sabato 8 febbraio 2014

LA VIA DEI BORGHI.34: La "fase parallela". LO "STRANO" CASO DI TUDIA


Nel 1959, Nicola Caracciolo e Manlio Del Bosco vennero inviati in Sicilia da Arrigo Benedetti, direttore de l’Espresso, nell’ambito di un’inchiesta che si sarebbe chiamata “l’Africa in casa”. L’inchiesta avrebbe dovuto in qualche modo ricalcare quella ben più nota di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, “la Sicilia nel 1876”. I due giornalisti documentarono la vita nel feudo di Tudia, e parlarono con la gente del luogo.
Erano trascorsi 86 anni dall’inchiesta di Franchetti e Sonnino, e dopo ulteriori 52 anni, altri giornalisti di “la Repubblica” pubblicarono “Ritorno a Tudia” per verificare cose fosse cambiato a distanza 52 anni, così come i loro predecessori avevano inteso verificare cosa fosse cambiato dopo 86 anni. La cosa strana è che nell’inchiesta di Franchetti e Sonnino il vocabolo “Tudia” non compare mai, nemmeno una volta. La località non viene mai specificamente menzionata. Perché Caracciolo e Del Bosco ritennero di dovere recarsi proprio a Tudia? Tudia senza dubbio ha rappresentato qualcosa di particolarmente emblematico nel latifondismo isolano; anzi, nel feudalesimo contemporaneo.  Il feudo di Tudia divenne proprietà dei marchesi Di Salvo nel 1920; l’ascesa al potere del fascismo si trova davanti quindi dei proprietari “freschi freschi”.


E’ certo che il regime abbia tentato di fare qualcosa a Tudia, negli anni Quaranta, e questo qualcosa si chiamava Borgo Ingrao; ma, come abbiamo visto prima, Borgo Ingrao non venne costruito mai. Abbiamo visto anche la fittizia motivazione ufficiale fornita nel 1953, e cioè i “noti eventi bellici”, ed accanto a questa quella reale. Innumerevoli ostacoli vennero infatti sollevati per evitare la realizzazione del borgo, e l’ostruzionismo di cui fu vittima questo progetto denota l’influenza locale che i proprietari dovevano avere, ed il controllo che erano in grado di esercitare a qualunque livello. Perché è chiaro che la mancata realizzazione di Borgo Ingrao rivela la presenza di rapporti con i più alti livelli della burocrazia e della politica locale, ma anche guardando ai livelli intermedi le cose non andavano certo diversamente.

Nel post su Ciolino cito ciò che è scritto nella recensione di Oliveri: “Danilo Dolci fece conoscere il borgo di pagliai di Tudia, Giorgio Valussi quelli in contrada Musoloco nella valle del Tumarrano […]” E proprio Danilo Dolci così descrive i pagghiari di Tudia nel contesto delle dichiarazioni rese alla commissione parlamentare antimafia nel 1963: “Vi erano delle persone che abitavano, anche d’inverno, in queste capanne di paglia, le quali hanno fondazioni di pietra e terriccio fino a un metro, mentre sopra sono proprio di paglia; vi erano dei bambini […] vi era, insomma, una civiltà malgrado la situazione. […] non sapevo, infatti, che in Europa esistessero dei villaggi fatti di paglia
E sempre nel corso della medesima audizione, Dolci riporta un episodio altamente significativo riguardo ai rapporti tra mafia ed autorità locali: “[…] ricevo una telefonata del nostro avvocato […] ed egli mi ha informato che era andato a trovarlo il mafioso del feudo di Tudia e gli aveva detto che era consigliabile che io non tornassi più sul luogo in questione. […] tornato con alcuni giornalisti e con alcuni fotografi, anche per avere dei testimoni, non ho visto il mafioso, ma i Carabinieri che, non solo ci hanno impedito di continuare il lavoro, ma hanno pure minacciato i giornalisti di togliere loro le macchine fotografiche tanto che, a un certo momento, siamo stati costretti a rinunciare […] non so se un appuntato o un brigadiere ci disse che si trattava di una zona di carattere militare e che, quindi, non vi si poteva mettere piede.

Nella narrazione di Danilo Dolci, il legame tra i carabinieri, e cioè i rappresentanti dello Stato, e coloro che di fatto detenevano lo scettro del potere è evidente. L’episodio risale al 1955, ma gli intrecci tra i rappresentanti locali del potere precostituito e quelli del potere di fatto erano sicuramente già stati resi noti.
Una questione relativa ai rapporti tra i Di Salvo ed i mezzadri era infatti già precedentemente giunta in Parlamento quattro anni prima. In data 20 novembre 1951 vi fu un’interpellanza al Ministro dell’Interno da parte dei deputati Di Mauro e La Marca, che volevano sapere se vi fosse l’intenzione di prendere provvedimenti riguardo al commissario di P.S. di Petralia, dott. Madia, che, il 13 luglio 1951, era intervenuto su richiesta dei Di Salvo per risolvere un contrasto tra gli stessi Di Salvo ed i mezzadri, i quali chiedevano che i prodotti venissero ripartiti secondo legge. La risoluzione della controversia fu attuata dal commissario arrestando sette persone (sei mezzadri ed il segretario della Confederterra), ed ordinando agli altri di trasportare il prodotto nei magazzini, dove i Di Salvo avrebbero ripartito secondo il loro criterio, e costringendoli poi ad iniziare la trebbiatura.

