venerdì 28 dicembre 2012

LA VIA DEI BORGHI.6: le fasi e l'Errore



E questo modo di guardare agli avvenimenti resta coerente con le varie fasi relative alla realizzazione dei borghi e la fase parallela. Nelle fasi iniziali l’occupazione era in parte assicurata dall’edilizia e da altre attività, mentre il rilancio dell’agricoltura era un progetto, se non nebuloso, almeno non sistematizzato. Pertanto, era logico usare le costruzioni degli operai della bonifica (occupazione = edilizia+attività di bonifica, con un successivo rilancio dell’agricoltura che sarebbe intervenuto una volta bonificate le terre), che rappresentavano un’opportunità; l’occupazione veniva creata dalle costruzioni e dalla bonifica, per poi lasciare quanto realizzato (case+bonifica) ai contadini: erano le strutture ad essere convertite per entrare a far parte della civiltà rurale. La fase seguente fu quella in cui “sfollare le città” divenne imperativo. Probabilmente si prese coscienza del fatto che la realizzazione delle infrastrutture (nel caso specifico, strade+cantoniere) offriva un’occupazione a scadenza per cui dopo aver impiegato il cantoniere come operaio nell’edilizia si cercava di invogliarlo a rimanere al di fuori della città. In questa fase, “villaggio rurale” significa sempre “villaggio di campagna” ma non si identifica necessariamente con “villaggio agricolo”; la realizzazione della rete stradale aveva consentito di ampliare il concetto di ruralità, di trovare motivazioni diverse dall’agricoltura perché potesse esistere un piccolo centro abitato in campagna. Ma ciò si sarebbe potuto realizzare anche invogliando i cantonieri a passare all’agricoltura; l’occupazione sarebbe stata sempre creata dall’edilizia (strade+case cantoniere) ma quanto realizzato avrebbe potuto essere utilizzato da chi lo aveva costruito, facendo diventare contadini i cantonieri:  qui erano invece le persone che dovevano venire convertite alla ruralità. Dall’ubicazione e dall’architettonica delle costruzioni che rimangono, sembrerebbe però potersi dedurre come la realizzazione di quest’ultimo progetto, o meglio il tentativo di realizzazione, sia stato condotto solo in un’area geografica limitata. Nella terza (e dati gli eventi, finale, per ciò che riguarda il Fascismo) fase si guardò con organicità a tutta la questione incentivando l’agricoltura, e pianificando il passaggio dalle città alle campagne,  la guerra al latifondo e l’isolamento dei contadini; le realizzazioni erano secondarie alla vita rurale che, da conseguenza diveniva causa:  l’intera struttura della società veniva convertita alla ruralità.

Nelle tre fasi è quindi possibile vedere un’evoluzione; evoluzione nella maniera di pensare alla ruralizzazione, che si esprime nelle realizzazioni e viene catalizzata dal fallimento delle fasi precedenti. Infatti, le prime due fasi vedono come protagonista l’attività di bonifica, e il frutto di tale attività sarebbe dovuto servire da incentivo prima, e da stimolo poi, alla ruralizzazione. E quando ci si rese conto di come questo stimolo si fosse rivelato insufficiente, nella terza fase, oltrechè  sulla meticolosa pianificazione delle infrastrutture, si fu costretti a basarsi su metodi coercitivi più o meno velati per spingere gli agricoltori verso la vita rurale globale, uno dei quali fu rappresentato dalla legge 1092 del 6 luglio 1939, pubblicata sulla GU del 9 agosto 1939 (“Provvedimenti contro l’urbanesimo”). L’applicazione della legge 1092 ai contadini, ne faceva regredire la condizione, di fatto, a quella della servitù della gleba.

 In tutto questo, si cercò di sfruttare l’iniziativa privata “chiudendo un occhio” prima, e cercando di riaprirlo una volta effettuato il viraggio da iniziative, non sinergiche, volte all’incentivazione dell’agricoltura a pianificazione del relativo progetto.

