domenica 22 dicembre 2013

LA VIA DEI BORGHI.30: La "fase parallela". SANTA RITA



Nemmeno Santa Rita può essere considerata un’anomalia; se lo fosse, non sarebbe “un nobilissimo esempio da imitare”. Ed a maggior ragione, considerato che nel caso di Santa Rita la realizzazione riguardò quasi esclusivamente le case coloniche. Intendo dire con questo che se il raggruppamento delle case in un borgo residenziale fosse stato senz’altro da avversare (come dettava l‘Istituto VEIII), Santa Rita avrebbe comunque potuto costituire  “nobilissimo esempio”, ma sicuramente non “da imitare”.

Nel più volte menzionato volume “Nel Segno del Littorio” di Liliane Dufour è riportato il testo del documento custodito presso l’Archivio di Stato a Caltanissetta, il cui titolo è appunto “Il villaggio agricolo “Santa Rita” creato dal Comm. Ignazio La Lomia Bordonaro, un nobilissimo esempio da imitare”. Il documento, che descrive sommariamente la struttura del villaggio, risulta privo di data, così non è possibile risalire con esattezza all’anno della realizzazione. Probabilmente non lo sarebbe neanche se il documento fosse datato, in quanto ritengo che titolo e contenuti possano risultare lievemente fuorvianti.

Nel titolo, infatti si asserisce che il villaggio venne “creato dal Comm. Ignazio La Lomia Bordonaro”, ma  non è chiaro non solo il quando, ma neanche il come. Il villaggio, specifica il documento, “oggi consta di ben 90 case coloniche”, ma non viene mai esplicitamente detto che esse siano state costruite, tutte insieme, tutte in fase di fondazione del villaggio, tutte da La Lomia Bordonaro. Nel prosieguo si legge:  “Le case, in conformità ad un piano regolatore


tutte contigue e bene allineate,





sono poste in modo da formare delle vere e proprie vie,




sboccanti in una piazza,




nella quale, oltre al fabbricato grande dell’ex fattoria,




sorge, nel punto più elevato, la nuova chiesa




con campanile alto 25 metri […]




Le dette case sono formate, alcune da tre vani, comunicanti tra di essi, adibiti uno ad abitazione, uno a stalla, ed uno sopraelevato, a deposito di cereali




altre sono formate da due vani terrani […]




Negli ultimi gruppi ogni colono ha due vani […]”. 

Verrebbe quindi  lasciato intendere che né il progetto né il periodo di realizzazione fosse unico. Anche riguardo ai servizi viene sottolineata la presenza di una “nuova” chiesa, mentre per ciò che concerne le altre strutture si legge:” Oltre la chiesa in “Santa Rita” vi è una scuola […] annessa e sovrastante ad essa, vi è la comoda ed elegante dimora dell’insegnante, che abita quasi tutto l’anno sul posto. Un apposito edificio […] costituisce la caserma dei RR.CC. […]” 

In nessun caso si parla di “nuove” costruzioni. Sembrerebbe potersi evincere che la caserma sia stata realizzata adattando un edificio preesistente, mentre la scuola




oltre ad essere presente, doveva già essere funzionante da un pezzo se è risaputo che l’insegnante “abita quasi tutto l’anno sul posto.”.  Di fatto, in questa immagine del 1929




si vede la scuola, mentre la chiesa alle spalle è diversa dall’attuale, molto più piccola, e venne trasformata in abitazione alla costruzione della nuova; in tempi più recenti, venne anche adibita ad edificio scolastico in luogo di quello originario




In realtà, la borgata era già esistente, con il nome di “Borgo Pisciacane” e l’unico edificio di servizio che venne edificato fu la chiesa


qui è ben visibile la presenza degli altri edifici, ed il campanile a vela della chiesetta preesistente:



la scuola c’era già, e ciò vale anche per  l’edificio adibito a caserma, che è questo




isolato rispetto all’abitato ed oggi ristrutturato.   Esisteva già anche una chiesa,come è evidente, ma sarebbe stata insufficiente ad accogliere tutti le che avrebbero abitato le case appena costruite. Rileggendo il documento in archivio alla luce di ciò, è risulta abbastanza evidente  che la nuova realizzazione alla quale esso si riferisce riguarda alcune case coloniche, chiesa e campanile, e solo quelli; e che, in seguito a ciò, Borgo Pisciacane abbia cambiato la sua denominazione in Borgo Santa Rita “per eternare la memoria della madre” 


