venerdì 31 luglio 2009

La ferrovia Palermo-Camporeale: DERUBATI?


Tra l'altro, almeno parte di ciò che avviene non sarebbe nemmeno legale. Le aree su cui insistono tracciato ed opere d'arte, e quindi anche il relativo sedime, sono demanio.




Probabilmente alcuni edifici sono stati ceduti in illo tempore dalle ferrovie dello stato a dipendenti, ma per ciò che riguarda il resto ne sarebbe avvenuta la cessione ai comuni, il cui territorio era attraversato dalla linea, con la Legge 30 luglio 1971, n. 491 (GU n. 193 del 31/07/1971), dove, all'articolo 8 bis si legge testualmente:



Le aree e relativi immobili che risultano liberi in conseguenza della soppressione della linea ferroviaria a scartamento ridotto Palermo-Salaparuta sono cedute gratuitamente ai comuni secondo la rispettiva competenza territoriale.Tali aree ed immobili saranno utilizzati esclusivamente per la realizzazione di opere di urbanizzazione primaria e secondaria o per altre opere di interesse pubblico.


Quindi esisteva un obbligo di destinazione da parte dei comuni. Il comune di Santa Cristina Gela ha venduto a privati le aree di Pianetto. Tutte le cantoniere agibili e le stazioni di Altofonte e di Santa Cristina Gela risultano abitate da privati. Gran parte dell'area demaniale nei dintorni di Palermo è chiusa da cancelli o sbarre. Due di questi si trovano lungo la prosecuzione della via Dogali, a poche centinaia di metri dal comando della Polizia Municipale ed esattamente lungo la stessa direttrice; eppure, nessuno è mai intervenuto. Siamo stati depredati di ciò che era bene comune, e nessuno sembra voler muovere un dito.


Gli unici comuni che sembrano essersi attenuti alla legge 491 sono quelli di Monreale e di Piana degli Albanesi

Ed anche per ciò che riguarda la cessione diretta degli edifici ai dipendenti delle F.S. occorrerebbero probabilmente delle verifiche; gli attuali occupanti, sono effettivamente degli aventi diritto?

La ferrovia Palermo-Camporeale: il recupero del tracciato


In tutti e tre i siti sopra menzionati vengono ventilate ipotesi riguardo alle possibilità di recupero, a vari fini, del tracciato. Tali ipotesi hanno un denominatore comune: sono irreali.

Un recupero di un tracciato ferroviario, viene infatti effettuato di solito con due finalità: o si cerca di rimetterlo in esercizio, o si cerca di trasformarlo in percorso per quella che alcuni, con espressione a mio avviso orribile, amano chiamare "mobilità dolce". Nel caso della ferrovia Palermo Camporeale ambedue le soluzioni sono assolutamente impraticabili.


I tracciati ferroviari dismessi, infatti, possono subire essenzialmente tre destini:

1) vengono semplicemente abbandonati e subiscono il degrado del tempo


2) vengono utilizzati per la viabilità, con la trasformazione in strade carrozzabili


3) vengono acquisiti a vario titolo (non sempre legittimo) da privati, e ne viene utilizzato il terreno della sede per diversi scopi, spesso stravolgendo o cancellando le strutture originarie


Solitamente, tutte e tre le situazioni si verificano in diversi segmenti dello stesso tracciato.




Il tracciato della ferrovia Palermo-Camporeale non fa eccezione.


Per un recupero totale del tracciato, è chiaro che la condizione 3) non dovrebbe mai verificarsi, o almeno le strutture, sebbene acquisite da terze parti, dovrebbero essere rimaste integre. Il ripristino totale di strutture non più esistenti, infatti, non è "recupero", ma "costruzione ex novo".
La condizione 2) è reversibile purchè le zone servite dalla strada realizzata sul tracciato abbiano delle possibilità alternative di accesso
La condizione 1) è quella ideale per il recupero, purchè i segmenti rimasti siano accessibili da ambedue gli estremi.


Come vedrai, Lettore, nessuna delle condizioni che consentirebbero il recupero è presente sul percorso. Forse, l'unica eccezione è rappresentata da un tratto tra San Cipirello e Camporeale, ma dubito che l'ubicazione del tratto lo possa rendere facilmente accessibile da persone a piedi o bicicletta, a meno che non si rechino sul luogo in automobile.
Inoltre, come ho già sottolineato, la progressiva eliminazione delle strutture evolve ad un ritmo insospettabile; basta confrontare alcune fotografie mie con quelle di sanna03, presenti su Panoramio, o servirsi dell' "Historical Imagery" di GoogleEarth per rendersi conto di ciò che avviene, e con quale velocità.


Il destino del tracciato è inevitabilmente quello di subire progressive trasformazioni fin quando cesserà di esistere. Il terreno su cui era posta la massicciata verrà trasformato in strada carrabile, asfaltata, o acquisito da privati che vi costruiranno . Gli edifici verranno occupati, o andranno in rovina fin quando non verranno eliminati. Mi chiedo cosa avverrà quando rovineranno i viadotti.

La ferrovia Palermo-Camporeale: Introduzione


Se tu, Lettore, sei giunto qui cercando notizie storiche sulla ferrovia Palermo-Camporeale, resterai deluso; qui non troverai nulla di tutto ciò.

Vi sono almeno tre siti Web che trattano l'argomento, e sembrano redatti da persone con informazioni più approfondite delle mie:


http://it.wikipedia.org/wiki/Progetto_di_ferrovia_Palermo-Salaparuta
http://digilander.libero.it/trenodoc/linee/incompiute.html
http://www.ferrovieabbandonate.it/


ed anche le mie informazioni storiche sono state desunte da essi

Ti starai allora chiedendo quale sia il motivo dell'esistenza di queste pagine: perchè io le abbia realizzate, e a cosa possano servire le informazioni ivi riportate.

Mi sono chiesto anch'io, all'inizio, quale finalità mi avesse spinto.

Riflettendo, ho trovato le risposte; ma esse sono articolate, richiedendo una spiegazione di una certa prolissità.


