti invito invece, Lettore, a considerare la cosa da un altro punto di vista.

Il borgo sarebbe stato l’unico punto di aggregazione per i contadini, l’unico luogo in cui sarebbe stato usuale incontrarsi e confrontarsi. Ed in quel luogo sarebbe stato facile, ed opportuno, esercitare un controllo sul significato che l’incontro e l’aggregazione tra i contadini avrebbe potuto assumere.

E continuando ad avere ben presente questo punto di vista, Lettore, Ti invito a considerare l’ottavo ed ultimo punto che intendevo discutere brevemente prima di cominciare a descrivere i borghi della quinta fase


8)  L’assenza di unità abitative per i contadini

La prolissità del discorso che seguirà, Lettore,  è per cercare di giustificare l’affermazione di qualche post fa:   "l’intera struttura della società veniva convertita alla ruralità."

Ed anche per giustificare ciò che ho visto in questi mesi, principalmente lo spaventoso isolamento in cui sembrano sorgere diversi borghi. Mi riferisco in particolar modo ai borghi  Lupo, Rizza, Giuliano; ma anche agli altri borghi ECLS, con l’eccezione dei borghi Gattuso, Caracciolo e Bonsignore. E spesso un simile principio si applicherà anche ai borghi post-ECLS.

L’organizzazione della “conversione della società” in Sicilia segue da vicino quella teorizzata nella già menzionata “città rurale”  di Caracciolo. Questa può essere immaginata come un’esasperazione della “città giardino”. In una città tradizionale vi sono, lungo le strade principali, isolati divisi tra loro da traverse; le prime di solito sboccano in piazze, più o meno grandi, dove sono ubicate chiese, uffici e/o altri edifici pubblici. Nelle “città giardino”, al posto degli isolati vi sono case a villetta, con giardini. Nella “Città Rurale” al posto dei giardini vi sono i poderi; è come se ad ogni casa fosse annesso un giardino di dieci o venti ettari. Quelle che originariamente sono le traverse che separano gli isolati, qui sono strade interpoderali. Le strade principali sono le strade di bonifica, solitamente provinciali, che conducono all’equivalente delle piazze o degli slarghi, che qui sono i “borghi” o i “sottoborghi”.

E’ chiaro che con questo tipo di struttura, le distanze crescono a dismisura, e le abitazioni risultano disperse sul territorio, separate da diverse centinaia di metri le une dalle altre.

Il risultato sociale di una tale organizzazione è  quello di una riduzione dei contatti  tra contadini; una forma di segregazione, condizione che viene generalmente percepita come negativa, e non soltanto dai contadini stessi.

Il prof. Sapienza  definisce la città rurale il “non-luogo per eccellenza”. Joshua Samuels si spinge più avanti, scrivendo un intero lavoro che mette in relazione il concetto di  eterotopia, sviluppato da Michel Focault e contrapposto a quello di utopia, con l’organizzazione della città rurale. Dal punto di vista strettamente filosofico le due definizioni sarebbero opposte; per Focault il “non-luogo” è identificabile con l’utopia, mentre lo spazio eterotopico è quello fisicamente delimitato.
Ma qui, nella pratica, le due concezioni si uniscono, facendo riferimento alla stessa situazione: l’organizzazione fisica e sociale della città rurale si risolve nella segregazione del contadino.

L’effetto è in un certo modo analogo a quello di un carcere (che è uno degli spazi eterotopici per eccellenza secondo Focault) senza la necessità di palesi restrizioni fisiche (e questo lo rende diverso da uno spazio eterotopico secondo Focault, un “non-luogo” come dice Sapienza).

E’ questo il cambiamento della società di cui parlavo in qualche post precedente, che viene operato in questa fase. Il mezzo è la città rurale di Caracciolo, il fine quello di trasportare il contadini in un non-luogo segregante, di segregarli senza rinchiuderli. Ed è logico che una tale situazione sia obiettivamente percepita come una condizione negativa
Una simile organizzazione avrebbe avuto delle motivazioni esplicite, e delle motivazioni implicite.

Le motivazioni esplicite erano legate alla “produttività”: il contadino non avrebbe dovuto spostarsi ogni giorno da casa per andare sul luogo di lavoro, ed i componenti della famiglia avrebbero potuto lavorare direttamente con lui (sul podere) o per lui (nella fattoria) senza doversi spostare.