I due episodi riportati rendono con sufficiente chiarezza che tipo di rapporti potessero intercorrere tra chi possedeva la terra, chi di fatto la gestiva e chi avrebbe dovuto garantire il rispetto della legge. Così come la vicenda di Borgo Ingrao risulta illuminante riguardo alle ingerenze che i proprietari e/o i loro uomini “di fiducia” potessero avere nelle decisioni prese dai vertici della rappresentanza statale in Sicilia. Tuttavia, nonostante fosse abortito il progetto ECLS di Borgo Ingrao, l’ERAS progettò la realizzazione di un borgo di tipo B a Tudia

 

anche se non nel luogo dove sarebbe dovuto sorgere Borgo Ingrao, ma più a Nord a poco più di due chilometri di distanza, nei pressi della masseria


e lo progettò proprio nel 1955, l’anno al quale risalgono gli eventi narrati da Dolce. Il borgo avrebbe compreso scuola e caserma



e ufficio postale ed ambulatorio


la ristrutturazione (restauro ed ampliamento) della chiesa ivi esistente


nonché la presenza dell’apposita strada di accesso


In realtà anche se l’edificio che avrebbe ospitato scuola e caserma avrebbe avuto un aspetto diverso


si sarebbe dovuto utilizzare un edificio preesistente per la realizzazione, che è questo


Probabilmente si scartò l’idea di utilizzare le strutture disponibili a causa del pessimo stato in cui si trovavano


Sebbene esista il progetto, il borgo non era incluso nella pianificazione dei borghi aggiornata al 1 gennaio 1956


nessun borgo è previsto a Tudia

Come mai l’erede dell’ECLS, il quale aveva visto frustrati i propri progetti fino all’annullamento, intraprese una nuova, ulteriore iniziativa? La risposta alla domanda, per quanto davvero curiosa, è comunque estremamente semplice: pianificazione e progettazione del borgo non furono in realtà un’iniziativa dell’ERAS, ma dell’Assessorato Agricoltura e Foreste


L’assessorato esercitò pressioni indicibili per “convincere” l’ERAS alla redazione del nuovo progetto


Ad un certo punto si ventilò persino la possibilità di andare a rispolverare il progetto di Borgo Ingrao, richiedendo all’architetto Villa, a distanza di quindici anni, di fornirne la versione aggiornata


Alla fine, nel 1955 appunto, fu varato il progetto di Borgo Tudia e della strada di accesso


Evidentemente però la partita non si giocava solo sul fronte dell’assessorato. Tudia, ovviamente, non era zona di riforma agraria, quindi non vi sarebbe stata nemmeno la possibilità legale di ricorrere ai fondi pubblici per la costruzione del borgo


ma per cercare di aggirare l’ostacolo fu escogitata una brillante soluzione. Il comune di Castellana Sicula nella riunione del 20 agosto del 1957 eresse giuridicamente l’agglomerato di Tudia (cioè, la masseria ed i pagghiari intorno) a “borgo rurale”


dopo di che le pressioni ricominciarono.

Qui, Lettore, ci troviamo a quattro anni dall’inchiesta “l’Africa in casa”. Quando quattro anni dopo, gli inviati de l’Espresso arriveranno a Tudia non troveranno alcun “Borgo B”. Troveranno solo poveri contadini analfabeti, che non avevano idea di quale fosse la capitale d’Italia, che, già poverissimi, pagavano il pizzo ai campieri, alla chiesa, ai Di Salvo per la minima cosa, oltre la metà del raccolto che dovevano per contratto. Gente che, nella più completa indigenza, viveva in più di quaranta pagghiari da secoli, senza che il potere locale avesse mai manifestato la benché minima attenzione al fatto che i contadini fossero aggregati, o sparsi sul territorio, nei poderi. Perché erano comunque più che controllati; erano schiacciati


Per la gente di Tudia, il potere centrale non potè far nulla, e quello locale non volle far nulla; anzi, il potere locale sembrò adoperarsi per ostacolare quello centrale. Così era stato prima dell’avvento del regime, così fu durante il regime e così fu anche dopo.
Alla fine, comunque, qualcosa si fece a Tudia. Vennero costruiti sempre due edifici, ma non corrispondono né come planimetria né come ubicazione a quelli del progetto


E’ facile capire dove avrebbero dovuto trovarsi gli originali proprio perché la chiesa


ed il gigantesco abbeveratoio


erano già esistenti. In giallo sono marcate le strutture preesistenti, in verde la costruzione che sarebbe dovuta venire adattata, in rosso ciò che si sarebbe realizzato con il borgo “B”, ed in azzurro gli edifici che, alla fine, sono stati costruiti


Da come si sono svolti i fatti è chiaro che le costruzioni furono realizzate a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Le costruzioni sono sempre due oltre la chiesa


ma di poste ed ambulatorio non si parla più. Oltre all’edificio sede di scuola e caserma


un’altra costruzione ospitava rivendita di generi alimentari e di tabacchi


Questa, non prevista nel progetto, risulta ancora abitata, mentre l’edificio che avrebbe ospitato scuola e caserma è diroccato


così come la chiesa


Ma ciò che esiste a Tudia alla fine non venne costruito dall’ECLS e neanche dall’ERAS; venne costruito dai proprietari


E questo è l’aspetto più strano della storia: perché mai i proprietari che avevano avversato qualunque realizzazione potesse migliorare la vita dei contadini, avrebbero improvvisamente dovuto cominciare ad esercitare pressioni per la realizzazione di un borgo, costruendo alla fine, addirittura, a spese proprie?
La motivazione divenne palese nel 1960, quando venne redatto questo documento


E’ un esposto “dei contadini” di Tudia che chiedono la costruzione del borgo, ed il conseguente allacciamento elettrico. Il fatto che delle persone che non solo non sappiano né leggere né scrivere, ma addirittura non abbiano idea di quale sia la capitale d’Italia, cinque anni dopo siano in grado di (farsi) redigere un esposto in perfetto italiano sapendo esattamente a chi avrebbe dovuto essere presentato, e che vi appongano in calce le loro firme, chiare e leggibili, ha del miracoloso


Come mai i contadini di Tudia, che non erano mai riusciti ad delle condizioni di vita più umane e delle vere abitazioni, improvvisamente si battevano per la luce elettrica nei pagghiari? Quale straordinario evento ha potuto rendere così intraprendenti un gruppo di agricoltori altrimenti analfabeti, e tenuti in uno stato di semischiavitù? La risposta diviene evidente leggendo il documento: è la costruzione di Borgo Vicaretto ad operare il miracolo. Non la costruzione in sé, ma il fatto, consequenziale ed inevitabile, che alla costruzione del borgo, posto a soli 8 km di distanza, si sarebbe accompagnata la realizzazione dell’ allacciamento elettrico. Quale migliore occasione per fornire dei medesimi servizi anche la masseria, e a spese della Regione Sicilia?