In quest'immagine, dove è visibile anche quella che sarebbe divenuta la caserma dei carabinieri, è evidente quale fosse l'abitato preesistente alla costruzione della chiesa



La prof. La China data Santa Rita al 1937, ma questa deve essere la data della costruzione delle ultime case coloniche e della chiesa; è in pratica la possibile data del documento. Cassetti lo data tra il 1922 ed il 1927; questa probabilmente sarebbe il periodo temporale in cui si sviluppò Borgo Pisciacane. E dal numero di alunni che sembrano frequentare la scuola, visibili in foto, sembra potersi arguire che non meno di una quindicina di famiglie dovesse popolare l’insediamento già nel 1929.

Attualmente Santa Rita è ancora abitato anche se da pochissime persone. Se in alcune riprese le strade e la piazzetta appaiono affollate da automobili, ciò è in relazione al fatto che sono state eseguite proprio nel giorno in cui si celebrava un matrimonio, e diverse persone erano convenute per l’occasione.

Non vi è più alcun ufficio postale




né la caserma dei carabinieri, e neanche la scuola. Anni addietro, uno dei residenti chiese ed ottenne la presenza di un’insegnante elementare per la propria figlia, che da sola impersonava l’intera scolaresca di quel singolare istituto scolastico. Il nucleo della borgata è rimasto praticamente come era allora; solo alla periferia sono state aggiunte costruzioni più recenti. Tra i pochi irriducibili vi è un panificatore che non solo riesce a sopravvivere in luogo che altri abbandonano, ma è riuscito a dare risonanza nazionale al suo lavoro.




Ciò che desidererei enfatizzare ancora è che Santa Rita costituisce un ulteriore esempio del fatto che un privato radunava gli agricoltori in un singolo centro, e tale “nobilissimo esempio” era considerato “da imitare”, e non da avversare come fece l’Istituto VEIII. Ma di altri privati non lo imitò nessuno. 

A meno che non vogliamo considerare un “privato” Benito Mussolini.


lunedì 16 dicembre 2013

LA VIA DEI BORGHI.29: La "fase parallela". LIBERTINIA


Pasquale Libertini è un personaggio che pur non avendo avuto un ruolo di primo piano nella faccenda di Mussolinia ha con questa più di un’attinenza. E ciò non tanto perché faceva parte del “comitato di accoglienza” che diede il benvenuto a Benito Mussolini la sera dell’11 maggio 1924, chè questo sarebbe un fatto secondario, poco più di una nota di folklore. 
Il barone Libertini riveste un ruolo ben più importante nelle vicende relative alla quotizzazione del bosco di Santo Pietro. La quotizzazione eseguita tra il 1921 ed il 1923, nell’ambito della quale sarebbe nato e morto il progetto di Mussolinia, riguardò anche ex possedimenti del barone, che egli, nel giugno del 1920, aveva permutato con altre terre di proprietà del comune di Caltagirone situate nella Piana di Catania. 
Il barone ebbe sicuramente un vantaggio economico dallo scambio, quantificabile in £ 1 300 000 dell’epoca, ma anzichè accontentarsi dell’incentivo economico lasciando il fondo al proprio destino, come probabilmente avrebbero fatto molti altri, decise di aderire in qualche modo alla nuova visione sulle politiche agrarie che il governo mostrava di avere





Tale adesione si concretizzò nella cessione, tra il 1923 ed il 1925, di alcune terre (“Calatori Piccolo” e Biancospino) alla cooperativa Vittorio Emanuele III di Raddusa; ma soprattutto  nel “Primo esperimento di trasformazione fondiaria in Sicilia, attuata dall'on. Pasquale Libertini.”. 

