sabato 22 dicembre 2012

LA VIA DEI BORGHI.2: i borghi rurali antecedenti al periodo fascista



Non ho dato finora alcuna definizione di borgo rurale; posso provare a farlo adesso, coniugando le definizioni di “borgo” e di “rurale” tratte dallo Zingarelli:

Borgo rurale: piccolo centro abitato della campagna

Nota per favore, Lettore, come “borgo rurale” non significhi necessariamente che vi sia un nesso diretto tra il centro e l’agricoltura. Attualmente, vi sarebbero diversi motivi della possibile esistenza di un piccolo centro abitato che sorga isolato nella campagna; ma fino a circa un secolo fa, la funzione principale dell’esistenza di un borgo rurale era quella di servire da villaggio agricolo.

Quindi,  i borghi come tali sono già presenti quando gli Arabi arrivano in Sicilia. Ma, come ho brevemente descritto in fase introduttiva, all’origine di tutta l’attività che mi ha portato a scrivere queste righe  vi sono i borghi rurali fascisti, e vorrei iniziare dagli antesignani di questi, che possono ancora essere visti (e magari fotografati); è a questi che vorrei riferirmi con l’espressione “primi borghi rurali”.

 Come prima accennato, la situazione verificatasi con la morte di Federico IV, perdurerà per più di un secolo,  dopo il quale si manifesterà un nuovo periodo di floridezza e di ripresa economica. Ed è già in questo periodo che iniziano a sorgere nuovi bagli, masserie fortificate, e borghi. Ed in questo periodo il latifondo sembrerebbe frammentarsi, e la servitù della gleba scomparire. Ma parallelamente a questo si verifica il proliferare dei titoli nobiliari, venduti dalla reggenza formale, e l’alleanza dei nuovi ricchi con i vecchi nobili al fine tutelare i comuni interessi personali aggirando le leggi. Inoltre, poichè per essere accettati nella cerchia della antica nobiltà tradizionale, i nuovi nobili non devono lavorare per vivere (ma vivere di rendita) per almeno quattro generazioni, e non devono quindi più occuparsi personalmente del loro patrimonio, demandano l’amministrazione delle terre a degli emissari. E, come dicevo prima, è proprio qui che compare, per la prima volta, la figura del gabelloto.

Alla fine del Cinquecento/inizio del Seicento, si verifica una serie di eventi per cui i baroni sono in grado riacquistare le terre a poco prezzo, e si ricostituiscono i latifondi; a tale situazione si accompagna una notevolissima esplosione demografica. Al termine di questo processo, cessata la crisi, si assiste alla riconversione dei latifondi da pascolo a coltivazione; ed è qui, nella prima metà del Seicento, che vengono fondati i  tre quarti dei comuni siciliani e moltissimi nuovi borghi. E’ proprio in questo periodo che per cercare di aumentare la produzione  senza impegnarsi nella realizzazione di opere o nell’impiego di nuove tecniche l’aristocrazia tende ad aumentare la superficie di seminato e a stabilire la dimora dei contadini presso i luoghi di produzione; ma, poichè vaste estensioni latifondistiche  sono ancora  assolutamente disabitate, al processo brevemente descritto sopra si accompagna la comparsa di nuovi centri rurali, necessari per potere realizzare la contiguità tra le abitazioni degli agricoltori e le terre da coltivare. Inoltre, la creazione di un nucleo abitativo ben definito, lontano dalla dimora del feudatario, sottolinea la differenza tra classe nobiliare  e classe contadina.

I borghi nati in quel periodo condividono con i borghi rurali del periodo fascista la caratteristica di essere (prevalentemente) città di fondazione. Il feudatario intenzionato a fondare nuovi centri abitati doveva chiedere al sovrano la licentia populandi,  ottenuta la quale aveva la facoltà di fondare, in territorio feudale (non in quello demaniale), un nuovo borgo , sul quale esercitava  il potere del mero et mixto imperio. Il borgo veniva elevato al rango di comune qualora il numero di famiglie residenti superasse le 80 unità.

Il feudatario aveva il massimo interesse a che ciò avvenisse; ragion per cui gran parte dei borghi fondati allora sono divenuti comuni e costituiscono gran parte dei paesi dell’interno della Sicilia. In alcuni di essi l’impianto urbanistico centrale è conservato, e molti celebrano tuttora la concessione della licentia populandi che condusse alla fondazione del borgo e quindi della cittadina.
Ad esempio, per Sant’angelo Muxaro la licentia risale al 28 aprile 1507, per Valledolmo la licentia fu rilasciata il 17 agosto del 1650, per Villarosa il 10 aprile del  1762; tutti questi sono noti centri dell’entroterra siciliano. Vi sono però dei casi in cui alla fondazione del borgo non seguì la sua evoluzione in cittadina;  ed è così possibile farsi un’idea riguardo a quello che fosse l’aspetto originario dei centri.

