lunedì 16 dicembre 2013

LA VIA DEI BORGHI.29: La "fase parallela". LIBERTINIA


Pasquale Libertini è un personaggio che pur non avendo avuto un ruolo di primo piano nella faccenda di Mussolinia ha con questa più di un’attinenza. E ciò non tanto perché faceva parte del “comitato di accoglienza” che diede il benvenuto a Benito Mussolini la sera dell’11 maggio 1924, chè questo sarebbe un fatto secondario, poco più di una nota di folklore. 
Il barone Libertini riveste un ruolo ben più importante nelle vicende relative alla quotizzazione del bosco di Santo Pietro. La quotizzazione eseguita tra il 1921 ed il 1923, nell’ambito della quale sarebbe nato e morto il progetto di Mussolinia, riguardò anche ex possedimenti del barone, che egli, nel giugno del 1920, aveva permutato con altre terre di proprietà del comune di Caltagirone situate nella Piana di Catania. 
Il barone ebbe sicuramente un vantaggio economico dallo scambio, quantificabile in £ 1 300 000 dell’epoca, ma anzichè accontentarsi dell’incentivo economico lasciando il fondo al proprio destino, come probabilmente avrebbero fatto molti altri, decise di aderire in qualche modo alla nuova visione sulle politiche agrarie che il governo mostrava di avere





Tale adesione si concretizzò nella cessione, tra il 1923 ed il 1925, di alcune terre (“Calatori Piccolo” e Biancospino) alla cooperativa Vittorio Emanuele III di Raddusa; ma soprattutto  nel “Primo esperimento di trasformazione fondiaria in Sicilia, attuata dall'on. Pasquale Libertini.”. 

L’esperimento, una migrazione interna finalizzata ad un’opera di bonifica integrale, comprendeva un progetto urbanistico consistente nella fondazione di un villaggio agricolo in contrada Mandrerosse. Il barone intendeva realizzare “[…] un villaggio agricolo che, raggruppando un considerevole numero di agricoltori, rendesse a questi più agevole il lavoro dei campi circostanti e risparmiasse le energie che i lavoratori dovevano impiegare a percorrere quotidianamente chilometri e chilometri per giungere sino alle terre da essi coltivate”. 

L’intento non era quindi dissimile da quello che verrà perseguito dall’Istituto VEIII prima e dall’ECLS in seguito, e cioè il portare i contadini sul territorio; la differenza sostanziale sta nel fatto che Libertini intendeva conseguire tale fine “raggruppando un considerevole numero di agricoltori”, non isolandoli nell’immenso latifondo. 

Il progetto, del 1925, cominciò a venire attuato tra il 1926 ed il 1927, costruendo inizialmente delle baracche in legno per alloggiare gli operai, e continuò negli anni a venire. Il villaggio venne realizzato tra il 1927 ed il 1930; tra il 1927 ed il 1929 vennero costruite trenta case coloniche, nel 1928 le poste, la caserma, la rivendita di tabacchi e lo spaccio, e nel 1930 la chiesa.  

La struttura dei servizi del villaggio precorreva i tempi; erano previsti “una scuola con abitazione per  l’insegnante, una chiesa, l’ufficio postale, un negozio per la vendita di generi alimentari, forni e concimaie; caserma per alloggio dei carabinieri, costruzione per un ambulatorio antimalarico.” Era prevista anche la costruzione dell’acquedotto e la realizzazione di ulteriori servizi presso la masseria esistente. Ma soprattutto vi erano “60 case coloniche per l’abitazione permanente di altrettante famiglie, aggruppate in 6 file di dieci case ciascuna



Spesso, Lettore, vengono mostrate delle immagini degli edifici di Libertinia (Scuola, Ufficio postale, etc.) che nulla hanno a che vedere con i fabbricati degli anni Venti Questa è una delle tante manifestazioni dell’Errore, che ha coinvolto Antonio Pennacchi: “Poi, negli anni Trenta, hanno fatto le scuole, le poste, in stile moderno e razionalista. La chiesa no: è una specie di neobarocco-siciliano pure quella”. Ha coinvolto la fotografa tedesca Johanna Diehl. Ha coinvolto anche Samuels, che poi si è accorto, successivamente, dell’Errore.