Riguardo al perchè io le abbia realizzate...
Sono senza dubbio affascinato dalla c.d. "archeologia industriale" anche se, in quest'ambito, le ferrovie dismesse non mi hanno mai particolarmente attratto
Ma nel corso della mia vita sono venuto diverse volte, in diverse occasioni, e per svariati motivi,a contatto con strutture appartenenti a questa linea ferroviaria. A volte (via Ai Villini di Sant'Isidoro, via Paisiello) non ho nemmeno capito che appartenessero ad un tracciato ferroviario; ma soprattutto non avevo mai capito che appartenessero alla stessa strada ferrata. Per me "strada ferrata" era sinonimo di "segmento di rete ferroviaria", e "rete ferroviaria" era assimilabile a "rete stradale", cioè, un'intersezione di strade che diversi veicoli o convogli potevano percorrere secondo diverse linee. Il fatto che un solo treno potesse percorrere una singola strada , e che quindi tutto fosse fatto in funzione di essa, era un concetto che non consideravo.

Quando però appresi che le singole strutture erano "parti" della medesima linea, la mia curiosità crebbe. Esisteva un filo, fisico prima, ma concettuale ancora adesso, che continuava ad unirle: il viadotto di Boccadifalco che ero abituato a vedere da piccolo, la fermata di Kumeta sulle rive del lago di Piana nei pressi della quale feci un "fuori campo" con il deltaplano, e la stazione di Monreale ove per lavoro mi reco due volte a settimana, erano manifestazioni diverse di un'unica entità. Così, in diverse occasioni, e durante diversi anni chiesi informazioni a chi aveva l'aria di saperne più di me, e le composi in un quadro, errato, ma che, secondo me, riproduceva con buona approssimazione la realtà dei fatti.

Quando casualmente, il 25 aprile u.s. cercai notizie sul Web, ebbi coscienza di come le informazioni in mio possesso fossero errate. Fui colpito dal concetto di "linea ferrata" che si identificava con un'unica "strada ferrata": se avessero armato la ferrovia con ipotetiche rotaie in un unico pezzo, le vibrazioni di un colpo di martello su di esse dato alla Stazione Lolli si sarebbero potute percepire a Camporeale. Rimasi impressionato dalla mole di lavoro che doveva essere stata portata a termine, in meno di sei anni, e con i mezzi dell'epoca. Vennero realizzate una quantità enorme di strutture, di edifici e di altre opere d'arte su un tragitto di soli 65 km, distanza che oggi potrebbe venire coperta in auto in mezz'ora.




Ancora oggi, gran parte di essi sorgono isolati in luoghi semideserti; ai tempi della loro realizzazione, dovevano sembrare apparire dal nulla a chi si trovava a passare.


Evidentemente, un numero notevolissimo di persone dovette avervi lavorato. Sicuramente essi lo avranno fatto solo per cogliere un'opportunità di guadagno, ma verosimilmente molti di loro avranno comunque pensato di stare partecipando ad un progetto che di lì a breve avrebbe portato un trenino a passare dalle loro parti.


Il trenino, invece, non passò mai.


E' estremamente probabile che nessuno di loro sia ancora in vita; e nei decenni, il frutto del loro lavoro è andato progressivamente dissolvendosi nel nulla. In qualche modo infastidito da quest'idea, ho desiderato che del loro lavoro rimanesse memoria, almeno fotografica.


Come infatti vedrai, Lettore, negli ultimi tempi l'inevitabile, progressivo, deterioramento di ciò che rimane ha subito una notevole accelerazione; tra breve, gran parte delle strutture sparirà, soppresso dall'azione naturale del tempo, e da quella sconsiderata dell'uomo.
Inoltre anche la controparte "concettuale", e cioè le informazioni che possono essere reperite, sta subendo un'analoga degradazione. La memoria storica della realizzazione, di cui i lavoratori erano depositari, è scomparsa; e la memoria storica delle strutture e delle opere d'arte, affidata alla generazione successiva che le ha spesso utilizzate per il lavoro nei campi, si è già grandemente ridotta. Esiste sicuramente una documentazione cartacea, ma le persone, e con esse le loro testimonianze dirette, vanno via via scomparendo


Ed è forse a quest'ultimo fenomeno che consegue la degenerazione di altre informazioni. La voce di Wikipedia precedentemente citata era di sicuro largamente incompleta, ma fondamentalmente corretta. Di recente qualcuno l'ha modificata ripetutamente aggiungendo delle informazioni, che non corrispondono alla realtà dei fatti, relative all'ubicazione delle stazioni, alla distanza delle fermate, allo svolgimento del tracciato. Adesso, la voce è un pò più completa ma molto meno corretta.


Così, il primo impulso è stato quello di documentare, ma subito dopo è intervenuto quello a ricostruire. Venticinque anni fa capitai per caso nel piazzale della stazione di Monreale, e la via Linea Ferrata che vi giungeva era ancora sedime della strada. Venti anni fa percorrevo quasi ogni domenica il tracciato tra Altofonte e Pianetto con la moto da enduro; se non il sedime, almeno il tracciato tra Pianetto e Santa Cristina Gela era ancora presente. Quindici anni fa aiutai un amico a traslocare in una casa nei pressi dello sbocco della quarta galleria;e meno di dieci anni fa avrei ancora potuto vedere il sedime del tracciato tra l'attuale via Bernini e la via Uditore. Se avessi fotografato tutto ciò allora, sarebbe esistita una documentazione che invece non non avrà mai più alcuna possibilità di esistere. E solo pochi mesi fa avrei potuto fotografare l'imboccatura della quinta galleria così come era stata realizzata, priva di segnaletica e semaforo, e con il piazzale delle dimensioni originali.


Poi, man mano che procedevo, la ricostruzione si è fatta appassionante. La rilevazione delle tracce sulle foto satellitari, e la ricerca, sui luoghi, della conferma delle supposizioni è stata coinvolgente come la risoluzione di un rompicapo; con la differenza che qui la soluzione consisteva nella ricostruzione di qualcosa devvero esistita. I pomeriggi dedicati a quest'attività hanno comportato il transito in una diversa dimensione. In alcuni tratti, come quello dalle parti della Masseria Cerasa o prima di Camporeale, l'unica elemento che mi confermava di essere ancora nel ventunesimo secolo era la mia auto; per il resto, avrebbe potuto essere la primavera o l'estate di un qualsiasi altro anno, dal 1930 al 2009. E la magia di questo stato d'animo non era creata nè dai luoghi nè dalla motivazione da soli, ma da una combinazione tra i due elementi: dal fatto di trovarmi in quei luoghi per quella motivazione.