Ovviamente le spese per la realizzazione e la manutenzione di un’impiantistica di tale portata, sessanta anni fa sarebbero state di gran lunga superiori a quelle necessarie per costruire due edifici. Così, anche se la realizzazione di Borgo Tudia non andò a buon fine, valeva comunque la pena di realizzare qualcosa anche da privati.

Non so quanto tempo le strutture abbiano funzionato; a partire dagli anni Sessanta l’emigrazione ha cominciato a spopolare il feudo, fin quando l’organizzazione è necessariamente dovuta variare. Rapporti con il potere o meno, l’assenza materiale dei contadini ha fatto ripartire il tempo, e Tudia è stato costretto ad uscire dal Medioevo, e ad allinearsi con il resto del mondo. Resta il fatto che la riforma agraria, di regime o repubblicana che fosse, nulla ha potuto contro lo strapotere locale; solo quando i contadini hanno abbandonato la terra, questo si è piegato sulle ginocchia.

Ma ciò è avvenuto recentissimamente.

La “fase parallela”, iniziata quasi un secolo fa, ci ha condotto attraverso gli anni dagli albori dell’ascesa fascista al radicamento della prima repubblica. Ed è solo con quest’ultimo che gli interessi e le ingerenze di alcuni hanno cominciato a guardare verso nuovi orizzonti. Per decenni, l’interesse preponderante nel mondo rurale è stato il controllo della classe contadina; il controllo statale, che per essere efficace disperdeva i contadini sul territorio, e quello latifondistico, che si serviva di miseria, fame e malattie per soggiogare gli agricoltori. Ma, abbastanza stranamente, il controllo statale è sembrato divenire importante nella seconda metà degli anni trenta, quando le leggi di politica agraria (bonifica prima ed assalto al latifondo poi) hanno condotto all’esistenza di due parti, in un certo modo contrapposte. Ciascuna delle due parti ha però ritenuto di non dover interferire con l’altra. Se interferenza c’è stata, si è concretizzata nella gestione delle proprietà, ma nei casi in cui i fondi sono rimasti ai proprietari originari, anche i metodi sono rimasti i medesimi. Forse lo Stato, ancora non dimentico dei Fasci Siciliani, non voleva trovarsi di fronte a situazioni troppo difficili da gestire in prima persona, ma chiudeva un occhio quando erano gli altri a farlo. Ma comunque, di chiunque la proprietà fosse, la necessità di avere un completo controllo della classe contadina è sempre stato elemento comune ed invariante; solo i metodi erano diversi. Tale necessità è venuta meno quando la popolazione rurale è diminuita, e nel contempo nuove possibilità si sono offerte. Solo questo ha fatto esaurire la “fase parallela”. Ma questa si è comunque tanto estesa attraverso i decenni da farci trovare avanti, troppo avanti nel tempo. Dobbiamo riprendere il cammino temporale da dove lo avevamo lasciato: dalla morte dell’ECLS.

venerdì 7 febbraio 2014

LA VIA DEI BORGHI.33: La "fase parallela". BORGO "CICLINO"


“Borgo Ciclino” si trova nel fantasioso (molto più fantasioso delle mie illazioni) elenco di Wikipedia; la sua realizzazione viene collocata temporalmente tra il 1941 ed il 1943, e spazialmente in provincia di Enna, come Borgo Ingrao. Ma non è chiaro da dove tragga quest’ultima informazione il mirabile redattore di Wikipedia. Infatti, il solo riferimento conosciuto ad un “Borgo Ciclino” si trova a pagina 362 del solito volume dell’inossidabile Dufour. E’ menzionato insieme a Borgo Burrainiti e Borgo Ingrao, che abbiamo già visto, e Borgo Manganaro e borgo Schisina, che vedremo più avanti. Tutti nomi più o meno noti, comunque riconducibili ad entità definite e localizzate; tranne “Borgo Ciclino”. La Dufour non menziona alcuna località per esso; pertanto la localizzazione in provincia di Enna è inventata di sana pianta dal redattore di Wikipedia.

Ho allora cercato di capire dove potesse trovarsi, o dove avrebbe dovuto trovarsi; il primo problema che mi sono posto fu: a cosa si riferisce esattamente la parola “Ciclino”? Chi o cosa indica?

La denominazione dei borghi ECLS si riferiva essenzialmente a due entità: o persone (medaglie d’oro al valor militare, “martiri fascisti”, altri militari non decorati), o località; per i centri rurali progettati dall’Istituto Vittorio Emanuele III per la bonifica della Sicilia venne invece indetto un concorso per individuare “nomi italianamente belli, preferibilmente monoverbi” che avrebbero dovuto “esprimere la volontà di rinnovamento del popolo italiano, o la fiducia nell’opera redentrice della bonifica integrale, o, appoggiandosi alla tradizione storica dell’Isola, ricongiungere idealmente questi nuovi importanti atti di vita dell’era fascista al non dimenticabile passato.

Come potrebbe inserirsi il vocabolo “Ciclino” in tali contesti?

Non esiste nessun “Ciclino” tra coloro cui è stata attribuita una medaglia al valore. E quasi certamente saprai, Lettore, che sul Web ci sono dei siti di ricerca dei cognomi, che forniscono anche la loro localizzazione in Italia; da nessuno di essi viene riportato alcun “Ciclino”, in alcuna provincia italiana. Si ha notizia di un certo Domenico Ciclino che riedificò un ospedale a Trieste nel XV secolo, ma “Ciclino” non pare rientrare nel novero dei cognomi italiani moderni.

Ho pensato quindi che potesse riferirsi al nome della contrada. Non esiste alcun “Ciclino” che indichi alcunché tra i toponimi IGM. Ho ipotizzato allora che potesse essere una denominazione, un vocabolo regionale, dialettale, una maniera locale di indicare un luogo; comunque, un nome “italianamente bello” che individuasse qualcosa. Potevo solo cercare “Ciclino” sul Web. Prova anche tu, Lettore; gli unici risultati che si ottengono si riferiscono o a un neologismo usato come attributo (“ciclino-simile” “ciclino-dipendente”, etc. per indicare una relazione con le cicline, che costituiscono una classe di proteine coinvolte nella riproduzione cellulare), o al nickname di qualche appassionato di sport ciclistici.