L’esperimento, una migrazione interna finalizzata ad un’opera di bonifica integrale, comprendeva un progetto urbanistico consistente nella fondazione di un villaggio agricolo in contrada Mandrerosse. Il barone intendeva realizzare “[…] un villaggio agricolo che, raggruppando un considerevole numero di agricoltori, rendesse a questi più agevole il lavoro dei campi circostanti e risparmiasse le energie che i lavoratori dovevano impiegare a percorrere quotidianamente chilometri e chilometri per giungere sino alle terre da essi coltivate”. 

L’intento non era quindi dissimile da quello che verrà perseguito dall’Istituto VEIII prima e dall’ECLS in seguito, e cioè il portare i contadini sul territorio; la differenza sostanziale sta nel fatto che Libertini intendeva conseguire tale fine “raggruppando un considerevole numero di agricoltori”, non isolandoli nell’immenso latifondo. 

Il progetto, del 1925, cominciò a venire attuato tra il 1926 ed il 1927, costruendo inizialmente delle baracche in legno per alloggiare gli operai, e continuò negli anni a venire. Il villaggio venne realizzato tra il 1927 ed il 1930; tra il 1927 ed il 1929 vennero costruite trenta case coloniche, nel 1928 le poste, la caserma, la rivendita di tabacchi e lo spaccio, e nel 1930 la chiesa.  

La struttura dei servizi del villaggio precorreva i tempi; erano previsti “una scuola con abitazione per  l’insegnante, una chiesa, l’ufficio postale, un negozio per la vendita di generi alimentari, forni e concimaie; caserma per alloggio dei carabinieri, costruzione per un ambulatorio antimalarico.” Era prevista anche la costruzione dell’acquedotto e la realizzazione di ulteriori servizi presso la masseria esistente. Ma soprattutto vi erano “60 case coloniche per l’abitazione permanente di altrettante famiglie, aggruppate in 6 file di dieci case ciascuna



Spesso, Lettore, vengono mostrate delle immagini degli edifici di Libertinia (Scuola, Ufficio postale, etc.) che nulla hanno a che vedere con i fabbricati degli anni Venti Questa è una delle tante manifestazioni dell’Errore, che ha coinvolto Antonio Pennacchi: “Poi, negli anni Trenta, hanno fatto le scuole, le poste, in stile moderno e razionalista. La chiesa no: è una specie di neobarocco-siciliano pure quella”. Ha coinvolto la fotografa tedesca Johanna Diehl. Ha coinvolto anche Samuels, che poi si è accorto, successivamente, dell’Errore.

In realtà la pianta del villaggio pubblicata nel 1934 era questa




Le case coloniche non sono sessanta, ma quaranta. Anche quest’ultima versione della pianta non è fedele a ciò che venne poi realizzato. La fila di case più in basso, ad Est della chiesa, attualmente non è presente, e a giudicare dalle testimonianze sembra non sia mai esistita. 



Questa costruzione ospitava la scuola




quest’altra, originariamente, era il forno




La chiesa venne realizzata nell’ambito del progetto originario



ma l’annessa canonica è successiva






Qui avrebbe dovuto esservi l’ambulatorio




 mentre la caserma dei carabinieri sembra non sia mai esistita nel luogo indicato in pianta ma sia stata realizzata in una delle case di “via della Zaghera”




 La masseria esiste, evidentemente, tuttora




e così è per la rimessa per le macchine agricole




e la stalla, mentre invece l’abbeveratoio non esiste più; quello attualmente visibile è posteriore. Così come venne rimossa la lapide di fondazione, inneggiante al Littorio ed al fascismo.

La pianta di Libertinia adesso appare notevolmente diversa ma ciò, come sottolineato prima, è frutto di realizzazioni ERAS degli anni Cinquanta



Sono di costruzione ERAS gli edifici di servizio, così come lo sono le nuove case coloniche. Quelle originali consistevano di una sola stanza; gli altri vani, oltre la cucina, erano costituiti da stalla e ripostiglio





L’attuale aspetto del villaggio


è molto diverso da quello originario




Il villaggio fu ufficialmente denominato “Libertinia” divenendo frazione di Ramacca nel 1930, ma non so esattamente quando venne completato. Probabilmente mai, considerato che la pianta del 1934 non rispecchia le realizzazioni. E’ interessante notare che la schiera di case mai realizzate, ad est della chiesa, sarebbero state a due piani.