E qui, Lettore, vi ò l'essenza della risposta alla seconda domanda: a cosa possono servire le informazioni qui contenute? A far sì che Tu possa, se lo vorrai, immergerti nella stessa atmosfera.


Se sei giunto qui per caso, e sempre per caso hai continuato a leggere, potrai semplicemente continuare ulteriormente e guardare le immagini per capire dove si sarebbe snodato il tracciato. Forse un giorno ti troverai a passare da uno dei luoghi descritti, e lo riconoscerai.


Se hai trovato queste pagine perchè sei interessato all'argomento, potrai utilizzare le informazioni contenute nel seguito per recarti sui luoghi, e verificare di persona ciò che vedrai nelle fotografie che seguono. Ed in quei luoghi, almeno in certi luoghi,se avrai un minimo di immaginazione potrai mentalmente escludere gli elementi contemporanei dei paesaggi e pensare di stare vedendo ciò che nessuno ha veduto mai in realtà: un trenino che avanza lentamente su terrapieni, attraversa ponti e pianure, fin quando le stazioni si appalesano alla vista


Se sei, come lo sono io, una persona curiosa, se sei rimasto in qualche modo colpito dalle possibilità della ricostruzione, forse chiuderai qui il tuo browser, ed uscirai di casa per condurre autonomamente la stessa ricerca, immergendoti nella medesima atmosfera per provare le medesime sensazioni.


Se deciderai di fare una qualunque tra queste tre cose, il senso dell'esistenza di queste pagine sarà compiuto: Tu avrai pienamente compreso a cosa servono, ed io sarò stato ripagato dall'impegno della loro realizzazione.



lunedì 30 luglio 2007

IDIOTI!

Forse siamo degli idioti. Forse meritiamo di essere trattati da idioti. E ancor di più quando saliamo in automobile. Come automobilisti siamo idioti vulnerabili. Perchè gli automobilisti non compongono una classe distinta, non formano un insieme compatto. Chiunque sale in automobile è "automobilista", sia esso avvocato, giudice, poliziotto, ladro...magari di automobili . Incolonnati nel traffico siamo tutti automobilisti coinvolti in un ingorgo, ma è probabile che io sia assolutamente diverso dall'automobilista che mi sta davanti in colonna , così come da quello che mi sta dietro. Abbiamo solo una cosa in comune: l'automobile. Il che non è che abbia poi tutto questo gran significato, considerato che in Europa abbiamo il più elevato rapporto auto/abitanti: chiunque ha un'auto. Semmai, l'auto è qualcosa che ci spinge gli uni contro gli altri, specialmente quando ci freghiamo il parcheggio, facciamo i furbi in colonna...ci rende più deboli e più idioti.
Tanto idioti che per anni ci siamo fatti propinare, senza accennare alla benchè minima reazione, una ignobile teoria: la velocità è la prima causa di incidenti. Ora, chiunque abbia un minimo di conoscenze di statistica sa bene che quando tra due variabili vi è un rapporto di causa ed effetto, vi è anche una correlazione tra le grandezze in gioco. Matematicamente misurabile. Ciò vorrebbe dire che all'aumento della velocità deve corrispondere un incremento degli incidenti. Nelle condizioni in cui sono massime le velocità, come ad esempio le gare di Formula 1, dovrebbero essere massimi gli incidenti mortali. E invece in Formula 1, c'è la più bassa percentuale di morti di tutti gli sport automobilistici. Mi correggo: non è necessario un minimo di conoscenze di statistica per portare a termine questo ragionamento, basta un minimo di intelligenza. Che solo degli idioti potrebbero non avere. E poichè siamo idioti, abbiamo dovuto sorbirci le idiozie che ci meritiamo da parte di quei gran furbi dei giornalisti di tutte le testate, televisive e non.
Fino a qualche settimana fa. Da quando il presidente...pardon, il Governatore (il fatto di cambiare nomi ai personaggi ed alle istituzioni, adottandone uno ogni volta più ridicolo è un'altra idiozia che ci meritiamo) della Regione Veneto è stato beccato dall'Autovelox, (definendo anacronistiche le attuali normative) , la velocità non è più la prima causa di incidenti. Verrebbe da pensare che non tutti i mali vengono per nuocere.
E invece no. Si è solo sostituita un'idiozia con un'altra, peggiore. La causa principale di morti sulla strada è da qualche tempo l'alcool. Tutti gli incidenti sono causati da ubriachi. Che sono come gli automobilisti: una categoria eterogenea. Giovani che escono dalla discoteca, vecchi delusi dalla vita, signori di mezza età che festeggiano...ma come mai vi sono tutti questi ubriachi? Semplice, perchè per la legge è "in stato di ebbrezza" chiunque abbia un tasso alcoolemico superiore a 0,5 grammi per litro misurato all'etilometro. Se l'etilometro misura questo e voi state guidando, commettete il reato di "guida in stato di ebbrezza". Il fatto che siate o meno ubriachi non ha alcuna importanza; ciò che è importante è il numero che fornisce l'etilometro.
Già, l'etilometro...ma cos'è questo benedetto etilometro? Vi diranno che è un apparecchio che ricava il tasso alcoolemico (la quantità percentuale di alcool nel sangue) dall'aria espirata. Questa è un'altra delle idiozie che ci vengono propinate. In realtà, l'etilometro è un apparecchio che pretende di ricavare il tasso alcoolemico dall'aria che avete in bocca quando vi viene chiesto di espirare. Chiariamo meglio questo concetto.
Negli alveoli polmonari avvengono gli scambi gassosi tra l'aria ed il sangue. L'ossigeno dell'aria può passare da questa al sangue, e l'anidride carbonica dal sangue all'aria. Queste non solo le sole sostanze volatili che vengono scambiate attraverso i polmoni. I fumatori assorbono nicotina attraverso i polmoni. Gli avvinazzati eliminano l'alcool disciolto nel sangue attraverso i polmoni. E' proprio quest'ultima caratteristica che viene sfruttata dall'etilometro. Vi è una correlazione (come la velocità...ricordate?) tra la percentuale di alcool nell'aria alveolare, e l'alcoolemia. L'etilometro è tarato in maniera da allarmarsi oltre misura se rileva una percentuale di alcool nell'aria alveolare che corrisponde ad un'alcoolemia superiore a 0,5 gr/l. Se poi un simile livello di alcoolemia (o uno superiore o uno inferiore) renda un individuo ubriaco o meno, è una cosa della quale non frega niente a nessuno. So far, so good.
Ma...c'è un ma. Per capire il "ma" occorre conoscere un minimo la fisiologia dello svuotamento gastrico, e dell'assorbimento di alcool. L'alcool viene assorbito nel duodeno, che è il primo pezzettino dell'intestino che sta al di là dello stomaco. Le sostanze grasse ritardano il passaggio del contenuto dello stomaco nel duodeno, e nel contempo riducono il tono dello sfintere esofageo inferiore, quella fascetta muscolare che dovrebbe impedire il reflusso del contenuto dello stomaco in esofago. Questa seconda caratteristica è un effetto collaterale, ma la prima è sfruttata nella formulazione degli aperitivi: bevande alcooliche e noccioline. Le noccioline (o le arachidi, o le olive o gli anacardi, o quello che volete voi) impediscono o ritardano il passaggio dell'alcool nel duodeno, e di conseguenza il suo assorbimento, e ne allungano il tempo di permanenza nello stomaco. E' questo il motivo per cui bevendo a stomaco pieno non ci si ubriaca, non perchè il cibo "assorba" l'alcool. E l'alcool, d'altra parte, favorisce le secrezioni gastriche e quindi la digestione. Questa è la funzione degli aperitivi offerti prima di un pranzo o di una cena
Ammettiamo quindi che io venga fermato dalla Polizia dopo aver bevuto un aperitivo. e mi si chieda di respirare nell'etilometro. Il mio tasso alcoolemico sarà vicino a zero, perchè gran parte dell'alcool sarà nello stomaco. E poichè il tono dello sfintere esofageo inferiore è ridotto, l'alcool che evapora nel mio stomaco potrà risalire in esofago e giungere in bocca. Facendo segnare valori record all'etilometro. Mi sbatteranno in gattabuia mentre chi avrà appena (da una decina di minuti) bevuto una quantità di alcool notevole a digiuno, lo avrà in duodeno, pronto per essere assorbito, ma non ancora assorbito. Il suo tasso alcoolemico sarà, ancora per poco, normale. Se dovrà fare ancora duecento chilometri in auto, si troverà ubriaco strada facendo.
Ma la cosa più stupefacente, quella che mi ha spinto a scrivere stasera, l'ho appena ascolatata a TG1 RAI. A sentir loro sembra che in Germania (dove per inciso non ci sono limiti di velocità in autostrada) abbiano trovato il modo (anzi "la chiave", è stato detto) per ridurre gli incidenti mortali. Hanno appena varato una legge che vieta ai neo patentati (al di sotto de 21 anni) di bere qualunque quantità di bevande alcooliche prima di mettersi alla guida. Multa di 125 euro a chi viene trovato positivo all'etilometro, con qualunque valore. Se sia effettivamente ubriaco o no, ha sempre meno importanza. Ma il punto non è questo. La fulgida gemma che ci propone TG1 è il fatto che "così sono riusciti a ridurre le vittime di incidenti del 40% progressivamente dal 2003 al 2006". Meraviglioso. La prima legge al mondo con effetto retroattivo. I tedeschi promulgano una legge nel 2007 e riescono a ridurre i morti dei tre anni precedenti. Gli unici due precedenti riportati (e neanche documentati) sono Lazzaro e Gesù. Che io sappia, non si avevano notizie di altre resurrezioni. Fino a stasera, almeno.
Forse siamo idioti, forse no. Ma che veniamo trattati da idioti è sicuro.