In italiano, il vocabolo “ciclino” non indica nulla. Non significa niente. Perchè mai qualcuno avrebbe dovuto voler chiamare un borgo con una parola priva di significato?

Poi ho pensato che praticamente tutti i documenti degli anni Quaranta sono scritti con macchine da scrivere, e che allora non esistevano le fotocopiatrici; per ottenere diverse copie dello stesso documento si usava la “carta carbone”. Quando si inserivano sul rullo della macchina diversi strati composti dall’alternanza carta bianca-carta carbone, la definizione delle lettere delle ultime copie lasciava molto a desiderare. Al posto di nitide e chiare lettere, si ottenevano macchie nere la cui forma ricordava quella dei simboli che avrebbero dovuto rappresentare, e la cui interpretazione poteva essere difficoltosa. Poteva divenire difficile distinguere una “s” da una “a”, ma sicuramente era ancora più difficile distinguere una “e” da una “c” o da una “o”. Ecco un esempio pratico: solo una delle due parole riportate qui è “Ciclino”: sei in grado di capire quale?


E’ quella di sinistra, ma ambedue sembrano “Ciolino”. E forse i fatti hanno invece seguito il verso opposto: chi ha ritenuto di leggere “Ciclino” stava leggendo proprio “Ciolino”, e non se ne rendeva conto. Perché “Ciolino” in Sicilia esiste eccome: può essere un cognome e pure una contrada. Ma anche un borgo; “Ciolino” è persino tra i toponimi IGM.




Ma non è un borgo rurale del ventesimo secolo.

Borgo Ciolino si trova a meno di dieci chilometri dallo svincolo autostradale di Resuttano. Il centro abitato sorse spontaneamente, verosimilmente nel XVIII secolo, anche se non presso una masseria o un baglio; pertanto avrebbe dovuto venire menzionato, semmai, nell’ambito della seconda fase.

Il nucleo iniziale era costituito da i soliti pagghiari, mentre le abitazioni vere furono edificate più tardi. Il fondo, di proprietà della Mensa Arcivescovile di Cefalù, fu confiscato subito dopo l’unità d’Italia, realizzandone 135 lotti. Il territorio, comprese le costruzioni ivi esistenti, fu acquisito da due famiglie (di cui una è la famiglia Pottino, menzionata a proposito della “prima fase”).

Più o meno a quell’epoca risalirebbe la chiesa dell’Immacolata Concezione la quale oggi, totalmente ristrutturata, non presenta esternamente più nulla che richiami una chiesetta ottocentesca; la ristrutturazione risale agli anni Ottanta del ventesimo secolo, ed ha praticamente sostituito la chiesa preesistente, ridotta ad un rudere come quella di Contrada Pasquale.



Attualmente, Ciolino appare svilupparsi su due nuclei separati distanti circa cinquecento metri




Il più antico, quello che contiene la chiesa




si trova più in basso, mentre più in alto vi è un insediamento più recente




Sebbene nella mappa dei borghi al 1 gennaio del 1956 le zone di riforma agraria risultino poche e di piccolissima estensione, nei dintorni di Ciolino vi sono diverse case coloniche




con la targa dell’ECLS




molte delle quali ora utilizzate come abitazioni civili




Sparse sul territorio secondo l’assunto della “Città rurale”




a quale borgo di servizio avrebbero potuto fare riferimento esse? Il più vicino risulta essere Gattuso/Petilia: poco meno di tre volte il raggio di influenza di un borgo di tipo”A”, una quindicina di chilometri in linea d’aria. Ma quindici chilometri di montagne, non di strada.
Borgo Gattuso/Petilia è disperatamente al di là di ogni possibilità di spostamento di un contadino di ottant’anni fa. Nessun altro borgo esiste nelle vicinanze, né risulta previsto nella pianificazione del 1956




Oltre le case coloniche, vi è una casa cantoniera del consorzio di bonifica




ed un edificio, nel nucleo più recente




che dovrebbe essere una scuola, costruita, dalle scarne informazioni raccolte in giro, “tra le due guerre”




A grandi linee, nascita ed evoluzione sembrano analoghe, almeno fino ad un certo punto, a quelle viste per il sito di contrada Pasquale, chiesa compresa. Il processo è solo iniziato in epoca precedente.
Ciò che mi viene in mente è che per Ciolino fosse nei piani dell’Istituto VEIII ciò che ho supposto per Contrada Pasquale: l’abolizione dell’insediamento, la dispersione dei contadini sul territorio e la sostituzione del vecchio nucleo urbano con un borgo rurale.

Ma vi sarebbe qualche altra evidenza di ciò, al di là della mia dietrologia? Sicuramente vi è. Vi è l’evidenza che l’Istituto aveva programmato la realizzazione di un centro rurale a Ciolino; ed esso era inserito tra le dieci località oggetto di un bando di concorso per la scelta dei nomi




Il borgo di cui al numero 8) è l’antesignano di Borgo Lupo.

Ma vi è di più: il progetto di un borgo Ciolino venne tramandato all'ECLS



il quale a sua volta lo tramando all'ERAS

Da notare la presenza in mappa, riportati come borghi in costruzione, di due "fantasmi" dell'ECLS, Borgo Ingrao e Borgo Burrainiti

Vale la pena sottolineare qui come il toponomo originale fosse "Ciaolino", almeno secondo l'IGM



ma questo è solo un particolare curioso; "Ciclino" non è stata l'unica storpiatura del toponimo.

Sebbene nessuno dei progetti dell’Istituto VE III venne completamente realizzato come tale, essi comunque in alcuni casi furono iniziati (centro rurale del Consorzio Delia-Nivolelli) o ebbero un seguito nella fase successiva, come ad esempio Borgo Callea o, appunto, Borgo Lupo.