La presenza del Regime in ogni fase, l’efficacia della propaganda, e soprattutto le iniziative originali riguardo all’occupazione, con la realizzazione di (letteralmente) migliaia di edifici pubblici di tutti i tipi in “tempi fascisti” sono probabilmente i fattori che hanno contribuito a generare l’Errore. Questa maniera di procedere, e cioè massimo sviluppo edilizio accompagnato da efficacissima propaganda, ha principalmente contribuito a  dare origine all’Errore alterando la memoria collettiva. Tra l’altro, bisogna considerare anche che attualmente la memoria collettiva è di “seconda mano”: gran parte dei depositari della memoria collettiva erano in fasce o nemmeno erano nati all’epoca delle realizzazioni fasciste. E ancor di più subiscono l’influsso dell’accoppiata edilizia+propaganda, che ingenera l’Errore. Antonio Pennacchi ne uno degli esempi paradigmatici. E’ nato nel 1950 quando Mussolini, nel bene e nel male,  era già stato ucciso da un pezzo. Ha scritto un libro che contiene diverse estrinsecazioni dell’Errore. Intendiamoci, questa non vuole essere assolutamente una critica al lavoro dello scrittore, anzi. Io sono sicuro che al suo posto avrei commesso molti più errori di quanto non ne abbia fatti lui. Oltretutto, lui ha scorrazzato per l’Italia intera, mentre io ho il vantaggio di muovermi in una sola regione. Se a distanza di tempo mi viene un dubbio, vado a verificare; ci vanno di mezzo un paio di centinaia di euro di benzina, ed un weekend. Se il dubbio viene a lui riguardo ad Arsia, il problema è ben maggiore. Il lavoro di Antonio Pennacchi costituisce indubbiamente una pietra miliare in questo campo, che ha apportato contributi di grandissimo valore ed è valso a fornire una notevole spinta propulsiva allo studio dell’intera vicenda. Ma questo è al contempo il punto di forza ed il punto debole del suo lavoro. Svolgendo questa ricerca, Antonio Pennacchi è divenuto a tutti gli effetti un esponente di spicco della memoria collettiva, e di conseguenza fonte attendibile. Si assume che le informazioni che derivano dalle affermazioni contenute nel suo libro siano generalmente corrette, per cui tali informazioni possono essere riportate in lavori successivi, e la prova della loro correttezza è la citazione bibliografica. E’ una situazione assolutamente analoga a ciò che avviene su Wikipedia. 

Come più sopra accennato, il processo visse più fasi, da quella intenzionale a quella dell’attuazione sistematica, che in parte si sovrapposero. I limiti temporali di queste fasi, la cui esistenza può essere  desunta dalla descrizione sommaria fatta prima, sarebbero più precisamente individuabili dall’elenco che era presente su Wikipedia, in cui i siti erano suddivisi per anno di fondazione. Personalmente non posso essere d’accordo su quanto si trovava scritto su Wikipedia, né riguardo alle datazioni, né riguardo alle denominazioni, e nemmeno riguardo alla stessa esistenza di certi siti; e non sarei in totale accordo nemmeno con Joshua Samuels. Vedrò di essere più chiaro entrando nel dettaglio.

L’elenco di Wikipedia conteneva 65 toponimi, suddivisi per anno o per periodo. Alcuni toponimi si riferiscono a siti che non sono borghi rurali; ma d’altra parte, l’elenco di Wikipedia non pretendeva di essere un elenco di borghi, ma un elenco delle città di fondazione realizzate durante il fascismo. Così, il villaggio Villanova, il villaggio Santa Barbara ed il villaggio Mosè sono villaggi minerari, e non borghi rurali. E Ritiro è un agglomerato costruito per i terremotati, divenuto prima frazione, poi quartiere di Messina. 

Le restanti denominazioni  si riferirebbero a borghi rurali; ma alcuni di essi sono stati realizzati molti anni dopo la caduta del fascismo. Alcuni toponimi si riferiscono allo stesso sito, che ha o ha avuto diverse denominazioni. Infine, vi sono riferimenti a luoghi inesistenti.

Ti chiederai, Lettore, come sia possibile tutto ciò; dopo tutto, Wikipedia, dopo le incertezze del primo periodo, è divenuta una voce se non autorevole, almeno relativamente affidabile. Ed i testi vengono sottoposti a revisioni critiche da parte degli iscritti, che a volte sono notevolmente severi nel giudicare quanto riportato dai redattori di turno, se questi non documentano puntualmente le proprie affermazioni citando le fonti dalle quali hanno desunto le informazioni che riportano.