Le motivazioni implicite risiedevano nello sfollamento delle città, ma soprattutto nell’attaccamento della famiglia alla terra nel quale tale organizzazione sarebbe esitata. Le nuove abitudini di vita, alla lunga, avrebbero creato la basi per una concezione diversa del modus vivendi, diretto alla ruralità e non all’urbanizzazione.

Ma per questo vi sarebbe stato un prezzo da pagare;  per cui queste, più che come motivazioni, suonano come giustificazioni. Un tale tipo di organizzazione infatti riduce gli spostamenti per lavoro dell’agricoltore, ma moltiplica gli altri (ad esempio, quelli dei ragazzi che vanno a scuola, che ogni giorno devono spostarsi dal podere al borgo).
Ed inoltre, perchè mai avrebbe dovuto essere il contadino siciliano ad evitare di spostarsi, e non quello pugliese o laziale (o veneto, se è per questo, considerato che da lì provenivano diversi assegnatari di unità poderali nell’Agro Pontino)?




Sembra qui, invece, di vedere la precisa volontà di mantenere separati i contadini siciliani; questo è ciò che ho chiamato sopra“aspetto enigmatico dell’ECLS”


Ma da dove poteva provenire una simile volontà? Non certo dal Direttore Generale dell’ECLS.

Sebbene nel 1934 Mazzocchi Alemanni scrivesse che il villaggio rurale  “costituisce sempre il dannoso inizio del non mai abbastanza deprecato accentramento urbano di popolazione rurale.”, nei fatti le opere eseguite sotto la sua supervisione non applicavano il principio dell’isolamento dei contadini. Evitare la formazione di nuove realtà metropolitane, e vessare i contadini mantenendoli in uno stato di segregazione di fatto sono evidentemente due concetti diversi.

Sempre Mazzocchi Alemanni scriverà molto più tardi, in una diversa circostanza: [...] certo pressapochismo bonificatorio; che si prodiga giustamente in analisi pedologiche o, che so io, in determinazioni di parametri irrigui, o nel calcolo delle unità foraggere di un erbaio, ma ignora completamente, dimenticandolo nel modo più assoluto, l'uomo: a servizio del quale, tuttavia e solamente, quelle analisi e determinazioni attingono significato. Ora, l'uomo del mio mandato, era il contadino, il gabelloto, il proprietario, siciliani; e dunque la società rurale della Sicilia. [...]  Per chi si meravigli di questo accostamento tra le mie relazioni con il locale mondo contadino e quello della più autentica aristocrazia, si consideri che solamente, appunto, con i rari discendenti della più antica nobiltà, il contadino siciliano era legato dal rispetto più veracemente devoto e più coralmente affettuoso; sentimenti ben diversi dalla intima avversione che, pur nella succuba obbedienza, lo legava al gabelloto e ai di lui più o meno mafiosi rappresentanti. Differenza profondissima di rapporto psicologico che, ai fini del mio compito, sarebbe stato sciocco e colpevole ignorare.

Sicuramente, non un atteggiamento vessatorio nei confronti della classe contadina,anzi; un atteggiamento invece coerente con quanto espresso ne “La riforma agraria”, edito nel 1955, a guerra ed avventura ECLS concluse, dove sosterrà la validità del modello basato sul borgo residenziale.

Quale poteva il motivo che spinse l’organizzazione della riforma agraria fascista in Sicilia proprio in tale direzione? Il prof. Sapienza ne individua la causa principale nell’insufficiente finanziamento destinato all’operazione, che non avrebbe consentito di adottare soluzioni simili a quelle realizzate in altre parti d’Italia, ed anche nelle colonie d’oltremare:”  [...] un sistema basato sulla città agricola, come quello posto in essere nell’Agro Pontino [...], avrebbe richiesto la mobilitazione di risorse più ingenti”.

Il quadro sarebbe chiaro quindi: dal punto di vista teorico, il Direttore dell’Istituto VEIII per la bonifica della Sicilia, e cioè Guido Mangano, aderisce perfettamente alla concezione di Caracciolo della “Città Rurale”, e la trasmette direttamente all’ECLS che la metterà in pratica, posto che, economicamente, non si possa fare altro. E quindi le idee alla base della concezione dell’ECLS riguardo alla condizione abitativa dei contadini sono preesistenti all’ECLS stessa.

Ciò in cui trovo qualche difficoltà di comprensione è il timing, il sincronismo.