A prescindere dalla qualità delle realizzazioni, e dalla pianta, la struttura concettuale di Libertinia richiama quella dei borghi ECLS, con l’ovvia differenza dell’assenza degli uffici dell’Ente e della delegazione podestarile. E con la meno ovvia differenza della presenza delle case coloniche raggruppate a schiera, in modo architettonicamente differente ma concettualmente simile a Mussolinia

 Mussolinia non venne mai edificata, quindi nulla può dirsi su quello che sarebbe stato il suo destino. Ma Libertinia esistette, ed esiste tuttora. E la sua esistenza non può essere considerata un’anomalia, considerata l’esistenza di insediamenti analoghi. Libertinia è menzionata nel citato articolo di Vincenzo Ullo, e portato come fulgido esempio di operato di latifondista illuminato. 
Vorrei sottolineare qui come il “latifondista illuminato” fosse il barone Pasquale Libertini, e non come si legge da più parti (Wikipedia compresa) il senatore barone Gesualdo Libertini. Non è mai esistito un senatore barone Gesualdo Libertini. E’ esistito un senatore Gesualdo Libertini, autore tra l’altro della proposta di legge dell’abolizione delle province, ed un barone Gesualdo Libertini, fratello minore di Pasquale, ma che non è mai stato senatore. L’unico senatore barone Libertini era Pasquale (Caltagirone, 9.11.1856 – Catania, 4.6.1940), che fu appunto il fondatore di Libertinia. Il barone Pasquale Libertini, prima di divenire senatore, e più o meno ai tempi della realizzazione di Libertinia, venne coinvolto in un processo per bancarotta fraudolenta e falso in bilancio relativo al fallimento della Banca Agricola Commerciale di Catania, e precedentemente in una vicenda relativa all’amministrazione dell’ospedale Vittorio Emanuele. In questo, il suo esempio risulta un po’ meno fulgido.
Vorrei ancora sottolineare qui che, mentre il barone Libertini si potè avvalere di un finanziamento pubblico, vi fu un altro latifondista, il barone La Lomia , il quale realizzò un insediamento senza concorso economico dello  Stato. Forse è per tale motivo che l’articolo di Ullo non ne fa menzione; ma forse sempre per il medesimo motivo classicamente, il “nobilissimo esempio da imitare” è costituito da Santa Rita

venerdì 13 dicembre 2013

LA VIA DEI BORGHI.28: La "fase parallela". MUSSOLINIA.


Mussolinia

C’è un aspetto romanzesco nella storia di Mussolinia che molti conoscono. Se tu, Lettore, stai leggendo queste pagine, hai molto probabilmente un interesse verso le vicende che riguardarono l’agricoltura del Ventennio, i suoi risvolti e le sue implicazioni; pertanto, è verosimile che tu conosca la vicenda di Mussolinia meglio di me. Anche perché, diversi scrittori, negli anni, l’hanno esposta. Scrittori noti per un verso, come Leonardo Sciascia nel suo La corda pazza, o per un altro, come Andrea Camilleri nel già citato Privo di titolo.

E’ pertanto solo per completezza che fornirò anch’io un succinto riepilogo degli avvenimenti di allora.

Nel 1924, Benito Mussolini, nell’ambito di un viaggio in Sicilia, fa una tappa a Caltagirone. Ha diversi motivi, politici, per farlo. Deve mostrare agli italiani di avere un buon rapporto con la Sicilia, simbolo della “questione meridionale”. Deve mostrare ai siciliani di avere un buon rapporto con Caltagirone, città natale del “sinistro prete”, Don Sturzo. Deve mostrare a Caltagirone di avere un buon rapporto con Giacomo Barone, calatino di nascita e capo di gabinetto del ministero degli esteri.