Il problema sta proprio nelle fonti. Wikipedia, richiedendo che le notizie riportate e le affermazioni degli autori vengano convalidate tramite riferimenti esterni, non dà spazio a studi personali. Questo metodo di affrontare le problematiche relative alla validità delle informazioni si rivela un’arma a doppio taglio; nel caso in cui le fonti ufficiali siano scarse, incerte ed incomplete, tale situazione si rifletterà sulla voce enciclopedica. E nel caso in cui siano le fonti a richiedere una convalida, è solo una verifica derivante da uno studio personale a potere  fornirla; ma la verifica basata sullo studio personale non è considerata “fonte”. Il copiare pedissequamente dalle fonti senza alcuna verifica di esse, non fa altro che riportare eventuali errori all’interno del nuovo documento, che a sua volta diviene fonte, e quindi fonte di errore. Ciò è quello che è verosimilmente accaduto nella redazione della proposta di legge  dei deputati Rampelli, Ronchi, Ricciotti, Menia e Buontempo che citavo in fase introduttiva; l’elenco dell’allegato è stato “scopiazzato” da fonti analoghe a quelle di cui ci si è serviti per l’elenco di Wikipedia, riportandone analoghe incongruenze. Anche per scopiazzare occorrono impegno e professionalità. E l’unico rimedio che alla fine si è trovato è stato quello di far sparire l’elenco.

Le fonti che vengono usualmente citate per ciò che riguarda il problema dei borghi sono fondamentalmente quattro:

  1. il volume "Edilizia rurale" di Dagoberto Ortensi
  2. il volume “Nel segno del Littorio” di Liliane Dufour
  3. il libro "Fascio e martello - Viaggio per le città del Duce" di Antonio Pennacchi
  4. il più volte citato sito di Joshua Samuels
 L’Ortensi è dell’epoca; le edizioni vanno  dal 1931 al 1942. E chiaramente non può contenere alcuna informazione successiva a quell’anno, se non quelle relative a progetti ancora da realizzare. Il volume della Dufour ha un elenco nutrito in bibliografia, con ricerche e verifiche fatte all’Archivio Centrale dello Stato; ma pare che a tale profondità di studio documentale non sia corrisposto un pari impegno sul campo. E’ un volume ricchissimo di citazioni e notizie storiche, ma le cui verifiche pratiche non sembrano essere comprese nel lavoro di ricerca. Sul libro di Pennacchi ho già detto; riporta anch’esso notizie prevalentemente storiche, oltre ad informazioni ottenute direttamente dalla gente del luogo. Le fonti principali di tipo tecnico, invece consistono essenzialmente, oltre al già citato Ortensi, in un numero della rivista “Architettura” del 1941, nel quale vengono riportate foto e descrizioni critiche (a firma di Maria Accascina) degli otto borghi realizzati dall’ECLS nella fase iniziale, ed un articolo presente nel numero di novembre 1939 della rivista “le Vie d’Italia”, a firma di Vincenzo Ullo . I contenuti di quest’ultimo causarono non pochi problemi allo scrittore, che prese per oro colato tutto quanto descritto dall’Ullo, il quale invece, evidentemente non conosceva affatto l’argomento del quale pretendeva di trattare, e scriveva per “sentito dire”, senza curarsi (è un vizio che ha radici remote, questo) di verificare se le sue affermazioni corrispondessero al vero. Nondimeno, proprio questo fatto potrebbe avere delle interessanti implicazioni che esporrò più avanti.

 Infine,  le fonti di Joshua Samuels, che arriva per ultimo, sono sempre essenzialmente Dufour, Pennacchi e Accascina. Il pregio del lavoro di Samuels (che è un professionista) è quello della verifica con sopralluoghi, metodo che deriva direttamente dalla sua professione. Il difetto consiste nella ridotta accuratezza di tale metodo nel caso specifico dell’argomento in esame; ma ciò è dovuto principalmente al fatto che egli dimora negli Stati Uniti. Ogni volta ha dovuto prendere l’aereo, venire in Italia, pianificare accuratamente l’itinerario dei sopralluoghi e portarlo a termine nei tempi prestabiliti; molto peggio di Antonio Pennacchi. E se una volta a casa si è accorto che qualcosa gli è sfuggita, non ha certo potuto dirimere le questioni salendo sulla sua auto per tornare a verificare di persona.

E qui, siamo appena dopo l’anno 2008 (anche se l’ultima visita di Samuels agli archivi dell’ESA risale al 2010) ; tutto ciò che è stato realizzato dopo, voce di Wikipedia compresa, si basa direttamente  su queste quattro fonti, o indirettamente sui riferimenti bibliografici ivi citati.

E’ chiaro che vi sono altri, diversi, riferimenti (bibliografici e non); ma quelli più frequentemente consultati e di conseguenza più frequentemente citati restano quelli menzionati sopra. Probabilmente perché sono quelli che contengono un’esposizione più organica e sono più facilmente accessibili.

In essi, ogni autore ha classificato le fasi a modo suo. C’è una classificazione di Pennacchi, una di Dufour, una di Samuel. Non c’è di Ortensi probabilmente solo perchè il libro è non più recente del 1941.  