Perché, Lettore, in linea molto generale ed astratta, quando si vuole realizzare un piano di dimensioni ambiziose e di vasta portata, di solito si compiono diversi passi, in serie; e la logica sequenza di essi è sempre la medesima. Il primo passo si identifica con la pianificazione teorica della realizzazione, individuando nei particolari i singoli elementi che il piano dovrà comprendere. Terminata questa fase, il passo successivo consiste nella creazione della struttura organizzativa ed esecutiva che si occuperà della realizzazione pratica. Con il terzo passo si rende operativa tale struttura, creando l’organico ed affidando gli incarichi dirigenziali. Infine, prima del lavoro sul campo, la struttura organizzativa progetterà tutti quegli elementi che compongono il quadro teorico ideato all’inizio.

Nel caso concreto, mi sarei aspettato quindi inizialmente una formulazione teorica di come la colonizzazione si sarebbe dovuta realizzare. Poi la creazione della struttura che avrebbe dovuto realizzarla, e cioè la fondazione dell’ECLS. Una volta esistente l’ECLS, si sarebbero individuati dirigenti ed organico. Alla fine, dirigenti ed organico avrebbero guidato la progettazione dei singoli elementi previsti dalla teoria, stabilendo i criteri sui quali della progettazione si sarebbe basata; nel caso specifico, avrebbero stabilito i criteri sui quali si sarebbe basata la progettazione dei borghi.

Invece, la teorizzazione di Caracciolo prende corpo, sotto forma di pubblicazione, nel 1942, alla fine della catena di eventi, mentre  l’ECLS viene ufficialmente costituito nel 1940 (e ne sono determinati i finanziamenti). Ma Mazzocchi Alemanni riceve l’incarico di Direttore Generale già nell’agosto 1939, e cioè l'anno precedente; ed anche i progettisti dei primi otto borghi vengono incaricati nel 1939, e sempre nel ’39 iniziano i lavori, mentre l’Istituto Vittorio Emanuele III per la Bonifica della Sicilia esprimeva già simili concezioni addirittura nel 1937, con borghi privi di unità abitative:



La sequenza logica degli eventi appare cronologicamente invertita. Stando ai tempi con i quali si sono svolti i fatti, quindi, la determinazione nel disperdere la classe contadina in un “non-luogo per eccellenza”, nel trasformare l’utopia rurale fascista nell’eterotopia rurale siciliana deve avere un’altra origine, che precede di diversi anni l’istituzione dell’ECLS.
Evidentemente, i fatti di Bronte prima ed i FasciSiciliani poi dovevano avere lasciato il segno; ma è proprio qui che mi scontro con un’anomalia che non sono in grado di spiegare.
Se infatti le direttive che sarebbero state seguite nel mettere in pratica la colonizzazione del latifondo siciliano erano già state stabilite da anni, perché istituire un nuovo Ente? Ma soprattutto, perché incaricare un nuovo Direttore Generale, non siciliano?

L’Istituto, la cui dirigenza doveva essere composta fondamentalmente da siciliani, fu “assorbito” dall’ECLS con le modalità previste dall’art. 5 della legge con la quale l’ECLS venne istituito; gran parte del personale transitò, conformemente al disposto di cui alla lettera b) del predetto articolo, nel nuovo Ente. E con questa transitò evidentemente anche la concezione della necessità dell’isolamento dei contadini, concezione che restò alla base della pianificazione dell’ECLS, nonostante quelli che sembrano fossero gli orientamenti del Direttore Generale.

Ma poiché non sono uno storico, non sono un politologo e non ho avuto accesso alla documentazione non tecnica dell’ECLS o dell’Istituto VE III, le mie rimangono illazioni che lasciano il tempo che trovano; né saprei come poter individuare i possibili candidati a questo ruolo di “conduttore occulto”. Ma forse si può cominciare un discorso “dietrologico” già leggendo l’articolo 3 del Decreto con il quale viene costituito l’Istituto: Uno statuto, proposto dal Banco di Sicilia di concerto col Provveditorato alle opere pubbliche in Sicilia […], determinerà i fini concreti dell’attività dell’Ente e le relative sue facoltà […] Appare singolare che fosse un istituto di credito a dover proporre uno statuto che determini “i fini concreti dell’Ente”.

Quello che sembra potersi dedurre da tutto ciò, è comunque che fossero gli stessi siciliani  a voler segregare i loro conterranei, e non che le direttive provenissero dal governo centrale; era la classe dirigente siciliana a voler esercitare il controllo su quella contadina.
Però, perchè proprio i siciliani all’interno dell’ECLS avrebbero voluto isolare i contadini?