D’altra parte, lo aspetta un compito che, almeno per certi versi, dovrebbe gradire: la posa della prima pietra di una città nuova. Anche qui, avrebbe diversi motivi per gradirlo. La città nuova sarà prevalentemente destinata agli agricoltori, ed egli sembra avere una particolare attenzione verso il mondo rurale. Sarà una “città giardino”, modello urbanistico che sembra apprezzare particolarmente. Si chiamerà “Mussolinia”, e questa, specialmente sulla soglia di casa di Luigi Sturzo,  rappresenta una forma di propaganda non indifferente.

Per amor di precisione, la pietra che dovrebbe venire posata non è veramente la prima; il progetto di Mussolinia è stato affidato all’architetto Saverio Fragapane nell’agosto dell’anno precedente, ed il piano regolatore approvato nel novembre successivo.

Tra gli altri, l’’onorevole Benedetto Fragapane (parente dell’architetto), il senatore Gesualdo Libertini i deputati Pennavaria e Libertini, il grande ufficiale Silvio Milazzo, il conte Gravina, i baroni Libertini, Gesualdo e Pasquale (di cui avremo occasione di riparlare), lo accolgono a Catania la sera dell’ 11 maggio 1924 per condurlo, la mattina successiva in un luogo nel quale la costruzione è già iniziata. Questo luogo è Contrada Piano Chiesa, nel Bosco di Santo Pietro. Lì esistevano già delle strutture, alcune risalenti alla fine del secolo precedente, altre più recenti (come ad esempio la Stazione Sperimentale di Granicoltura)





ma il Duce trova ad attenderlo parte del colonnato e due delle sedici torri littorie che circoscriveranno la piazza XXX Ottobre




La grande Piazza XXX Ottobre è il centro di Mussolinia, ma diverse strade ed altre piazze sono già state delimitate.

La cerimonia è funestata da diversi incidenti, ma viene comunque portata a termine.

Quella che non viene portata a termine è però la costruzione della città, sospesa all’indomani (o quasi) dell’inaugurazione, almeno nella pratica. Perché in teoria, il processo di costruzione va avanti. La realizzazione di Mussolinia viene inserita nella riedizione di “Le Cento Città d’Italia” , nel fascicolo dedicato a Caltagirone


E successivamente risulta compresa negli itinerari del Touring, comparendo nella cartina del 1928





Passa qualche anno, e di Mussolinia non si parla più. Ma il Duce, contrariamente a coloro che avrebbero dovuto occuparsene, non dimentica l’esistenza di Mussolinia, e dopo qualche anno, inaspettatamente, chiede notizie precise sullo stato di avanzamento dei lavori. I gerarchi in difficoltà non trovano di meglio che far realizzare una serie di falsi fotografici, che raccolgono in un elegante album.  Mussolini crede a quanto gli viene sottoposto, ma scopre l’inganno quando qualcuno, con l’evidente scopo di metterlo al corrente della verità, gli invia un altro fotomontaggio in cui Caltagirone è ritratta con un porticciolo alla base, ed un commento che dice che adesso Caltagirone non solo ha la sua città satellite, ma anche il mare batte alle sue porte



Le conseguenze puoi immaginarle da te, Lettore. Sia per quel che riguarda l’onorevole Fragapane ed i gerarchi coinvolti, sia per quel che riguarda Mussolinia. E per quest’ultimo risvolto considera che se anche quando Mussolini si aspettava che la città venisse costruita i lavori erano fermi, a maggior ragione lo divennero quando nessuno si aspettava più nulla.

Questa è la parte romanzesca; ma i motivi veri? Perché Mussolinia non fu costruita?

I motivi veri sono probabilmente quelli esposti da Liliane Dufour.

La fondazione di Mussolinia non era fine a sé stessa, ma si inseriva in un contesto ben più ampio, sia temporalmente sia socialmente, e più controverso, sia economicamente sia politicamente: la quotizzazione del Bosco di Santo Pietro.

Il bosco, la più estesa sughereta d’Italia,  faceva parte della baronia di Fetanasimo (Fatanasimum) che Ruggero I donò a Caltagirone nel 1143.
Dalla fine dell’Ottocento il Bosco di Santo Pietro rappresentò il campo di battaglia di due opposte fazioni. Con il termine “fazioni” non intendo individuare gruppi  con connotazioni precise e costanti nel tempo; intendo dire che per più di mezzo secolo è rimasta aperta una contesa tra chi avrebbe voluto quotizzare il bosco, smembrandolo, e chi avrebbe voluto preservarne l’integrità.