La classificazione di Liliane Dufour non è esplicita. Nell’ultimo capitolo del suo libro vengono riportati degli eventi, e le realizzazioni che tali eventi comportarono, seguendo una linea temporale che parte da Mussolinia ed arriva ai borghi post-ECLS. Sulla base dei contenuti del capitolo viene redatta una mappa che differenzia i borghi per modalità e data di realizzazione. Occorre considerare che la Dufour nell’ultimo capitolo del libro si occupa solo di realizzazioni edilizie che riguardano l’agricoltura, e non di altro.

La classificazione di Antonio Pennacchi è essenzialmente di tipo storico-cronologico. Egli individua quattro fasi:
1)    1924-31 Bonifica integrale (Serpieri-consorzi dei proprietari)
2)    1931-35 ruralizzazione ONC
3)    1935-38 Impero
4)    1938-43 dittatura proletario-contadina

Alle fasi corrisponde una classificazione per certi versi basata su principi simili a quelli della Dufour, secondo la quale i borghi vengono suddivisi in base a tipo (fondazioni, città nuove, sottoborghi, sottoluoghi, e villaggi operai) e data di fondazione. Anche qui occorre considerare che l’intento di Pennacchi era invece quello di occuparsi di città di fondazione fascista in tutta Italia, e non primariamente di borghi rurali siciliani; le fasi riguarderebbero quindi l’Italia intera, mentre la classificazione si riferirebbe ai nuclei abitativi (rurali o meno) fondati durante il fascismo. E ciò comporta l’inserimento nella classificazione dei “villaggi operai” (in effetti uno solo è inserito come tale nella sua classificazione), mentre nessun riferimento esiste tra tipologia di borgo e fase nella quale sarebbe stato realizzato.

Nella classificazione di Joshua Samuels, a quattro diverse fasi corrispondono diverse tipologie di borghi. Joshua Samuels ne individua anche una quinta  (collaborazione pubblico-privato), la cui fase di realizzazione si sovrappone a quelle delle prime due. 

Non è mai stata mia intenzione sostituirmi ad autori che, per un motivo o per un altro, non possono che essere infinitamente più autorevoli di me. Ma, intenzione o no, non posso farne a meno. Perché non riesco ad essere d’accordo con nessuno di loro. 

Tengo a sottolineare Lettore, che i motivi di disaccordo non sono così macroscopici da costringermi a capovolgere radicalmente le classificazioni altrui; così la mia classificazione differirà, alla fine di poco rispetto alle altre. Nondimeno, vi sono delle dissonanze tra quanto riportato dagli autori menzionati e da ciò che ho verificato personalmente; e delle marcate incongruenze, quando non palesi stupidaggini, nelle liste presenti su Wikipedia o nel disegno di legge più volte menzionato. Ed alla fine, erano proprio le dissonanze e le incongruenze quelle da cui il mio viaggio aveva avuto inizio.


Una classificazione personale

Come già affermato in introduzione, il titolo di questa serie è stato spudoratamente copiato dal programma dell’ESA, e quest’ultimo comprende il recupero di borghi realizzati anche ben dopo la caduta del fascismo. Ho allora copiato non solo la frase, ma anche le modalità di trattazione estendendo il mio discorso anche ai borghi realizzati dopo la caduta del fascismo. Non solo, ma la mia immodestia mi ha spinto, come avrai avuto modo di vedere più sopra, fino all’ambiziosa pretesa di parlare brevemente anche dei borghi preesistenti a quelli del periodo fascista, anche se questi, per definizione, non possono costituire “archeologia industriale”. La mia classificazione deve allora necessariamente rispettare tale impostazione e comprendere quindi anche gli insediamenti antecedenti.
Distinguerò allora innanzitutto una prima fase relativa ai borghi rurale seicenteschi, ed una seconda che riguarda quelli ottocenteschi.

Poi,  una terza fase (la prima del periodo fascista)  che si situa grossolanamente nella fase della “Bonifica Integrale” di Antonio Pennacchi ed ai borghi che lo stesso identifica come “Fondazioni” e che corrispondono a quelli tipo “Villaggio-Tipo” di Joshua Samuels:  la fase in cui sono le strutture a divenire parte della civiltà rurale. In questa fase vennero edificati  borghi che univano insieme unità abitative e servizi, ed essi sarebbero dovuti sorgere lungo l’Italia intera, avvalendosi di un progetto comune.