martedì 8 maggio 2007

IL RUMORE NELLE CHITARRE ELETTRICHE ED I "PROBLEMI DI MASSA"

Chiunque abbia eletto la chitarra elettrica elettrica a proprio strumento musicale prediletto, si trova prima o poi a confrontarsi con un problema comune, e con l'inevitabile, conseguente, luogo comune. Il problema comune consiste nella presenza di un fastidioso rumore, continuo, di relativamente bassa frequenza, che si riduce toccando le corde o altre parti metalliche della chitarra. Il conseguente luogo comune è: la chitarra ha un difetto di cablaggio per cui non risulta messa a massa in maniera corretta/efficiente/quellochevoletevoi; il difetto di messa a massa viene compensato dalla "messa a massa" che lo stesso corpo del chitarrista effettuerebbe toccando le corde. Io non faccio eccezione; per di più, altre due condizioni hanno contribuito nel mio caso a rendere più evidente il problema: 1) sono stato recentemente colto da un attacco acuto di GAS (Guitar Acquisition Syndrome) che mi ha condotto all'acquisto di otto chitarre nel giro di pochi mesi, con grande felicità dei venditori ed infelicità dei miei familiari. 2) poichè non sono un musicista che in qualche modo si esibisce, ma suono solo per compiacere me stesso e dispiacere ai miei vicini di casa, non ho acquistato chitarre costose di grande marca, ma chitarre decenti e belline che si spera possano acquistare valore notevole quando verranno ereditate dai miei pronipoti. Il problema comune era presente su quasi tutte le chitarre. Il fatto che fossero economiche ha rinsaldato la validità del luogo comune: in una chitarra economica è più probabile che vi siano difetti di cablaggio. Ho così pensato di rimediare ricablando le chitarre, e cioè effettuando un corretto collegamento a massa, migliorando le schermature, ripristinando eventuali saldature fredde, eliminando "ground loops" e così via... Il lavoro è stato in gran parte inutile; ho ottenuto qualche miglioramento, ma il problema di fondo è rimasto. Alla fine, un episodio "illuminante" mi ha consentito di comprendere in che cosa esattamente consista il problema, e soprattutto di realizzare come il luogo comune riguardo alla messa a massa sia nulla di più che un luogo comune privo di fondamento. Il problema risiede nell'impianto elettrico dell'appartamento, e non nelle chitarre. Ho cercato di spiegare questo a diverse persone, su diversi forum, ed in diverse parti del mondo, ma non ho avuto riscontri positivi. Qualche giorno addietro, un tale (che doveva essere residente negli Stati Uniti, perchè parlava di frequenza del rumore a 60 Hz - in Europa sarebbe stato 50 Hz), mi rispose, più o meno: "quindi mi staresti dicendo che mi basterebbe cambiare casa per risolvere il problema"? Non so se cogliete la sottile ironia che ho colto io, nelle sue parole; tuttavia gli ho risposto che no, non doveva cambiare casa, ma solo impianto. E che comunque, ciò che gli era stato detto al Centro Assistenza, e cioè che il problema dipendeva da un'errata messa a massa, era comunque una presa in giro. Forse intervenendo sui cablaggi avrebbero migliorato un pò il problema, o forse no; in ogni caso, era evidente che non conoscevano l'argomento di cui avrebbero dovuto trattare. Non ho avuto risposta dal tizio, che evidentemente preferisce farsi prendere in giro da chi non sa quello che dice ma è titolare di un Centro Assistenza ufficiale, piuttosto che ragionare con la propria testa, anche se è la testa di uno che non ha avuto alcuna investitura ufficiale da parte di Fender o Gibson o PRS, o Gretsch... Per coloro che invece pensano di sfruttare il cervello di cui sono in possesso per utilizzi diversi dall'ascoltare le stupidaggini di altri, ecco qui un percorso logico-pratico da seguire per rendersi conto di persona di come stanno le cose. 1) collegate un cavo all'ingresso di un amplicatore, ma non collegate alcuna chitarra all'estremita libera del cavo. Tenendo il cavo dal rivestimento esterno isolante, senza toccare alcuna parte metallica, accendete l'amplificatore a volume bassissimo. Ora, con un dito dell'altra mano toccate l'estremita arrotondata del jack (il "positivo"). Sentirete un forte rumore continuo provenire dall'amplificatore. Togliete pure il dito: il rumore cesserà. 2) sempre tenendo il cavo per il rivestimento isolante, toccate il pavimento con l'estremità del jack. Non dovreste udire alcun rumore aggiuntivo 3) ora afferrate il jack dall'estremità; udirete nuovamente il forte rumore. Con la mano che prima teneva il cavo dal rivestimento esterno afferrate il jack vicino alla base (massa, o negativo): il forte rumore cesserà. 4) prendete una chitarrina sulla quale non avete paura di intervenire, e che presenta il problema solito (rumore che si riduce toccando le corde). Scollegate il filo che collega il ponte della chitarra alla massa generale. Collegate la chitarrina all'amplificatore e toccate le corde; il rumore aumenterà anzichè diminuire. Ricollegate il filo di massa 5) ora collegate la chitarrina rimessa a posto all'amplificatore tramite un DIBox o altro apparecchio dotato di interruttore "ground lift". Azionate il commutatore e toccate le corde. Anche in questo caso il rumore aumenterà. Ed in questo caso aumenterà toccando qualunque parte metallica della chitarra. Riportate il commutatore nella posizione di base, e verrà ripristinato il comportamento originale (il rumore si riduce toccando le corde). 