Anche se poi le realizzazioni non rispecchiarono il progetto iniziale, l’idea originaria di realizzare qualcosa in determinate zone si è comunque evoluta, con un esito reale. Inizialmente, poiché ancora non esisteva l’ECLS, il riferimento poteva chiaramente essere costituito solo dai consorzi; lo scopo istituzionale dell’Istituto VEIII era infatti quello di assistere i proprietari. Unica eccezione, l’azienda Sparacia gestita direttamente dall’Istituto VEII; negli anni Trenta l’Azienda Sparacia si trovava nelle medesime condizioni in cui si sarebbero trovate le aziende gestite dall’ECLS all’inizio degli anni Quaranta. La differenza tra le due gestioni ha probabilmente determinato il destino differente dei due insediamenti.

Quello che qui mi preme sottolineare è soprattutto il fatto che l’evoluzione dei progetti dell’Istituto, sebbene facesse riferimento ai consorzi, ha avuto un seguito solo nei casi in cui il proprietario, consorziato o meno, sia stato espropriato. Così non è stato per Ciolino; per fornire un minimo di servizi agli agricoltori che avrebbero abitato le case coloniche ECLS, si costruì la scuola che di fatto, con la chiesa esistente, avrebbe configurato un borgo di tipo “C”, anche se non sono certo che l’edificio risalga al periodo “tra le due guerre”.

Il Consorzio Cuti-Ciolino-Monaco-San Nicola era stato specificamente incluso nel piano generale decennale redatto conseguentemente all’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno (legge 646 del 10 agosto 1950); è possibile, anche se non vi è alcuna iscrizione, che la scuola sia stata costruita con i fondi della Cassa per il Mezzogiorno.

Qualunque sia stato il periodo di costruzione, la scuola è l’unico edificio di servizio visibile; il progetto che faceva capo all’Istituto VEIII non andò mai oltre la semplice pianificazione, ed anche quella venne successivamente annullata. E’ verosimile che anche a Ciolino l’ostacolo alla realizzazione del progetto sia consistito proprio nel fatto che i proprietari non vennero espropriati. Da un lato essi avrebbero eseguito qualche opera di bonifica nel’ambito del Consorzio. Dall’altro qualunque iniziativa statale sarà stata bloccata, con l’esclusione della realizzazione della scuola, e delle case coloniche.

Ma agli assegnatari di queste ultime era consentito di aggregarsi agli altri agricoltori, nel misero centro abitato di Ciolino, in gran parte costituito ancora da pagghiari. Analogamente a quanto accadeva in altre zone, che rimanevano sotto lo strettissimo controllo dei proprietari, non c’era una reale necessità di sparpagliare i contadini sul territorio. Non vi era bisogno di consentire soltanto aggregazioni temporanee in condizioni controllate, quali quelle rappresentate dalla piazza del borgo; anche se le case coloniche dell’ECLS vennero comunque realizzate applicando i principi della “Città Rurale”.

E’ reperibile sul web una recensione di una pubblicazione su Ciolino di Filippo Oliveri; in essa si legge, a proposito dei pagghiari: “Danilo Dolci fece conoscere il borgo di pagliai di Tudia, Giorgio Valussi quelli in contrada Musoloco nella valle del Tumarrano […]” Ed infatti l’esistenza di un centro abitato fatto di pagghiari e di una scuola costruita per i suoi abitanti, lasciati comunque sotto il totale dominio del padrone, mi ricorda, molto da vicino, Tudia.

domenica 2 febbraio 2014

LA VIA DEI BORGHI.32: La "fase parallela". POGGIO BENITO



Torniamo un momento all’articolo di Vincenzo Ullo con il quale è stato introdotto l’argomento di questa fase, articolo che, come detto prima, permise a Pennacchi di scrivere il suo libro, ma gli diede anche due grattacapi. Uno il già citato borgo Littorio; riguardo al quale abbiamo visto dove stessero (o dove potessero stare) gli errori.

L’altro è Poggio Benito.

In “Fascio e martello - Viaggio per le città del Duce, Laterza" del 2008, Pennacchi afferma come Ullo nell’articolo sostenga che Poggio Benito sia esistente, già stato costruito (“[…] non ne abbiamo trovate due che sulla carta risultavano belle che fatte”) nella Valle del Tumarrano, anche se non riferisce chi sarebbe stato a realizzarlo (Stato, Ente pubblico, Consorzio, privato). Come già specificato, l’articolo di Ullo è propagandistico, non informativo; pertanto l’assenza di una tale informazione non stupisce.

Antonio Pennacchi dice di aver girato e rigirato per la valle del Tumarrano e di aver trovato altri borghi che non stavano scritti sulle Vie d’Italia. Per forza; tranne Borgo Recalmigi, gli altri borghi presenti nella valle e trovati da Pennacchi sono stati tutti costruiti dopo il 1939. Come avrebbe potuto Vincenzo Ullo, che neppure era in grado di elencare correttamente quanto già esisteva,  prevedere ciò che sarebbe accaduto dopo?

Invero, però, Ullo non asserisce mai che Poggio Benito fosse “bello che fatto”. Vincenzo Ullo mostra una planimetria e scrive semplicemente, nella relativa didascalia: “Centro Rurale ‘Poggio Benito’ nel comprensorio di bonifica della valle del Tumarrano”. E basta. Né nel testo dell’articolo vi fa alcun riferimento. Parla di “un altro che potenzialmente arricchisce una vasta zona tra Valledolmo e Vallelunga”, ma si riferisce probabilmente a Borgo Recalmigi, del quale mostra di non conoscere né la precisa ubicazione e neanche il nome; d’altra parte, considerato il rigore che sembra contraddistinguere il suo scritto, il fatto che si mantenga sul vago è anche meglio. Ma anche se l’oggetto del riferimento non fosse Borgo Recalmigi, la zona individuata da Ullo si troverebbe una decina di chilometri abbondanti a NordEst della valle del Tumarrano. In effetti tra Vallelunga e Valledolmo vi è una masseria, indicata dalla freccia azzurra, che sorge su un piazzale la cui forma può richiamare quello di Poggio Benito


Ma le analogie si fermano qui. Esclusa la forma, dimensioni, ubicazione etc. sono diversissimi da quelli di Poggio Benito.

A cosa si riferiva esattamente Vincenzo Ullo?