I personaggi coinvolti sono stati diversi e le motivazioni possono essere variate nel tempo;  resta il fatto che all’inizio del Novecento le motivazioni erano politiche, e tra i personaggi coinvolti vi sono esponenti fascisti ed Opera Nazionale Combattenti da un lato, Don Sturzo dall’altro. Con questo, Lettore, non voglio dire che le vicende relative a Santo Pietro negli anni Venti siano dovute all’antagonismo tra il dittatore ed il “sinistro prete”; intendo solo sottolineare che il Bosco di Santo Pietro poteva rappresentare l’oggetto del contendere anche per questo motivo.  E qualunque fossero le ragioni, qualunque sia stata l’evoluzione, qualunque fosse stata la direzione che nei secoli aveva preso la vicenda, di fatto ai primi del Novecento vinceva la fazione della quotizzazione, che poi si identificava con i voleri del governo. Più avanti l’identificazione divenne ancora maggiore considerato che nella vicenda fu coinvolta l’ONC, evidentemente anch’essa favorevole alla quotizzazione.

Pertanto, a metà degli anni Venti, qualunque idea o iniziativa fosse connessa con la quotizzazione del bosco era considerata positivamente sia dalle autorità locali, sia dal governo centrale.
L’idea iniziale non fu quella della città-giardino, ma di un centro urbano funzionale ad un agglomerato rurale; in pratica, quello che poi avremmo definito “borgo misto”, residenziale e di servizio. L’architetto Fragapane presentò un piano regolatore nel dicembre del 1923




ma nello sviluppo di esso, rese monumentale il centro urbano, e trasformò quasi in zona residenziale l’agglomerato rurale. Difatti, le uniche richieste di assegnazione presentate nel 1925 erano sottoscritte da esponenti del ceto medio-alto di Caltagirone che intendevano acquisire una residenza in campagna per la villeggiatura. Il prezzo per i contadini, invece, risultava troppo elevato, e le quote troppo piccole, considerato che la maggior parte dei poderi aveva estensioni di circa un ettaro; nessuno avrebbe potuto vivere e pagare il mutuo di una di quelle case con i proventi di uno di quei poderi. Il piano regolatore non fu comunque presentato successivamente al Ministero dei LL PP , e ciò implicava l’impossibilità di ottenere i finanziamenti; inoltre mancava un direttore dei lavori. Ciò che era stato realizzato, oltre parte del colonnato, era il tracciamento di alcune strade e piazze, ponendo in sede la cordonatura dei marciapiedi,

Ma l’ostacolo maggiore era costituito dalla dimensione dei poderi, troppo piccola per consentire il sostentamento di una famiglia, compreso il pagamento del mutuo necessario all’acquisizione di quota ed abitazione. Nel 1927 venne nominato un commissario straordinario per analizzare la situazione, Stanislao Caboni. Caboni ritenne che tutto il progetto fosse viziato dall’inizio, sia dal punto di vista politico, sia tecnico, attribuendo ai due Fragapane (il deputato e l’architetto) la responsabilità della prima e della seconda situazione. Egli individuò la soluzione nel rivedere case e lotti relativi alla città e nell’aumentare la superficie dei poderi, cosa, quest’ultima, che avrebbe obbligato a riformulare il piano di quotizzazione. La revisione del progetto fu affidata all’Ufficio Tecnico del Comune.
Il Podestà di Caltagirone, da parte sua, il 28 agosto del 1928 chiese all’architetto Fragapane di rivedere il suo, di progetto; la nuova versione, venne riveduta ancora e finalmente fu approvata dal podestà in data 4 novembre 1928




Ma a quella data, il progetto che il Ministero dell’Economia aveva in esame era una terza versione. Era a tutti gli effetti quello di un centro rurale (non una città-giardino), progettata dall’Ufficio del Genio Civile di Catania. Fragapane, che per la sua ultima versione aveva lavorato senza alcun compenso, ritirò il progetto e fece causa al comune di Caltagirone.