6) con la chitarrina collegata normalmente, alzate un pò il volume. Ora, anzichè toccare le corde della chitarra, toccate una parte metallica dell'amplificatore: il rumore si ridurrà, anche se in misura minore, nell'identico modo in cui si riduce quando toccate le corde. Fine degli esperimenti ed inizio dei ragionamenti. Se il chitarrista toccando le corde riuscisse effettivamente a stabilire una connessione tra il suolo e la massa della chitarra, ciò implicherebbe che collegare direttamente a massa il positivo del jack procuri un grosso incremento del rumore (punto 1), in quanto se stabilisce una connessione tra l'estremità positiva del jack ed il suolo, il rumore aumenta. Ma a maggior ragione, toccando il pavimento con l'estremità positiva del jack il rumore dovrebbe aumentare ulteriormente, mentre questo non accade (punto 2). L'unica spiegazione possibile dell'osservazione è invece che il chitarrista introduce un disturbo toccando il positivo del jack, cioè genera un potenziale che, riferito al potenziale zero della massa, è una differenza di potenziale, che l'amplicatore vede evidentemente come segnale. Questo è confermato da quanto accade al punto 3): se vengono toccati contemporaneamente il positivo e la massa, ambedue si troveranno allo stesso potenziale: quindi, niente differenza di potenziale, niente segnale. Andiamo avanti al punto 4). Una volta scollegato il filo di massa che collega il ponte al resto della chitarra, l'insieme ponte-corde-meccaniche di accordatura ha le parti metalliche accoppiate tra loro, ma collegate solo al legno della chitarra. Cioè, le corde, il ponte e le meccaniche sono sospese al legno (isolante) e fisicamente disaccoppiate dall'elettronica della chitarra. Per quale motivo il rumore dovrebbe aumentare toccando le corde? Azionando il commutatore ground lift (punto 5), tutta la massa della chitarra viene fisicamente disaccoppiata dalla massa che si trova a valle del commutatore; perchè anche in questo caso il rumore dovrebbe aumentare? Se il chitarrista potesse effettivamente fungere da messa a terra, esso supplirebbe all'assenza di collegamento di massa introdotto dal ground lift. E veniamo adesso al punto 6). Se la riduzione del rumore toccando le corde significasse effettivamente mettere a terra la chitarra, la riduzione del rumore toccando l'amplificatore significherebbere mettere a terra l'amplificatore. Quindi il vostro amplificatore sarebbe senza collegamento a terra. L'implicazione di ciò sarebbe che se voi invertiste la fase ed il neutro dell'alimentazione della presa a muro (non è necessario smontare la presa, basta inserire la spina avendola ruotata di 180 gradi scambiando i due pin), potreste trovarvi le corde della chitarra sotto tensione. Tanti anni fa, quando le prese di terra negli appartamenti e nei garage erano un'optional, a me è successo più di una volta. Tutto questo puà avere un solo significato: il chitarrista non è a potenziale zero, e non può rappresentare il potenziale zero di riferimento, la massa di riferimento. Ancora convinti che il chitarrista toccando le corde possa mettere a massa la chitarra? Vediamo adesso qual è l'unica spiegazione plausibile, ed i possibili rimedi; prima però occorre puntualizzare un paio di cose. La prima è che esistono diversi tipi di "massa":
- massa fisica o di struttura (di solito, l'insieme delle parti metalliche connesse ad un circuito)
- massa di alimentazione o di ritorno (il negativo dell'alimentazione in DC o il neutro in AC)
- massa di riferimento (il potenziale che funge da zero di riferimento riguardo alle differenze di potenziale)
- massa di sicurezza (il "filo di terra" negli impianti elettrici e nell'alimentazione) La seconda è che i circuiti della chitarra sono totalmente passivi (con l'ovvia esclusione dei pickup attivi o dell'equalizzazione attiva - ma proprio questo tipo di circuiti non da problemi di rumori o interferenze, e già questo avrebbe dovuto dire tanto) Nelle apparecchiature di un tempo si tendeva ad unificare i vari tipi di massa; il risultato era, tra l'altro, proprio la possibilità di avere una certa tensione, rispetto al "vero" potenziale zero (il suolo) sulle parti metalliche della chitarra. Se il telaio dell'amplificatore si trovava ad un potenziale diverso dal potenziale zero del suolo, questo veniva portato tramite il negativo del cavo alle parti metalliche della chitarra e una corrente (di variabile entità) poteva percorrere il corpo del chitarrista scaricandosi a terra. Adesso (per fortuna) non è più così; la massa di sicurezza è comunque presente sull'amplificatore, non sulla chitarra. Riguardo all'unificazione degli altri tipi di massa, vi sono, in generale dei pro e dei contro, dipendentemente da quali vengano connesse insieme e quali lasciate invece separate. Poichè la chitarra ha una circuitazione passiva, la massa di alimentazione non è presente. La massa di struttura e quella di riferimento sono invece unificate. Dal punto di vista strettamente teorico, le debolissime correnti che scorrono nei circuiti (e che vengono condotte all'amplificatore rappresentando il segnale d'ingresso) sono generate dalla trasduzione elettromeccanica generata dal pickup alla vibrazione delle corde. In pratica, la vibrazione delle corde perturba il campo magnetico dei magneti del pickup e tale variazione genera delle correnti indotte nell'avvolgimento del pickup stesso. Se le corde non vengono mosse, sempre in teoria, nessuna corrente può scorrere nel circuito passivo, con l'eccezione di eventuali correnti di scarica dei condensatori (che comunque sono transitorie), o di correnti generate da una differenza di elettronegatività dei materiali interconnessi (una possibilità più che altro teorica). In simili condizioni la chitarra dovrebbe essere assolutamente silenziosa. Se la chitarra fa rumore, è evidente che delle correnti comunque stanno circolando nel circuito. Poichè il circuito è passivo, ed il campo magnetico dei pickup non è perturbato, l'unica possibilità è che altri componenti, esterni al sistema, inducano la circolazione di queste correnti. In pratica, il rumore della chitarra è un disturbo elettromagnetico, non un difetto nel collegamento a massa. I problemi a questo punto divengono:
- chi genera i disturbi?
- come arrivano alla chitarra?