Qui, Lettore, non posso far altro che dare sfogo alle mie manie dietrologiche, e citare me stesso, richiamare ciò che ho scritto nel post “La Mafia, il latifondo e la questione meridionale”:  “L’associazione a delinquere  è solo il braccio armato della mafia. Quando durante il regime fascista il prefetto Mori fu inviato in Sicilia per combattere la mafia sembrò ottenere notevoli risultati, in quanto gli atti criminosi si ridussero; quando Mori giunse a quello che viene chiamato “secondo livello”, fu allontanato.” Il primo livello della mafia rurale fu sconfitto, ma il secondo livello trovò una maniera alternativa di esercitare il proprio controllo e le proprie pressioni sulla classe contadina, conservando l’impunità. Elevando la propria attività di controllo al rango di legge. Soggiogando non “nonostante la presenza dell’autorità precostituita”, ma “con l’aiuto dell’autorità precostituita”. Il controllo sui contadini non era esercitato dal Regime; era esercitato dalla classe dirigente locale, qualunque cosa tale espressione possa significare. Questo è un argomento sul quale torneremo parlando di quella che ho definito “fase parallela”.

Abbastanza curiosamente, nel già citato lavoro di Joshua Samuels, egli giunge a conclusioni simili, sebbene partendo da premesse diverse:

Power relations on the ground were far more entangled than a utopian analysis of Fascist planning allows. Even though the government claimed that the Mafia had been crushed by Mussolini’s ‘‘Iron Prefect,’’ Cesare Mori, in the late 1920s (Duggan 1989), it must have had some role in how the re-settlement programs were effected. Although the evidence is not readily accessible, a heterotopic perspective at least encourages us to seek out the marginal spaces, the gaps in the visible grid of power through which mafiosi may have exploited and exerted their influence.

Sebbene egli  non avanzi alcuna ipotesi riguardo a quelli che potrebbero essere “the gaps in the visible grid of power”, e non li identifichi con la presenza di “conduttori occulti” all’interno dell’ECLS, egli vede comunque la segregazione dei contadini come un’espressione della mafia rurale; la sua ipotesi resta sovrapponibile alla mia.

Spero caldamente, Lettore, che scuserai la mia dietrologia da strapazzo, e l’immodestia dell’auto-citazione:
Le conclusioni a cui sono giunto sono però estremamente negative. E’ mia opinione che questione meridionale e mafia rappresentano problemi irrisolvibili ed ineliminabili; ma mi riferisco esclusivamente alla Sicilia, non al resto del Meridione. [...] i meccanismi che stanno alla base delle questioni non cambiano, e non cambieranno mai.” E così, come vedremo più avanti,dopo decenni, in una progressione lenta ma inesorabile, il latifondo verrà ricostituito. Ancora una volta.


Le case coloniche

Sulla progettazione delle case coloniche, e sui principi su cui essa dovrebbe essere basata, vi sono diversi trattati, sulla validità dei quali, come sempre, non posso entrare nel merito. Dal punto di vista pratico, chi si è occupato di costruzioni rurali, ha sempre preso in considerazione anche questo aspetto.

Così, i principi sui quali dovrebbero basarsi progetti di case rurali vengono da Ortensi così come da Epifani, e case rurali vennero progettate da chiunque si occupasse di edilizia rurale a qualunque titolo, come fece l’architetto Fragalà per Mussolinia,  l’Istituto VEIII per la bonifica della Sicilia, o l’Opera Nazionale Combattenti. I progetti di Fragalà, così come quelli dell’Istituto,  prevedevano case coloniche a due piani; ed anche le case coloniche progettate dall’’Opera Nazionale Combattenti erano prevalentemente a due piani.

L’ECLS progettò invece case coloniche ad un piano, più economiche di quelle a due, ed in questo può senz’altro vedersi la manifestazione della carenza di risorse economiche menzionata dal prof. Sapienza. La larghezza era di circa otto metri, e la lunghezza era compresa tra i quindici ed i venti metri, per una superficie coperta dai 140 ai 210 mq.


 Tipo 1:



Tipo2



Tipo 3



Tipo4




 Tipo 5



Almeno cinque tipi erano proposti anche dalla Confederazione Fascista degli Agricoltori, questi a due piani. Le case realizzate dall’ECLS sarebbero state scelte tra i modelli progettati dall’Ente stesso, mentre ai proprietari o ai consorzi potevano venire proposti tutti i progetti citati sopra.