E’ nei conflitti generati dagli interessi, personali, politici o professionali che fossero, che sono da ricercare le cause che condussero a far arenare il progetto Mussolinia. Fragapane voleva una città monumentale. Le autorità locali volevano spostare i contadini da Caltagirone, e mettersi in luce con il governo centrale. Il governo centrale voleva un centro rurale per assegnare le quote, soprattutto agli ex combattenti, Tutti questi “voleri”, forse compatibili tra loro ma incompatibili con le relative realizzazioni progettuali, esitarono in un solo risultato: un album di fotomontaggi.

In un articolo sul Web, a firma Vittorio Pavone, è riportato che gli americani prima dello sbarco eseguirono una serie di riprese aeree della zona,  perché la propaganda (cartine del TCI compresa) era stata tanto efficace da far ritenere loro che la città potesse esistere veramente. Pare che siano arrivati a supporre che la città potesse essere sotterranea, e ne cercavano tracce indirette.

E Sciascia conclude il suo “Fondazione di una città” con la frase: “E chissà se tra qualche secolo, imbattendosi nel fascicolo dedicato a Caltaglrone dalla casa Sonzogno, un archeologo non si darà a scavare nel bosco di Santo Pietro, alla ricerca della città giardino.”. (Vi è da precisare che, contrariamente a quanto lasciano intendere Sciascia e Camilleri, nella pubblicazione edita da Sonzogno non viene mai affermato che Mussolinia sia già stata realizzata, né tanto meno vengono mostrati fotomontaggi).

Anche io, Lettore, mi posi all’inizio domande simili. Dove si sarebbe trovata esattamente Mussolinia? Dove sarebbe stata piazza XXX Ottobre, dove le strade, le abitazioni? Cosa può essere rimasto di quel poco che è stato costruito?

La risposta all’ultima domanda è: apparentemente, niente, se giudichiamo dalle foto aeree o satellitari




o se tentiamo di rintracciare allineamenti o altre strutture sulle carte IGM


E’ ovvio che gli americani non abbiano visto nulla, nelle loro ricognizioni.

O forse no, non è ovvio. Qualcosa dovrebbero aver visto, e cioè il colonnato e le due torri già costruite. Tanto più che la loro esistenza era riportata sulle carte utilizzate durante l'occupazione (essenzialmente, una copia delle carte IGM del 1930 con la viabilità aggiornata al 1940)




A sentire le testimonianze locali, colonnato e torri nella prima metà degli anni cinquanta: un abitante del luogo, nativo di Santo Pietro, si trasferì ad Acate alla fine degli anni Quaranta, conservando il ricordo delle strutture. Tornò nella seconda metà degli anni Cinquanta, trovando la zona come è adesso.
Mi ha descritto la posizione della pista dell’aeroporto di Biscari, striscia di terra battuta sulla quale atterravano gli Stukas, e che fu la causa dell’aspro combattimento che precedette la strage di Biscari. Mi ha indicato la posizione nella quale dovevano trovarsi le strutture iniziali di Mussolinia; ma l’indicazione, approssimativa, non è sufficiente per una ricostruzione precisa. Per verificare che davvero non è rimasto assolutamente nulla.
Ma per questo, ci viene in aiuto la raffigurazione di Saverio Fragapane. Essa è piuttosto precisa nella ricostruzione dei particolari, sia di quelli vicini, sia di quelli all’orizzonte; tanto precisa che ò possibile fare un raffronto di massima con le immagini di GoogleEarth, scegliendo distanza ed inclinazione simili.
Questo è il disegno dell’architetto Fragapane




Vi sono indicati dei particolari inequivocabilmente identificabili. Sono la chiesa di San Paolo (2)




la stazione sperimentale di granicoltura (1)




ed  inoltre il sentiero che sale lungo le pendici SudEst del monte(3), la montagna che si vede in fondo a sinistra(4) ed il rilievo sull’orizzonte(5).