- come si può ovviare al problema? In linea del tutto generale, l'emissione dei disturbi può raggiungere il sistema o per irradiazione (disturbi radiati) o per conduzione (disturbi condotti); spesso, un'emissione condotta genera, conseguentemente, anche un'emissione radiata. Per quale via il disturbo raggiunge la chitarra? Ed il chitarrista? Perchè, l'origine del fenomeno del rumore che cessa toccando le corde se il ponte è correttamente messo a massa, e si incrementa se invece il ponte è disconnesso dalla massa è esattamente questa: il disturbo investe in modo paragonabile chitarra e chitarrista. Ed anche l'amplificatore. Se la chitarra collegata all'amplificatore fa rumore, una corrente sta scorrendo nel circuito, e quindi vi deve essere una differenza di potenziale tra il positivo e la massa del circuito della chitarra; ma quando il chitarrista tocca le corde trasferisce un disturbo analogo per intensità e fase anche alla massa. Quindi la differenza di potenziale si annulla, la corrente non circola più ed il disturbo cessa. Se il cavo di massa è staccato, il chitarrista non tramette un bel nulla alla massa; d'altra parte, egli trasmette il disturbo di cui è portatore alle corde che agiscono da radiatore con ulteriore captazione del disturbo da parte della chitarra. Questo quindi si somma al disturbo già captato dalla chitarra ed il rumore aumenta. La stessa cosa si verifica azionando il commutatore "ground lift" del DIBox. E' vero che toccando le corde riduce la differenza di potenziale nel circuito, ma trasferisce comunque più disturbo alla chitarra; d'altra parte, l'ingresso dell'amplificatore non "vede" la riduzione del potenziale perchè il negativo risulta fisicamente disconnnesso dal "ground lift": il risultato è comunque un incremento del disturbo, anche se in misura minore rispetto a quello che si ha disconnettendo il filo di massa del ponte. Poichè il chitarrista non è connesso ad alcun dispositivo elettrico, il disturbo non può che essere radiato; ma, per quel che riguarda amplificatore e chitarra? Qui giungiamo all'episodio "illuminante" che avevo menzionato inizialmente. Nel mio appartamento vi sono due prese di corrente poste a meno di tre metri l'una dall'altra, ai due lati di un mobile; con un cavo di alimentazione sufficientemente lungo, posso connettere un amplificatore all'una o all'altra presa senza spostare l'amplificatore stesso. Con chitarrista ed amplificatore nell'identica posizione, se l'amplificatore viene connesso ad una delle due prese la chitarra fa rumore, se è connesso all'altra la stessa chitarra è assolutamente silenziosa. Tutto ciò, almeno nel caso specifico, può avere una sola spiegazione: il disturbo elettromagnetico raggiunge l'amplificatore per conduzione, ed il chitarrista per irradiazione dall'amplificatore; probabilmente, anche alla chitarra il disturbo giunge per irradiazione. A questo punto, dovrebbe esssere chiaro come le chitarre c'entrino poco con il problema, e soprattutto come il "grounding" della chitarra non abbia nulla a che vedere con esso: è una leggenda metropolitana. Così come una leggenda metropolitana sono gli anelli di massa o "ground loops", che sicuramente possono rivestire un ruolo di primo piano nel generare disturbi in circuiti elettronici attivi collegati tra loro, ma che all'interno di una chitarra elettrica, con circuiti passivi, non possono svolgere alcun ruolo. Vi sono semplicemente alcune chitarre più sensibili alle interferenze elettromagnetiche, ed altre meno; ma non vi è alcun criterio certo che consenta di rendere immune una chitarra ai disturbi elettromagnetici. Quando vi rivolgete all'assistenza, ad un laboratorio di liuteria o a chiunque ripari o modifichi circuiterie di chitarre elettriche, spesso ricevete assicurazioni riguardo al fatto che il problema verrà risolto. Come fa il vostro interlocutore, allora, ad affermare ciò? E' semplice: mente. Egli confida nel fatto che ricablando con cavi di buona qualità, più corti possibili, e schermando i vani della chitarra, il problema migliorerà. Inoltre, con ogni probabilità, all'interno del suo laboratorio i disturbi sono di entità inferiore e la chitarra ricablata non li capterà; se tornando a casa avvertirete lo stesso problema, solo allora vi dirà: "il problema risiede nell'impianto elettrico di casa vostra". Una soluzione sicuramente funzionante è stata identificata da alcuni nel collegare stabilmente chitarrista e chitarra con un cavetto di rame che presenta una pinza a coccodrillo (come quella dei tester) ad un'estremità, ed un anellino all'altra. La pinza va posta sul ponte e l'anellino al mignolo della mano destra. In questo modo il chitarrista può annullare perennemente il disturbo, qualunque sia la posizione. La critica che alcuni hanno posto a questo sistema riguarda il potenziale pericolo in caso di disconnessione o assenza della massa di sicurezza. Se le parti metalliche della chitarra infatti dovessero venire a trovarsi ad un potenziale positivo rispetto al suolo, in condizioni normali il chitarrista ha ancora una chance di non venire folgorato mollando la chitarra, mentre in caso di collegamento stabile... Con tutto ciò, non ho inteso dire che i cablaggi della chitarra possono venire realizzati alla bell'e meglio, tanto è uguale; solo che questo non dà alcuna garanzia di risoluzione del problema relativo al disturbo. Ho visto sul Web siti di persone che, in Italia, eseguono ricablaggi e schermature con una tecnica ottima, e con un risultato, in termini di ordine e pulizia dei circuiti, impareggiabile. Guardare una chitarra cablata in questo modo è certamente un piacere. Considerato i bassi livelli dei segnali in gioco, è possibile che la qualità del suono ne guadagni; e visti l'ordine e la pulizia, è certo che qualunque reintervento sulla chitarra diviene notevolmente più semplice. E' anche possibile che il disturbo migliori notevolmente, ma ripeto, non esistono criteri che consentono di affermare: "ecco: questa è l'origine del problema. Effettuando questa modifica o questa riparazione, il problema scomparirà". In questo senso, ogni intervento sulla chitarra è un tentativo. E se avete un minimo di dimestichezza con cacciavite e saldatore, è un tentativo che potreste anche eseguire da soli, con qualche spezzone di cavetto di buona qualità, dei fogli da alluminio per alimenti (tipo Domopak) e rispettando alcuni accorgimenti. Ma di questo, forse, parleremo un'altra volta.