Ulteriori progetti potevano venire redatti ad hoc, come ad esempio quelli di alcune case di poderi sperimentali; ma spesso si ritrovano edifici basati su progetti che non rientrano tra quelli menzionati, edifici realizzati di solito da proprietari. Joshua Samuels ha voluto vedere in questo un’autonomia decisionale lasciata ai proprietari che avrebbe negato lo spirito della riforma. Anzi, avrebbe negato l’essenza stessa della riforma nel momento in cui rileva la presenza di un modello di casa colonica non compreso tra i progetti proposti in poderi distanti decine di chilometri e formalmente appartenenti a proprietari diversi. Ha interpretato ciò come la dimostrazione che in realtà i poderi appartenessero allo stesso proprietario e che il latifondo sia stato frazionato per impedirne l’espropriazione o la gestione diretta da parte dell’ECLS.

Ma anche alcune case ad un piano e sul cui prospetto è apposta la lapide dell’ECLS  non sembrano riconducibili ai progetti standard, e d’altra parte le costruzioni mostrate da Samuels, come tante altre visibili sul territorio, sono a due piani, e quindi di tipo meno economico di quelle proposte



E’ verosimile che, in generale, esistessero diversi altri progetti proposti ai proprietari sebbene non da essi commissionati; la loro adozione in zone relativamente distanti dell’Isola non significa necessariamente che il proprietario delle zone fosse il medesimo. E ciò risulterebbe coerente anche con quanto riporta la Dufour “Dal canto suo, la Confederazione Fascista degli Agricoltori ne proponeva cinque, senza escludere altri tipi purché rispettosi delle esigenze minime definite dal testo di legge emanato il 26 aprile 1940: ciascun podere deve essere fornito di adatto fabbricato colonico, comprendente come minimo tre stanze di abitazione, oltre la cucina, stalla, uno o due sili da foraggio, portico, concimaia, pollaio, ovile, porcile; deve inoltre essere approvvigionato di acqua potabile mediante captazione di acqua di sorgente, pozzo o cisterna. La casa colonica minima prevista per la Sicilia si componeva quindi di tre camere da letto, una per i genitori, una per i figli maschi ed una per le femmine, oltre alla stanza da pranzo, che funziona anche da cucina.”Un’impostazione abbastanza diversa, quindi, rispetto a quella che, come si vedrà, era stata adottata a Libertinia.

Ciò che sembra potersi dedurre è che i progetti che stettero alla base delle case effettivamente costruite, sia dall’ECLS, sia dai proprietari (singoli o consorziati) furono molti di più di quelli presentati nelle pubblicazioni ufficiali; e senza che ciò debba necessariamente assumere significati reconditi, quali quelli ipotizzati da Samuels. Il tipo di casa colonica cui fa riferimento Samuels



si ritrova in diverse zone del trapanese, anche distanti tra di loro; ve ne sono diverse tra Ummari e Fulgatore




una delle quali è stata adattata ad agriturismo




E’ probabile che esse si rifacciano semplicemente ad un progetto comune proposto dal Consorzio di Birgi, e che quindi il fenomeno sia solo la manifestazione di una certa elasticità nelle scelte.
L’ing. Morello dell’ESA vede in questa elasticità un intento di snellire le procedure, un modo per ottenere l’approvazione da parte degli Enti competenti in maniera più celere, facendo riferimento ad un progetto che gli Enti conoscono bene e che hanno già approvato in passato; questo avrebbe consentito di realizzare poi le costruzioni secondo uno schema che maggiormente si confà alla situazione contingente, eseguendo delle varianti di progetto in corso d’opera. Questa è sicuramente una possibilità, che è forse però ancora più probabile sia stata operante per le realizzazioni successive piuttosto che per quelle ECLS. Per quelle di allora, ritengo che la confusione derivante dalla neonata organizzazione di un Ente appena costituito e dalla condizione collegata agli eventi bellici possa anch’essa costituire una causa delle apparenti incongruenze che si osservano considerando le abitazioni assegnate ai contadini.



“LA VIA DEI BORGHI”

Ed i borghi di questa fase sono anche quelli che cominciano a comparire nel progetto E.S.A., oggetto della trasmissione televisiva del febbraio 2012, che menziono nella parte introduttiva, e che ha dato origine a questa serie di post.

Non esprimerò opinioni riguardo all’iniziativa; vorrei solo discutere brevemente sulle difficoltà che possono riscontrarsi nella pratica. La realizzazione del progetto deve necessariamente essere preceduta da due condizioni preliminari: la ristrutturazione degli edifici, e la possibilità legale del loro utilizzo.