Perché, Lettore, è certo che non esiste nella valle del Tumarrano un borgo con quella pianta. Io lo so, e non perché abbia girato e rigirato; per verificarlo, è sufficiente una scansione con GoogleEarth. Ma, da un certo punto di vista non sarebbe necessaria nemmeno quella. La scansione con GoogleEarth è indispensabile, invece, per portare avanti un ragionamento “dietrologico”.

La valle del Tumarrano è la sede dell’Azienda Agricola Sparacia, l’azienda sperimentale dell’Istituto VEIII. Come abbiamo visto quando è stato brevemente trattato Borgo Callea, nel 1937, due anni prima della stesura dell’articolo di Ullo, l’Istituto VEIII pubblicava, a firma di Guido Mangano, il volume “Centri rurali”, più volte citato, nel quale si trovavano le direttive per la realizzazione di quelli che sarebbero poi evoluti in borghi ECLS. All’interno del volume erano riportati anche una serie di disegni (planimetrie, assonometrie, prospetti, etc.) esplicativi, tra i quali si trovano quelli utilizzati per redigere il progetto di borgo Africa.

Ed il progetto di centro rurale di “tipo grande” visto a proposito di Borgo Lupo, si trova proprio in quella pubblicazione.

Il volume, oltre a fornire direttive precise circa la realizzazione di tre tipi diversi di borghi rurali (“grande”, “medio” e “minimo” o “piccolo”, gli antesignani dei tipi “A”, “B” e “C”), e progetti e dimensioni dei singoli edifici che li avrebbero costituiti, presenta alla fine una serie di applicazioni pratiche (sarà una di quelle ad evolvere in ciò che alla fine diverrà Borgo Lupo) dei progetti mostrati come esempio. Le applicazioni pratiche consistono nell’adattamento dei progetti generici a singole, specifiche, realtà. Tali applicazioni pratiche sarebbero state affidate ai Consorzi, anche se non si capisce da chi sia partita l’iniziativa per tale progetto; ciò che sembra potersi arguire è che l’Istituto abbia esercitato qualche pressione sui Consorzi affinchè questi portassero a termine le realizzazioni.

Probabilmente, le maggiori pressioni vennero esercitate sul Consorzio di Bonifica Valle del Tumarrano, proprio per la presenza dell’Istituto nel comprensorio, nel quale la  realizzazione delle applicazioni sarebbe stata dettata dalla “…necessità di spezzare le zone di campagna che per la distanza dai paesi son prive di servizi civili. […]”




Continua Mangano:

Tra i tanti esempi […] il territorio compreso dalla poligonale avente per vertici i paesi di Cammarata, Acquaviva, Mussomeli, Villalba, Vallelunga, Valledolmo, Alia, Lercara, Castronovo con un’estensione di circa Kmq. 345. […] In tutta questa zona mancano infatti chiese, scuole e qualunque altra manifestazione di vita civile , e la popolazione stabilmente fissata in campagna non supera i tre-quattro individui per chilometro quadrato.

E’ evidente che bisognerà spezzare questa estensione con almeno cinque centri dei tipi da me suggeriti […]”.

Le applicazioni consistevano allora in cinque centri rurali, uno di tipo grande, uno di tipo medio e tre di tipo minimo,  di cui quattro ubicati ai margini della valle, nelle posizioni indicate nello schema




Da notare che, nonostante Mangano affermi che “proprio in questo territorio, a Regalmici, venne alcuni anni or sono costruito uno di quegli infelicissimi «villaggi tipo Ministero LL. PP.»  mai utilizzato in modo qualsiasi, nè come villaggio operaio durante i lavori stradali in occasione dei quali fu ideato, nè tanto meno più tardi come gruppo di abitazioni coloniche.”, Borgo Recalmigi è incluso nella pianificazione, ma marcato come “Centro rurale di tipo grande”; pertanto, vi è da supporre che l’Istituto VEIII avesse pianificato anche l’eliminazione del villaggio operaio, e la sua sostituzione con un borgo di servizio.

Il centro rurale di tipo medio sarebbe stato Poggio Benito, che sembra rappresentasse il fiore all’occhiello della produzione progettuale dell’Istituto, e lo stesso Mangano dichiarava che “in questo territorio, e a servizio del comprensorio di bonifica della Valle del Tumarrano, mi lusingo di veder sorgere presto, sopra una collinetta che abbiamo battezzato «Poggio Benito», il primo «centro rurale» della Sicilia “ (per inciso, il nome "Poggio Benito" venne suggerito dall'avvocato Francesco Borsellino di Agrigento).

Vincenzo Ullo, che, ribadisco ancora una volta, scriveva per motivi propagandistici, avrà assunto che se nel 1934 Mangano si augurava di vedere presto la realizzazione di Poggio Benito, cinque anni dopo, all’epoca della realizzazione del suo articolo, il borgo avrebbe dovuto già essere visibile da tutti, già stato realizzato. Chiaramente, si guardò bene dal verificare; ma, forse nell’ipotesi che la realizzazione potesse non essere stata portata a compimento, utilizzò una forma verbale volutamente ambigua, che potesse lasciare intendere che il borgo esisteva, ma senza dichiararlo esplicitamente. Dopo tutto, il suo era un articolo propagandistico, non turistico. Avrà pensato che le possibilità che qualcuno nel 1939 salisse in auto e cercasse Borgo Littorio o Poggio Benito dovevano essere quasi nulle; figuriamoci se poteva immaginare che qualcuno l’avrebbe fatto più di sessant’anni dopo, e partendo da Latina!

Ma dove avrebbe dovuto trovarsi, precisamente, Poggio Benito? La mappa che riporta la distribuzione dei borghi che l’Istituto avrebbe realizzato nella Valle del Tumarrano ha una grafica  approssimativa ed una   bassa risoluzione, per cui sarebbe difficile una  precisa individuazione del luogo. Riporta però le principali strade di bonifica esistenti allora, e che continuano ad esistere ancora oggi; sarebbe possibile quindi una localizzazione grossolana di posizione.