EDIT 12 settembre 2020: 
Non so se per una coincidenza o per altro, il commento di Mirko ha acceso una luce; é una lucina, per la verità, ma é meglio di niente.

Ho una chitarrina molto economica che comprai una quindicina d'anni fa (mi pare che allora sia costata meno di 90€); é una sorta di "superstrat" con HB al ponte ed al manico, e single coil centrale, ponte Floyd Rose licensed, e stessa circuitazione di una Strat classica (commutatore a cinque posizioni, un controllo volume duen controlli di tono che agiscono sul pickup al manico e su quello centrale. Ha sempre fatto rumore. Quando la acquistai cambiai subito i due humbucker lasciando il centrale; il suono migliorò ma il rumore no; credo che il ponte abbia un ruolo fondamentale nel captare le interferenze.

In "clean" resta abbastanza silenziosa; ma anche un basso livello di overdrive scatena, almeno nella stanza più rumorosa di casa, disturbi intollerabili.

Di recente (un mesetto fa) ho trovato un residuo di magazzino della stessa casa degli humbucker, un single coil in Alnico che non é più prodotto da anni; l'ho preso, e l'ho montato al posto dell'originale, giusto per una questione di "simmetria", cosicché la chitarrina ha i pickup tutti della stessa marca (peraltro stampigliata sulle coperture dei pickup). Vi é da precisare che il cavo di segnale del single coil é "braided": positivo all'interno rivestito di maglia metallica,

La scorsa settimana l'ho portata in sala prove, dove i disturbi sono decisamente inferiori rispetto a casa, ma premendo il pedale del distorsore risultavano comunque al limite del tollerabile per suonare.

Proprio poco fa, accarezzavo l'idea di riutilizzarla in sala prove, così ho deciso di aprire il vano potenziometri per vedere se muovendo qualcosa all'interno potesse cambiare la situazione.

Abbastanza ovviamente, e coerentemente con quanto descritto nel post, se prendevo tra le dita uno dei cavi di collegamento degli humbucker, il disturbo aumentava, perchè il disturbo captato dal mio corpo si sommava, anche attraverso l'isolante del cavo, a quello captato dagli humbucker. Prendendo tra le dita il cavo del single coil, invece, il disturbo diminuiva, perché il mio corpo, anziché trasferirlo al positivo (come accadeva nel caso degli humbucker) lo trasferiva alla massa.

Allora ho provato a tenere a contatto, in un punto, il cavo di un humbucker con quello del single coil: il disturbo é diminuito.

Con un pezzetto di nastro isolante ho quindi stretto i cavi dei due humbucker con quello del single coil (solo in un punto per non creare capacità parassite); ho chiuso tutto, e la chitarrina é senza dubbio migliorata.

Siamo comunque lontanissimi da una chitarra "silenziosa", ma considerando che tutto questo é stato fatto nell'ambiente peggiore, in assoluto, per i disturbi, martedì prossimo entrerà nuovamente in sala prove confidando nel fatto che così il disturbo sarà più che accettabile.

Ovviamente é un espediente che si é potuto usare solo per il particolare cablaggio della chitarra; ma é un'idea che può essere messa in pratica anche in altri modi, ad esempio collegando un pezzo di maglia metallica alla massa e rivestendo un pezzettino di cavo dei pickup. In questo modo, come accade per la mia chitarrina, il disturbo captato dei pickup viene trasferito alla massa, senza cortocircuitare il pickup. Il metodo é meno efficiente che il contatto diretto dta chitarrista e massa, ma é meglio di niente; forse vale la pena di provare.


venerdì 4 maggio 2007

Palermo, autobus, autisti ed ingiustizie

Sembra abbia destato un certo scalpore la notizia che a Palermo l'Azienda Municipalizzata AutoTrasporti abbia assunto cento nuovi autisti privi di patente D, che li abiliterebbe alla guida degli autobus.