Carcaci

Uno di questi è Carcaci, frazione di Centuripe, in provincia di Enna, al confine con la provincia di Catania; può essere facilmente raggiunto percorrendo la SS 575. In realtà, i primi insediamenti nel luogo ove adesso sorge Carcaci sono normanni, e risalgono all’XI secolo; la licentia populandi fu però ottenuta nel 1631 da Gonsalvo Romeo Gioieni, ed è a quella data che risale il borgo. Questo  si sviluppa, a Sud del Castello, lungo una strada che unisce due piazze.  La prima, ottagonale,  costituiva l’accesso al borgo, ed oggi si trova praticamente sulla Strada Statale 575; questa esegue una curva su quello che una volta era uno dei “canti” della piazza di accesso al borgo.  In corrispondenza di uno degli angoli dalla parte opposta dell’imboccatura della strada principale vi è un abbeveratoio

ed all’altro sono visibili dei ruderi. Subito dietro il monumentale ingresso costituito dai “canti” rimasti,  la strada è fiancheggiata da stalle sulla destra

 e da antiche abitazioni, tra le quali si trova la chiesetta originaria, sulla sinistra

 Sebbene in corrispondenza di uno dei canti residui adesso si trovi un bar, e quello a destra sia spesso parzialmente nascosto da autovetture (quando non da trattori) ivi parcheggiate

 il contrasto tra ciò che resta della piazza e le costruzioni lungo la strada risulta, ancora oggi, stridente.  Ed è forse a motivo di tale contrasto che, successivamente, una chiesa più grande, anch’essa dall’aspetto monumentale, a pianta ottagonale

venne costruita in corrispondenza della seconda piazza, dalla quale si diparte la strada di accesso verso il Castello. Altre costruzioni, ormai completamente in rovina, si trovano a Sud della strada principale. Questa era pavimentata con ciottoli, anche se ormai, della pavimentazione, ne sono visibili solo residui

La torre normanna a base quadrangolare che avrebbe costituito l’insediamento originale è stata inglobata nel castello





ed è quindi attualmente inaccessibile




L’aspetto non è quindi variato di molto rispetto a quello che il borgo doveva avere nel XVII secolo. Ed ora come allora, gli arnesi da lavoro al termine della giornata rimangono sul bordo della strada lungo i muri esterni delle abitazioni; solo il loro aspetto è diverso


Sebbene Carcaci sia riuscito a divenire comune autonomo (e lo restò fin poco dopo l’unità d’Italia),  il numero massimo di abitanti fu di circa 250 nella seconda metà del diciottesimo secolo. Pertanto, il nucleo urbano non si espandette mai; la pianta è rimasta quindi quella di  trecentocinquanta anni fa , e, come dicevo sopra, questo può dare un’idea di come tali centri apparissero all’inizio della loro storia 

Il diciottesimo secolo

A metà del diciassettesimo secolo cominciano a verificarsi condizioni che condurranno ad un altro periodo di grande crisi, economica e politica, alla fine della quale la Sicilia entrerà a far parte del Regno delle Due Sicilie con Carlo III di Borbone, nel 1738 (di fatto, nel 1735). Continuano, in questo periodo,  le fondazioni di borghi, ma secondo un processo differente.

Si diffonde infatti, presso la nobiltà siciliana,  la moda delle residenze in campagna  munite di baglio fortificato, che svolgono anche funzione di masseria. Le costruzioni del baglio che danno sulla strada vengono date in gabella per uso come taverne o forni, e vengono dati in gabella anche i poderi. Spesso le mura esterne del baglio o della villa padronale vengono utilizzate come parte del muro perimetrale delle nuove costruzioni, in questo modo:

 Ciò richiama altre famiglie per cui vengono costruite altre case coloniche intorno. Nascono così altri borghi, che evidentemente non sono città di fondazione.

 Probabilmente, l’aspetto iniziale di questi centri sarebbe stato simile a quello odierno di Xirbi

  Xirbi 

 
 
Nel comprensorio di Petralia Soprana vi sono diversi borghi nati in quel periodo; non sempre le abitazioni si trovavano a ridosso del baglio, ma spesso sorgevano ad una certa distanza, anche se vicine tra loro.