Questo ci dà un’idea precisa della posizione della piazza XXX Ottobre e del colonnato, nonché dell’orientazione rispetto ai punti cardinali. Ci dà una risposta alla prima domanda.




Guardando le fotografie della parte realmente costruita


,si può verificare come dietro di essa si distingua perfettamente l’ingresso della Stazione Sperimentale di Granicoltura 



pertanto, è facile comprendere quale sia la parte del colonnato che venne realizzata

Sovrapponendo la planimetria alla foto satellitare 



è cosi possibile determinare esattamente dove sarebbe stata la piazza XXX Ottobre, piazza Rachele, e la posizione precisa del colonnato. Abbiamo anche la risposta alla seconda domanda


Riguardo alla terza, possiamo notare come la parte del colonnato che venne costruita si trovasse dove adesso vi sono degli edifici. Nessun residuo del colonnato o delle torri può essere ancora visibile. Avremmo anche la risposta alla terza domanda.

O forse no, non esattamente.

Ti invito, Lettore, a guardare con più attenzione due parti della planimetria. La prima è la Legenda. In nero vengono riportati gli edifici esistenti; in grigio le case coloniche da costruire, in grigio più chiaro gli edifici “caratteristici su aree invariabili” 



Quelle in bianco sono allora le altre strutture,appartenenti a Mussolinia ed ancora, quindi, da realizzare.

L’altra parte è questa; te la mostro ingrandita. Vi è riportata una struttura ovale, in bianco, quindi non ancora esistente, sulla quale è scritto “SERBATOIO”.




Evidentemente, così come abbiamo visto per i borghi, doveva essere stato previsto un serbatoio per l’approvvigionamento idrico, alloggiato in una struttura a pianta ovale. Ed esso infatti si intravede, insieme a torri e colonnato in lontananza, in questo fotogramma, tratto da un filmato del 1935 dell’Istituto LUCE, che documenta la realizzazione del convalescenziario, e quindi posteriore ai fatti relativi a Mussolinia


e dalla sovrapposizione delle immagini, è facile capire con precisione quale fosse l’ubicazione prevista.

Lettore, ti presento Mussolinia:


 Ma il serbatoio è davvero l’unica struttura rimasta? Forse no. Guardando la sovrapposizione di foto satellitare  e planimetria, è possibile vedere  come alla via Vittorio corrisponda una strada sterrata, che conduce al piazzale ove si sarebbe trovata piazza Romano




Sappiamo anche che alcune delle vie erano state tracciate, e delimitate con la cordonatura dei marciapiedi. La coincidenza della strada della planimetria con la strada sterrata rende altamente probabile che questa abbia fatto parte delle strade tracciate e delimitate. Questo:


si può ancora vedere sul ciglio di quella che sarebbe stata via Vittorio

Sul Web potrai imbatterti in qualche post che vorrebbe identificare Mussolinia con alcune costruzioni rurali sparse, denominate “Case Molinia”. Abbastanza ovviamente, queste non hanno nulla a che fare con Mussolinia. Riguardo ad essa, oltre quanto mostrato nel post, ritengo che non possa esservi altro. Non esiste null’altro che possa avere una corrispondenza con quanto si veda in planimetria.

Dovrei dire che queste sono tutte le informazioni desumibili dalla planimetria, ma non è così. Vi è qualcos’altro che è estremamente evidente nella planimetria di Mussolinia, ma che non si riferisce alla città in particolare, quanto piuttosto al concetto di città rurale in generale. 

Mussolinia era pensata e progettata come agglomerato urbano per i contadini. E nessuno sembrava vedere questo come un problema. La finalità della realizzazione del nuovo centro poteva essere quella di eradicare i contadini da Caltagirone, di creare una piccola città nuova  anziché far ingrandire il centro urbano esistente, di dare casa e podere ai contadini. Ma una volta conseguito l’obiettivo di “sfollare la città”, non vi erano finalità ulteriori. Tutti i soggetti coinvolti nella progettazione e nella mancata realizzazione della città giardino sembravano avere tale visione. E non solo i protagonisti della vicenda, ma anche coloro che anche indirettamente vi si erano trovati coinvolti. 

Come il barone Pasquale Libertini