Non si capisce perchè questo dovrebbe destare scandalo; un simile comportamento è assolutamente in linea con quella che è da sempre la gestione della cosa pubblica in Sicilia in generale ed a Palermo in particolare.


I nuovi assunti hanno avuto accesso ai posti non per concorso, ma perchè già adibiti a Lavori Socialmente Utili.

Qualcuno si è mai occupato di verificare come si viene adibiti a Lavori Socialmente Utili? Come vengono formate le graduatorie? Come avvengono le assegnazioni dei posti?

Uno degli impianti sportivi pubblici del capoluogo siciliano è lo stadio per l'atletica, denominato "Stadio delle Palme". Lo Stadio delle Palme è chiuso da quasi un anno, senza alcun motivo apparente. Neanche l'Assessorato del Turismo, dello Sport , delle Comunicazioni e dei Trasporti sembra essere esattamente a conoscenza delle motivazioni di ciò. Eppure, anche in questa faccenda sono implicati i Lavoratori Socialmente Utili.

L'Azienda Sanitaria Locale 6, che gestisce le strutture sanitarie non autonome di Palermo e provincia è la più grande d'Italia. Da anni vi è ormai un blocco delle assunzioni a più livelli, che parrebbe addirittura impedire la possibilità di rimpiazzare anche chi viene posto in quiescenza. Diversi LSU lavorano però ormai all'interno dell'Azienda, con contratto a tempo indeterminato, e senza avere sostenuto alcun concorso.

Queste situazioni sono di dominio pubblico. Non sono informazioni tenute nascoste ma fatti che avvengono sotto gli occhi di tutti. Perchè scandalizzarsi per gli autobus? Perchè un autista dell'AMAT dovrebbe essere costretto a lavorare, quando altri LSU allo Stadio delle Palme si godono il fluire delle stagioni all'aria aperta? Perchè un autista dell'AMAT dovrebbe possedere un titolo per svolgere un lavoro quando nessun titolo è stato richiesto dall'ASL 6 per svolgere diversi lavori?

Eppure i giornalisti sembrano avere un fatto personale proprio con chi deve fare l'autista. Cattivi! A questo mondo non c'è giustizia...

sabato 28 aprile 2007

LA DEFINITIVA SCOMPARSA DEGLI ULTIMI RESIDUI DEL CONCETTO DI "GIUSTIZIA" ovvero la condanna di Annamaria Franzoni

E' colpevole Annamaria Franzoni?
Ha un senso porsi questa domanda?
L'unico senso può essere dato dal fatto che la magistratura in Italia ha eliminato anche gli ultimi residui del concetto di giustizia.

Viste le risultanze delle indagini e le motivazioni addotte, anche il solo chiedersi se la madre di Samuele sia colpevole è un nonsenso logico.

In assenza di ammissione di colpa o di prove schiaccianti, servirebbero almeno tre elementi concordanti: il movente, l'arma e l'occasione.

Dei tre, solo l'occasione è valida per la signora Franzoni. Come è valida per chiunque altro potesse trovarsi da quelle parti a quell'ora.

Leggendo il testo dell'ordinanza di custodia cautelare del marzo 2002, sembrerebbe che uno dei motivi principali per escludere la colpevolezza di altri sarebbe costituita proprio dalla mancanza di movente.

Ma, ragionamo un momento. Un genitore responsabile e sano di mente (come è stata riconosciuta Annamaria Franzoni) cerca di proteggere la prole da aggressioni esterne. Se nessun altro aveva il movente per uccidere il bambino, a maggior ragione non lo aveva la madre.

L'arma del delitto, finora, non si trova.

Se ne deduce che in simili condizioni, l'ultima persona che dovrebbe venire imputata del delitto è proprio la signora Franzoni.

D'altra parte, chi ha ucciso i figli in preda ad un folle istinto, non resiste più di qualche giorno prima di confessare. Annamaria Franzoni invece resiste per anni. Prende in giro tutti i familiari che l'appoggiano incondizionatamente. Ipnotizza persino il marito che difende a spada tratta l'assassina di suo figlio. Una tale determinazione presuppone un movente fortissimo che, sottolineamo ancora una volta, la Franzoni è l'ultima persona al mondo ad avere.

Solo i magistrati, furbi, non si fanno prendere in giro. E tirano fuori delle articolate motivazioni della loro furbizia.

E' molto istruttivo leggere il testo della succitata ordinanza, perchè consente di comprendere meglio quali siano le basi della formulazione delle accuse. Gran parte della ricostruzione si basa sulle dichiarazioni della stessa Franzoni. Che a volte vengono recepite integralmente, altre invece vengono considerate false. Abbastanza ovviamente, la scelta riguardo a quali considerare vere e quali false viene effettuata sulla base del risultato pratico. Se Annamaria Franzoni ha rilasciato in tempi diverse dichiarazioni diverse riguardo alla stessa circostanza, è vera quella che la incastra e falsa quella che la scagiona.

Annamaria Franzoni non si è trovata nell'impossibilità materiale di commettere il delitto. Ma questo vale anche per migliaia di altre persone. Il problema è che tra queste migliaia si è scelto proprio lei, che non aveva alcun motivo plausibile per commetterlo, senza alcun motivo vero.

Quello che si rileva è solo un'incapacità di ricostruire senza ombra di dubbio i fatti di quel giorno. Questa incapacità può essere oggettiva (cioè, nessuno sarebbe mai stato in grado di farlo per oggettiva impossibilità) o soggettiva (cioè, gli investigatori ed i magistrati non sono stati capaci di farlo per personale incapacità). Comunque stiano le cose, si è deciso di far pagare tale incapacità ad Annamaria Franzoni con sedici anni di carcere.

Ah, dimenticavo...il bastardo che nel 2004 uccise, con suo figlio, un padre di famiglia a Palermo, colpendolo vilmente mentre era seduto dentro l'auto, è a piede libero...