Riguardo al raggiungimento della prima delle due condizioni, occorre precisare che vi è una notevole differenza nello stato degli edifici dei borghi occupati rispetto a quelli dei borghi abbandonati. E vi è una notevole differenza nello stato dei borghi della fase ECLS rispetto a quelli delle fasi successive; in linea di massima, lo stato dei primi è di gran lunga peggiore di quello dei secondi. Molti borghi sono stati oggetto di manutenzione; per i borghi della fase ECLS ciò è sicuramente avvenuto per riparare danni subiti durante il periodo bellico. Alcuni di essi sono stati oggetto anche di interventi successivi, volti a rimediare il degrado operato dal tempo

La struttura degli edifici dei borghi ECLS è in generale costituita da muratura portante in pietrame, sulla quale venivano installati solai in cemento armato e laterizi. Il pietrame utilizzato di solito era di origine locale, quindi la costituzione varia a seconda dei borghi, e così la tecnica costruttiva, diversa da borgo a borgo. In alcuni casi, parte della struttura della chiesa fu realizzata in cemento armato; ma in generale, per ciò che si tendeva ad evitare l’uso di questo per motivi economici all’inizio ed  anche per motivi bellici successivamente, in quanto le necessità connesse alla guerra erano in grado di assorbire completamente le risorse di ferro del paese. Sulla struttura dei corpi di fabbrica, Lettore, troverai un’approfondita e meticolosa disamina nella già citata pubblicazione del prof. Sapienza, dove l’argomento è trattato in dettaglio.

Non posseggo alcuna competenza per effettuare valutazioni tecniche, ma lo stato di molti edifici non appare recuperabile se non ricostruendoli. Credo che per molti di essi un restauro non sia possibile; e probabilmente, se non si pone urgente rimedio all’azione del tempo cronologico ed atmosferico, il recupero non sarà possibile per nessuno di essi. Il degrado infatti procede ad un ritmo chiaramente rilevabile con tempi dell’ordine delle settimane, e va progressivamente accelerando. I rilievi dell’ESA sono stati compiuti tra il 2009 ed il 2010, e attualmente la situazione è già molto diversa. Inoltre, non vi sono notizie di iniziative volte a tutelare i borghi non compresi nel progetto ESA che non siano semplici menzioni nell’ambito di piani regolatori o richieste di finanziamenti per progetti nebulosi, che non hanno un seguito.

Il futuro che pare intravedersi per questi luoghi è pertanto la progressiva distruzione, nell’indifferenza di un falso interessamento, o lo sconvolgimento estetico e storico derivante da radicali ristrutturazioni. E’ probabilmente ormai tardi per ipotizzare destini diversi.

Per quanto riguarda la seconda delle due condizioni, e cioè il diritto all’uso delle strutture, questa pone innanzitutto il problema della proprietà: di chi sono gli edifici dei borghi. L’E.S.A. ne reclama la proprietà, ereditata dall’ECLS e dall’ERAS, almeno per quelli per i quali non sia stata formalizzata la cessione ad altri Enti; ma credo che la questione non sia così semplice.

Gli enti ecclesiastici, in più di un caso, (come spesso avviene) pare si siano premurati di sollecitare tale formalizzazione, e dovrebbero avere acquisito la proprietà di alcune chiese (in alcuni casi – ma non in quello dei borghi ECLS – dell’intero sito)

“Gli edifici ed impianti destinati a servizi di competenza comunale” sarebbero dovuti divenire di proprietà comunale ex lege, in base all’articolo 1 della legge 8 giugno 1942-XX, n. 890.

Gli attuali occupanti degli edifici nei borghi abitati  potrebbero averne acquisito la proprietà per usucapione; pertanto, le affermazioni presenti nelle schede E.S.A sotto la voce “Assegnazione” (“Eventuali consegne […] effettuate negli anni passati, sono a titolo provvisorio e non vincolanti”) non avrebbero applicazione pratica.

Né il fatto di considerare i borghi come appartenenti al demanio regionale risolve il problema relativo all’usucapione. I borghi infatti furono costruiti su terreno espropriato, e quindi non su “demanio naturale”. La variazione di destinazione d’uso o la cessazione del loro utilizzo farebbero pertanto cadere i presupposti secondo i quali il terreno sul quale sorgono possa essere considerato demaniale (vedi a proposito qui quale sia stato l’esito di un contenzioso basato su principi analoghi e relativo alle pertinenze della ferrovia Palermo-Camporeale), e conseguentemente la non-usucapibilità degli edifici che vi risiedono.

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