martedì 12 febbraio 2013

LA VIA DEI BORGHI.9: i villaggi minerari



Probabilmente, Lettore, ti starai chiedendo cosa abbiano a che vedere i villaggi minerari con i borghi rurali. Liliane Dufour non ne fa menzione, e nemmeno Joshua Samuels. Antonio Pennacchi ne cita solo uno. Ma tutto ciò è sempre in relazione con l’erroneo principio che vorrebbe identificare un “borgo rurale” con un “villaggio agricolo”. Un insediamento in campagna è un borgo rurale anche se non vi dimorano agricoltori. Grotta Murata e Domingo sono stati borghi rurali abitati da operai, non da agricoltori. Ed anche i minatori sono operai. Esponenti del proletariato che hanno condotto una vita più dura, più rischiosa e più penalizzante di quella vissuta dai cantonieri; non a caso Sidney Sonnino dedica ai minatori un capitolo del suo “I contadini in Sicilia”, secondo volume dell’inchiesta “La Sicilia del 1876”.
Pertanto, ritengo di poter sommariamente parlare anche dei villaggi minerari nel nostro viaggio lungo “la via dei borghi”. Vi è però un altro motivo che mi spinge a trattare questo argomento; ma ne parlerò a tempo debito.

Almeno ufficialmente, i villaggi minerari fondati dal governo fascista furono quattro: il villaggio Villanova in provincia di Enna, il villaggio minerario di Lercara, il villaggio Mosè nei pressi di Agrigento, ed il villaggio Santa Barbara vicino Caltanissetta.

Tutti e quattro nascevano sicuramente per migliorare le condizioni di vita delle famiglie dei minatori, e probabilmente anche per motivi analoghi a quello dei villaggi dei cantonieri: sfollare le città, uno degli obiettivi principali del regime. Il principio era sempre quello delle città di fondazione: si pensava che la realizzazione di un nucleo di abitazioni con un minimo di consistenza e dotato di un minimo di servizi avrebbe finito per fungere da attrattore sulla popolazione circostante, dando luogo ad un agglomerato urbano, ma di dimensioni pur sempre di gran lunga inferiori a quelle dei centri preesistenti. Tante piccole cittadine, concezione contrapposta a quella di poche, smisurate metropoli. Uno stile di vita che negli ultimi anni del secolo scorso avremmo definito con la discutibile espressione “a misura d’uomo” ma che, prescindendo dalle espressioni verbali, mi trova assolutamente d’accordo.

Purtroppo, almeno per tre di essi le cose andarono in maniera diametralmente opposta; i grossi centri urbani cui i villaggi avrebbero dovuto strenuamente opporsi, finirono per inglobarli completamente, rendendoli semplicemente quartieri del centro urbano.

Il Villaggio Villanova venne inglobato da Villarosa, borgo rurale della prima fase, e che ottenne la licentia populandi nel 1762; centocinquant’anni più tardi Villarosa era una cittadina con più di diecimila abitanti. Il villaggio, divenuto una contrada e poi un quartiere di Villarosa, nelle espressioni dei villarosani  è rimasto “’u Cantiri”, il Cantiere, ricordo del cantiere edile che servì per costruirlo.

Il Villaggio Albavilla, villaggio minerario di Lercara


fu costruito nei pressi della stazione di Lercara Alta, quest’ultima realizzata proprio per trasportare lo zolfo dalla stazione di Lercara Bassa (prima di allora, semplicemente “di Lercara”), più vicina agli impianti di estrazione. Venne realizzata una scuola, ed il villaggio fu dotato di posto di salvataggio per i minatori; l'edificio venne usato per anni come presidio sanitario prima di venire abbandonato




Qui, la vicinanza del centro abitato e la presenza della stazione ferroviaria rendevano plausibile la scomparsa del villaggio come entità individuale in pochi anni. Ma sull'ingresso del presidio sanitario è possibile intravedere ancora oggi la scritta "POSTO DI SOCCORSO E SALVATAGGIO".




Il villaggio Mosè 


è noto per essere divenuto, praticamente, una località turistica, sebbene non sia stato individuato come zona rurale soltanto in questa circostanza; torneremo a parlare del Villaggio Mosè quando verrà descritta l’ultima fase.

L’unico dei quattro villaggi minerari che sia riuscito a sottrarsi alla sopraffazione da parte di un centro urbano è il Villaggio Santa Barbara. In linea d’aria, è ormai a meno di due chilometri  dall’estrema periferia di Caltanissetta; ma, almeno per il momento, mantiene ancora la propria individualità.  E ciò è probabilmente in relazione al fatto che Santa Barbara si trova in località Terrapelata, una zona interessata da fenomeni di vulcanismo sedimentario detti “maccalube” o “vulcanelli”, che rendono instabile il suolo, oltre ad impedire la crescita della vegetazione (da cui, appunto, la denominazione di “Terrapelata”).