In realtà la pianta del villaggio pubblicata nel 1934 era questa




Le case coloniche non sono sessanta, ma quaranta. Anche quest’ultima versione della pianta non è fedele a ciò che venne poi realizzato. La fila di case più in basso, ad Est della chiesa, attualmente non è presente, e a giudicare dalle testimonianze sembra non sia mai esistita. 



Questa costruzione ospitava la scuola




quest’altra, originariamente, era il forno




La chiesa venne realizzata nell’ambito del progetto originario



ma l’annessa canonica è successiva






Qui avrebbe dovuto esservi l’ambulatorio




 mentre la caserma dei carabinieri sembra non sia mai esistita nel luogo indicato in pianta ma sia stata realizzata in una delle case di “via della Zaghera”




 La masseria esiste, evidentemente, tuttora




e così è per la rimessa per le macchine agricole




e la stalla, mentre invece l’abbeveratoio non esiste più; quello attualmente visibile è posteriore. Così come venne rimossa la lapide di fondazione, inneggiante al Littorio ed al fascismo.

La pianta di Libertinia adesso appare notevolmente diversa ma ciò, come sottolineato prima, è frutto di realizzazioni ERAS degli anni Cinquanta



Sono di costruzione ERAS gli edifici di servizio, così come lo sono le nuove case coloniche. Quelle originali consistevano di una sola stanza; gli altri vani, oltre la cucina, erano costituiti da stalla e ripostiglio





L’attuale aspetto del villaggio


è molto diverso da quello originario




Il villaggio fu ufficialmente denominato “Libertinia” divenendo frazione di Ramacca nel 1930, ma non so esattamente quando venne completato. Probabilmente mai, considerato che la pianta del 1934 non rispecchia le realizzazioni. E’ interessante notare che la schiera di case mai realizzate, ad est della chiesa, sarebbero state a due piani.

A prescindere dalla qualità delle realizzazioni, e dalla pianta, la struttura concettuale di Libertinia richiama quella dei borghi ECLS, con l’ovvia differenza dell’assenza degli uffici dell’Ente e della delegazione podestarile. E con la meno ovvia differenza della presenza delle case coloniche raggruppate a schiera, in modo architettonicamente differente ma concettualmente simile a Mussolinia

 Mussolinia non venne mai edificata, quindi nulla può dirsi su quello che sarebbe stato il suo destino. Ma Libertinia esistette, ed esiste tuttora. E la sua esistenza non può essere considerata un’anomalia, considerata l’esistenza di insediamenti analoghi. Libertinia è menzionata nel citato articolo di Vincenzo Ullo, e portato come fulgido esempio di operato di latifondista illuminato. 
Vorrei sottolineare qui come il “latifondista illuminato” fosse il barone Pasquale Libertini, e non come si legge da più parti (Wikipedia compresa) il senatore barone Gesualdo Libertini. Non è mai esistito un senatore barone Gesualdo Libertini. E’ esistito un senatore Gesualdo Libertini, autore tra l’altro della proposta di legge dell’abolizione delle province, ed un barone Gesualdo Libertini, fratello minore di Pasquale, ma che non è mai stato senatore. L’unico senatore barone Libertini era Pasquale (Caltagirone, 9.11.1856 – Catania, 4.6.1940), che fu appunto il fondatore di Libertinia. Il barone Pasquale Libertini, prima di divenire senatore, e più o meno ai tempi della realizzazione di Libertinia, venne coinvolto in un processo per bancarotta fraudolenta e falso in bilancio relativo al fallimento della Banca Agricola Commerciale di Catania, e precedentemente in una vicenda relativa all’amministrazione dell’ospedale Vittorio Emanuele. In questo, il suo esempio risulta un po’ meno fulgido.
Vorrei ancora sottolineare qui che, mentre il barone Libertini si potè avvalere di un finanziamento pubblico, vi fu un altro latifondista, il barone La Lomia , il quale realizzò un insediamento senza concorso economico dello  Stato. Forse è per tale motivo che l’articolo di Ullo non ne fa menzione; ma forse sempre per il medesimo motivo classicamente, il “nobilissimo esempio da imitare” è costituito da Santa Rita

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