Borgo Verdi

 Borgo Verdi ad esempio è collegato al baglio Pottino, ma fisicamente ne è distanziato da più di un chilometro. Il borgo si sviluppa lungo un'unica strada

lastricata, che comunica con la statale ad ambedue le estremità. Ad una di esse vi è il monumento commemorativo a Epifanio Li Puma


 (che però era nativo di Raffo, altro piccolo centro rurale a poca distanza, dove vi è una miniera di sali potassici dell'Italkali). L'aspetto del borgo è molto gradevole con le abitazioni in pietra poste praticamente tutte su un lato della strada lastricata




 E' normalmente popolato.

Altri borghi della zona  sembrano disconnessi dalla presenza di bagli o masserie. Ad esempio


Borgo Guarraia

probabilmente è anche uno dei più belli



Anche questo si sviluppa prevalentemente su un asse





Parte delle costruzioni sono in cattivo stato. All'ingresso, oltre all'abbeveratoio




vi è una sorta di piazzetta rotonda alla quale si accede con dei gradini





Borgo Salerna

invece forse come estetica risulta uno dei peggiori. Da un lato della statale vi è un edificio rurale, moderno, mentre dall'altra parte una ripida stradina sale verso il resto delle abitazioni. Le case, affollate in alto, presentano diversi elementi moderni aggiunti che, indubbiamente utili per chi vi abita, peggiorano comunque l’aspetto  del borgo



L’aspetto generale non dovrebbe essere molto dissimile da quello originale; le case sono in gran parte abitate.

Probabilmente, il periodo in cui sono sorti può essere grosso modo individuato dall’anno di costruzione della chiesa di Fasano, 1798



Scurati
 
Una menzione particolare merita qui Scurati, non tanto (o non soltanto) per la sua storia, quanto per la peculiarità dell'ubicazione.

Anzi, per essere precisi, la menzione riguarda la grotta Mangiapane, una delle grotte che si aprono sul versante Ovest di Monte Cofano, a poche centinaia di metri dal centro di Scurati.



La grotta, larga quindici metri e con una volta che nel punto di maggior elevazione supera i settanta metri, ha fornito rifugio all'uomo preistorico sin dai tempi del Paleolitico Superiore; ma non sta qui la sua peculiarità



All'inizio del diciannovesimo secolo, un gruppo familiare (i Mangiapane) fece della grotta la propria residenza, ma non utilizzandola come tale, bensì edificando delle costruzioni all'interno di essa



successivamente, il minuscolo villaggio si espandette verso l'esterno della grotta



L'espansione, a giudicare dalle date incise su un paio di abitazioni dovrebbe aver avuto luogo verso la metà del diciannovesimo secolo





Nonostante non abbia motivo di dubitare che la costruzione delle case all'esterno della grotta risalga al periodo indicato, nutro qualche dubbio riguardo all'autenticità delle incisioni; sebbene è probabile che rispecchino comunque la verità, sono più propenso a credere che siano state aggiunte in tempi molto più recenti.

Il villaggio rimase popolato fino al secondo dopoguerra; ma anche dopo, non è mai divenuto completamente abbandonato.

Il luogo, oltre ad aver svolto il ruolo di set cinematografico per due episodi della fortunata serie televisiva "Il commissario Montalbano", è il teatro del presepe vivente di Custonaci nel periodo natalizio, e sede di un museo vivente nel periodo estivo.

Ho voluto menzionare la grotta Mangiapane più per la peculiarità dell'insediamento che per la stretta attinenza con l'argomento, in quanto la nascita del villaggio avvenne con modalità lievemente difformi da quelle descritte prima


Gli effetti finali non risultano comunque dissimile dai precedenti, in quanto tutti comunque esitano, oltreché nella  proliferazione dei borghi, in un esodo dalle città verso la campagna, effetto che più tardi avrebbe ricercato il Fascismo con ogni mezzo, ma senza riuscirvi.


Non sembra però che tale situazione, alla lunga, abbia apportato significativi miglioramenti alla condizione rurale. La popolazione non cresce di numero, ed i borghi sono autosufficienti dal punto di vista alimentare; così, le vendite, e quindi i consumi e conseguentemente gli introiti, non possono incrementarsi. La nobiltà latifondista torna allora a sfruttare pesantemente la classe contadina, aumentando gli affitti (e favorendo così i gabelloti) e mettendo in atto una serie di restrizioni nei confronti di coloro che non possono pagare. Di fatto, un ritorno alla servitù della gleba.



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