Nel progetto sono presenti due planimetrie, di cui una  riporta le curve di livello




l’altra orientamento e dimensioni


le carte topografiche IGM consentono così di rintracciare nella zona un rilievo di altezza e orientamento paragonabili




Ciò collocherebbe Poggio Benito esattamente sulla collinetta sulla quale verrà realizzato, una ventina d’anni più tardi, il serbatoio di Borgo Callea




Sulla sommità della collinetta, attualmente, non esiste alcuna altra struttura oltre il serbatoio




La vicenda, come dice Pennacchi, potrebbe davvero essere analoga a quella di Mussolinia.

Il problema sarebbe così risolto; permane, tuttavia, qualche incongruenza, in un certo modo analoga a quella rilevata per Borgo Ferrara.

Nella descrizione del progetto, particolare enfasi viene posta sull’individuazione dell’altura e sulla scelta del nome; al riguardo, Mangano così descrive il luogo dove il borgo dovrebbe sorgere:  

… le caratteristiche plano-altimetriche dei terreni prossimi alla zona scelta per la creazione del centro sono risultate tutt’altro che favorevoli.
Malgrado lo sbancamento previsto per ricavare un’area di sufficienti dimensioni adatta per la creazione del centro, la necessità di ridurre al minimo la spesa per tale sbancamento ha imposto di limitare la superficie di detta area.

[…]
L’accesso al centro è stato assicurato staccando dalla strada principale di bonifica una diramazione di breve lunghezza, ma di difficile tracciato, che non ha altro scopo che quello di mettere il centro in comunicazione con detta arteria di traffico.

La breve rampa menzionata nel testo ed il troncone di strada dalla quale si sarebbe distaccata sono chiaramente mostrate in planimetria; ma morfologia della curva e distanza dalla sommità dell’altura non sembrano compatibili con la strada di bonifica segnata sulla mappa, che si trova a Sud del borgo, e non a Nord come nel disegno


Se “Poggio Benito”’ fosse la collinetta del serbatoio di Borgo Callea, l“arteria di traffico” cui si riferisce Mangano, visti orientamento e posizione riportati nel disegno, potrebbe identificarsi solo con la strada che attualmente mette in comunicazione la SP 26 (quella lungo la quale si trova Borgo Callea) con la SP 53, che dalla SP 26 conduce alle vecchie costruzioni parte dell’Azienda Sparacia. Ma detta strada non risulta riportata sulla mappa, e probabilmente allora non era nemmeno esistente;  nelle carte IGM attuali è ancora segnata come strada sterrata, e non certo come “un’arteria”




Inoltre, la distanza tra la sommità della collinetta, che coinciderebbe con chiesa e canonica di Poggio Benito, e la strada risulta circa doppia da quanto rilevabile dalla planimetria




Ma tutto questo potrebbe essere solo un’imprecisione nella rappresentazione, un’eccessiva approssimazione del disegno. 
Potrebbe. 
Se non si verificasse una strana coincidenza.

Circa 2500 metri più ad Est, lungo la medesima strada, è presente un altro poggio, di altezza comparabile, ad una certa distanza dalla strada ex consortile Borgo Pasquale-Vallelunga  che si dirama dalla SP 26




 E’ una collinetta




 un rialzo del terreno posto nella zona che i toponimi IGM indicano come “Contrada Pasquale”




 Sulla sommità della collinetta vi è un gruppo di costruzioni




 di cui la maggior parte, in un certo senso, ristrutturate, ma alcune ancora fatiscenti, ed i ruderi di una chiesa




 Gli abitanti di questo minuscolo agglomerato hanno una particolare venerazione per San Pasquale Baylon (da cui, probabilmente, il nome della contrada). Da testimonianza raccolte in loco (e tramandate verbalmente) pare che l’edificazione della chiesa sia avvenuta proprio per esplicito interessamento degli abitanti della collinetta.

La data di costruzione della chiesa è perfettamente leggibile, incisa sull’architrave che sovrasta l’ingresso:




Quindi, la chiesa era già esistente quando Mangano  descriveva la Valle del Tumarrano come mancante di “chiese, scuole e qualunque altra manifestazione di vita civile” . E poiché la costruzione risale al 1931, l’abitato deve essere ancora precedente.

Da notare che sulla mappa pubblicata dall’Istituto VE III, l’arteria cui fa riferimento Mangano avrebbe messo in diretta comunicazione la SS189 con Vallelunga. In pratica, nei piani originari l’arteria sarebbe stata costituita dalle attuali SP26 ed ex consortile Borgo Pasquale-Vallelunga




Apparentemente, il fatto di trovarsi lungo questa via di comunicazione sarebbe l’unica relazione tra questo luogo e “Poggio Benito”. Se però si considera una foto satellitare



 si ruota la foto in accordo all’orientamento segnato sulla planimetria di Poggio Benito (Nord a destra)



e se ne incrementa il contrasto



emerge un fatto interessante.

L’abitato sorge su un’area la cui forma è naturalmente simile a quella del piazzale di Poggio Benito. A Nord della collinetta vi è una striscia di terreno



che, sempre naturalmente, si presterebbe alla realizzazione della “diramazione di breve lunghezza, ma di difficile tracciato,”  descritta da Mangano, e che si dipartirebbe dalla strada ex-consortile



Quest’ultima ha lo stesso andamento della strada visibile sulla planimetria di Poggio Benito; ma una coincidenza ancora più strana è data dalle misure



Le dimensioni del piazzale e la distanza dalla strada coincidono con un’accuratezza notevole



Le curve di livello della corografia tenderebbero però ad escludere che la collinetta possa essere quella di contrada Pasquale, e farebbero identificare “Poggio Benito” con l’altura del serbatoio.
Ma il disegno riportato nell’articolo di Vincenzo Ullo non coincide con nessuno dei due originali. La planimetria di Poggio Benito pubblicata due anni dopo è stata ridisegnata, utilizzando quella originale con le relative misure, ed inserendo nel disegno la strada presente sulla corografia ma senza le curve di livello



Chiaramente il fatto che la variazione del disegno nell’articolo di Ullo, rispetto all’originale, abbia un significato preciso è solo un’illazione, neanche molto plausibile. Ma potrebbe anche significare che l’ubicazione di Poggio Benito, dopo essere stata individuata, sia stata cambiata;  per questo, nel nuovo disegno, non esisterebbero più le curve di livello. Inoltre, non bisogna perdere di vista il fatto che vi era uno “sbancamento previsto per ricavare un’area di sufficienti dimensioni adatta per la creazione del centro”, cosa che si sarebbe chiaramente risolta in un’alterazione delle originali curve di livello della collinetta.