Il processo di incorporazione di un piccolo centro periferico da parte di una grande città mi ricorda da vicino la fagocitosi in Biologia, in cui una cellula circonda l’entità da fagocitare con le sue propaggini citoplasmatiche, e pochi secondi dopo l’entità inglobata non è più riconoscibile; smembrata nelle sue parti costituenti, viene integrata nell’essere fagocitante divenendo indistinguibile da esso. Lo stesso accade ai centri autonomi che perdono la loro identità soverchiati dalla città che avanza; diviene difficile riconoscerne il nucleo originario. E ciò è accaduto per Villanova, per il villaggio minerario di Lercara o per il villaggio Mosè: ma per Santa Barbara, mi aspettavo che le cose andassero diversamente. Giunto sul luogo, quali fossero le case originali, e quali le abitazioni di recente costruzione fu sufficientemente chiaro; ma era ciò che stava nel mezzo ad essere confuso. Scuola, chiesa, caserma dei carabinieri, ufficio postale, sede dell’Ente Minerario...  nessuna costruzione aveva uno stile inequivocabile, delle caratteristiche che la potessero datare, che aiutassero a stabilire se fosse anteriore o posteriore ad un’altra. La chiesa 


e la scuola sembravano moderne, troppo moderne, e dovevano evidentemente essere state totalmente ristrutturata, o costruite recentemente; ma il resto era nebuloso ed indistinto, collocabile indifferentemente nell’arco di più trenta anni.
Allora, feci quello che probabilmente chiunque avrebbe fatto: chiedere. E quella fu la prima volta che divenne lampante l’esistenza dell’Errore. O meglio, fu la prima volta che mi sembrò di trovarmi di fronte ad un’incongruenza irrimediabile; che si trattasse dell’Errore divenne chiaro più tardi.

La persona cui chiesi abitava nell’edificio in cui aveva sede l’ufficio postale


Mi mostrò la scuola vecchia


che sarebbe stata costruita durante il Ventennio, ed abbandonata per una di più recente costruzione. Mi confermò come la chiesa fosse stata ristrutturata. Mi indicò gli alloggi originali


 e quelli più recenti


 Mi informò di come la caserma dei carabinieri sarebbe stata chiusa entro il settembre del 2012 





Ed alla fine mi disse che di fronte, sul terreno ove si manifestavano i “vulcanelli”, vi era un’altra costruzione risalente al periodo fascista , ed un’altra ancora, totalmente diroccata, si trovava più in basso, lungo la strada, a circa quattrocento metri di distanza. Quest’ultima sarebbe stata un’osteria, costruita contestualmente al villaggio, e specificamente affinché fosse frequentata dai minatori.

ttraversai la strada per fotografare il primo dei due edifici indicati. Una gigantesca struttura in cemento armato, incompiuta, dalla finalità non immediatamente comprensibile e che si estendeva per decine di metri sul precario terreno dei vulcanelli

Perplesso, la fotografai comunque. Avevo già visto strutture rurali del periodo fascista che facevano uso di cemento armato, ma esso era limitato nelle fasi iniziali dalle tecniche costruttive abitualmente usate, e nelle fasi finali del periodo dalla guerra, che assorbiva l’intera produzione di ferro del paese.

Mi recai a vedere quella che una volta sarebbe stata un’osteria. Qui, niente cemento armato. La struttura era in una rassicurante muratura portante in pietra. Ma il modo di realizzazione, di ciò che restava delle rifiniture e lo stile stesso dell’edificio erano lontani anni luce dai canoni di progettazione e di costruzione del periodo 


Nessuna ditta costruttrice avrebbe mai realizzato un edificio con quella tecnica e quello stile.

Tornato a casa, una rapida ricerca sul Web mi consentì di apprendere di come le prime tre abitazioni di Santa Barbara furono costruite nel 1942, ma il villaggio sia stato inaugurato solo 10 anni più tardi. La scuola venne edificata nel 1955, e due anni più tardi la chiesa. Caserma, ufficio postale ed altre abitazioni sono ancora successive. 

Cos’era mai successo? La persona con cui avevo parlato sembrava lucida e sincera, senza alcun motivo di raccontare, in buona o in mala fede, delle fandonie. Sicuramente non era sufficientemente anziano per ricordare eventi risalenti al Ventennio, e parlava per sentito dire. Ma evidentemente aveva costruito su ciò che aveva sentito, e lo stesso doveva aver fatto chi gli aveva passato le informazioni, che a sua volta doveva essere stato vittima di qualcosa di analogo.

Questo, Lettore, è l’Errore. E’ la distorsione della memoria collettiva che falsa datazioni ed attribuzioni, impedendo corrette ricostruzioni. Ed è l’altro motivo che mi ha spinto qui a questo breve excursus sui villaggi minerari. L’Errore ha costituito uno degli impulsi di maggiore entità ad  espandere il progetto iniziale facendolo crescere a dismisura, generando il desiderio di sapere cosa fosse stato durante il Ventennio e cosa no.
Sulle cause che possano condurre a  generare l’Errore ho già detto prima; ma ciò che è importante qui è un’altra cosa. Le fasi di cui ho parlato fino ad adesso hanno riguardato avvenimenti lontani nel tempo e limitati negli effetti; la memoria “di prima mano” di essi non esiste quasi più, ed i fatti devono essere dedotti dai documenti o dalle evidenze rimaste. Ma adesso compare una situazione nuova. Più i fatti sono recenti, maggiori sono le testimonianze orali, e maggiormente i fatti si prestano ad essere distorti. Paradossalmente quindi, più gli eventi si avvicinano nel tempo, e maggiore è la possibilità dell’Errore. Da qui in avanti, ogni testimonianza orale, ogni racconto, deve essere verificato; anche se proviene da fonti in apparenza attendibili. E’ da qui in poi che spesso ti troverai di fronte a qualcosa di inaspettato, come è accaduto a me nel caso del Villaggio Santa Barbara

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