Se tale interpretazione corrispondesse al vero, ciò significherebbe che il progetto del borgo, anziché restare sulla carta, avrebbe avuto un seguito, o almeno un tentativo di seguito, che andava al di là della semplice identificazione del luogo; si sarebbe giunti ad identificare il luogo dove il centro rurale avrebbe dovuto venire spostato. Si sarebbe cominciato a considerare l’effettiva costruzione del centro, in un luogo diverso da quello originariamente individuato. 
Ma nessuno dei centri rurali  dell’Istituto VEIII sembrerebbe aver mai oltrepassato lo stadio della generica pianificazione; esiste qualche evidenza che i progetti (anzi, queste “applicazioni” o “progetti con carattere esecutivo”, come li aveva definiti l’Istituto), o almeno alcuni di essi possano avere superato la fase meramente progettuale, e si sia tentato di dar loro un seguito? 

Almeno in un caso questo è certamente avvenuto, e ciò è documentabile. Nella descrizione del progetto che riguarda la stazione sanitaria del centro “di tipo grande” si trova scritto:  “una stazione sanitaria di questo tipo è in costruzione nel comprensorio di bonifica Delia-Nivolelli”. Tra i progetti esecutivi vi era un’applicazione basata su un centro rurale di tipo grande redatto per il consorzio di bonifica Delia-Nivolelli. Questa è la planimetria del centro



 e questo è ciò che si vede nella zona dove esso avrebbe dovuto trovarsi




 la strada è stata sicuramente realizzata, e forse anche l’edificio per la preparazione dei larvicidi




 (l’edificio presente è una ventina di metri più a Nord rispetto a quanto indicato in planimetria)




 Al termine della strada vi è una costruzione




che avrebbe dovuto essere appunto la Casa Sanitaria, come peraltro desumibile dalla planimetria. Il fabbricato che si trova al posto di quella che avrebbe dovuto essere la Casa Sanitaria ha apparentemente una planimetria diversa




e la costruzione appare sicuramente moderna, molto più recente di quanto non dovrebbe essere un edificio di fine Anni Trenta




Guardando, però le carte dell’IGM, vi si trova riprodotto un edificio più piccolo dell’attuale (1), ed un'altra costruzione un po’ più a NordOvest (2)




 La costruzione originaria deve essere stata riutilizzata ed ampliata ed è divenuta il fabbricato moderno attualmente visibile; la struttura di esso è sempre in muratura portante in conci di tufo




Dell’altra costruzione, più piccola, si può ancora scorgere qualcosa su aerofoto riprese tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta




 è chiaramente il lavatoio, contrassegnato dalla “L” in planimetria




 Quindi, la costruzione del borgo fu iniziata e poi interrotta; è il caso di costruzione iniziata, interrotta, e riutilizzata, che menzionavo nel post che trattava di Borgo Ferrara. In questo caso, non mi sono neanche fatto un’idea sul motivo che abbia causato l’arresto dei lavori, considerato anche che in zona esistono altre costruzioni realizzate all’epoca dal Consorzio, come questa




Il motivo dell’interruzione sarebbe potuto risiedere nella cessazioni delle pressioni esercitate sui Consorzi, in vista del passaggio dall’Istituto VEIII all’ECLS, che avrebbe gestito personalmente l’edificazione dei borghi.

Qualunque sia il motivo, è comunque certo che almeno uno dei progetti esecutivi dell’Istituto VEIII fu iniziato. E nella zona SudEst della Valle del Tumarrano, lungo una strada la cui realizzazione faceva parte dei progetti dell’Istituto VE III, vi è  un poggio, sul quale sono presenti una chiesa ed un abitato




su un’area che per orientamento rispetto ai punti cardinali, forma, dimensioni e distanza dalla strada risulta simile al piazzale di Poggio Benito




Oltre la (notevole ed inusuale) coincidenza, quale potrebbe essere una spiegazione alternativa? E’ possibile che l’Istituto Vittorio Emanuele III intendesse smembrare la piccola comunità e disperdere i contadini sul territorio, realizzando in loco il centro “Poggio Benito”? D’altra parte il fatto che gli orientamenti dell’Istituto fossero questi era noto, e l’eliminazione di Borgo Recalmigi per realizzarvi un centro di servizi è una chiara manifestazione di intenti. Un intento analogo avrebbe potuto essere riservato all’altro luogo nel comprensorio in cui esisteva un agglomerato di case. E’ chiaro che, considerato il culto per San Pasquale, la chiesa a lui dedicata avrebbe in qualche modo dovuto rimanere. Magari inserita in un più ampio contesto che comprendesse altri servizi. E che mettesse in pratica tutte le “idee” che animavano l’Istituto VEIII: disaggregazione degli agricoltori, e centro rurale destinato ai servizi.

E d’altra parte, se così non fosse, che fine avrebbe fatto la chiesa dedicata a San Pasquale Baylon e costruita solo tre anni prima, a soli 2,5 chilometri di distanza dalla collinetta sulla quale si trova il serbatoio di Borgo Callea, se essa fosse stata il luogo in cui avrebbe dovuto sorgere il centro rurale “Poggio Benito”?

Qui, Lettore, è evidente che siamo al di là della normale dietrologia; qui, ho imboccato la strada della fantasia pura. Ed allora, continuo a percorrerla: se le cose dovessero realmente stare come ho prospettato,  la valle del Tumarrano rappresenterebbe l’unico esempio di progetto con il quale l’Istituto VEIII o l’ECLS abbia voluto ingerirsi nell’organizzazione sociale della ruralità siciliana?
Ma per rispondere a questa domanda dobbiamo prima prendere in considerazione un misterioso luogo menzionato dalla solita Liliane Dufour nel suo libro: “borgo Ciclino”.