Segue una quarta fase, che corrisponde alla terza di Antonio Pennacchi, con la costruzione di ciò che egli denomina “sottoluoghi” e Samuel chiama “Casa Cantoniera Villages”,e nella quale sono le persone a divenire parte della civiltà rurale. Durante tale fase vengono edificati borghi (ovvero villaggi) che continuano a riunire unità abitative ed edifici di servizio, ma essi non seguono sempre un progetto comune.

La quinta fase si sarebbe manifestata durante il periodo della “dittatura proletario-contadina” di Antonio Pennacchi. Durante tale fase in Sicilia vennero costruiti i borghi ECLS; e sono quelli che Pennacchi chiama “città nuove” e Joshua Samuels borghi ECLS, quando la Sicilia intera avrebbe dovuto venire  trasformata in una società rurale. Borghi simili sorsero in altre parti d’Italia, ma l’ECLS era un ente che operava soltanto in Sicilia. Ed i borghi costruiti dall’ECLS possedevano la peculiarità di non presentare assolutamente unità abitative.

L’ECLS morì di morte precoce, ma come tutti i defunti che si rispettano lasciò un testamento, dove si trovano le ultime volontà, ed i lasciti.

La sesta fase è appunto quella della realizzazione delle ultime volontà dell’ECLS: borghi già progettati, ma mai costruiti  a causa della precoce dipartita dell’Ente. Realizzati dall’ERAS, che raccolse ultime volontà e parte di eredità dell’ECLS

La settima fase è quella dell’eredità, rappresentata dall’impulso che l’ECLS ha lasciato, insieme all’impostazione riguardo alla struttura dei borghi, e che è passata in massima parte (ma non solo) all’ERAS. Durante questa fase sono stati realizzati diversi progetti originali, e parte di essi sono stati realizzati. Tali progetti ricalcano da vicino i concetti alla base dei borghi ECLS.

Vi è infine l’ottava ed ultima fase, che chiamo quella dello sperpero dell’eredità. Qui siamo ormai in piena “Prima Repubblica” (è solo un’espressione usata per fissare le idee – al vaglio dei fatti, la Seconda Repubblica si è rivelata anche peggiore della prima), e quindi lo sperpero non riguarda solo l’eredità dell’ECLS, ma anche e soprattutto il denaro pubblico. I progetti redatti durante tale fase hanno spesso seguito una logica incomprensibile, esitando in prodotti praticamente inutilizzabili (ed infatti inutilizzati).

Vi è anche una fase parallela alle quarta , quinta e sesta, in cui l’assioma della sesta (borghi privi di unità abitative) viene costantemente negato. Se il borgo è soggetto al controllo del privato, servizi ed abitazioni possono coesistere. Alcuni centri che seguono tale principio vennero realizzati durante il Ventennio, e questi comprendono i siti che Samuels classifica come “tipo pubblico-privato”; ma, come vedremo, più di una volta il governo fascista sembrò sfruttare a tale scopo insediamenti preesistenti, variandoli o fornendoli di servizi. E poiché gli insediamenti preesistenti spesso sorgevano su terreno feudale, il risultato pratico non è stato dissimile da quello ottenuto costruendo nuovi siti come città di fondazione, con l’attivo contributo dei proprietari.

Prima di chiudere questa lunghissima e noiosissima disamina che (mio malgrado) è venuta fuori, e cominciare a parlare dei borghi del XX secolo, occorre specificare quale sia la classificazione di questi ultimi in rapporto alla loro struttura.

Le prime realizzazioni del Regime erano chiamate genericamente  “villaggi rurali”, derivando direttamente da “villaggi operai”. E questo, vale per le realizzazioni appartenenti alla terza ed alla quarta fase (quelli che Antonio Pennacchi definisce rispettivamente “fondazioni” e “sottoluoghi”), nonché per quelli inclusi nella fase che ho chiamato “parallela”. E’ possibile che il termine “villaggio” venisse adoperato in quanto il centro comprendeva abitazioni per i contadini. Durante la quinta fase si usarono inizialmente i termini “borgo” e “sottoborgo”, per indicare centri rurali con più o meno servizi; il sottoborgo poteva essere costituito spesso da un singolo edificio nel quale erano presenti diversi servizi (chiesa senza canonica, Scuola abbinata ad una semplice sala per le organizzazioni PNF, stazione dei RR.CC.  per due soli militi, Dispensario medico senza alloggio, una semplice bottega per generi diversi anche alimentari), e poteva essere isolato, o satellite di un borgo. Più avanti si adottò una classificazione che divideva i borghi in tre tipi: “A”, “B” e “C”. 

I borghi di tipo “A” erano più grandi e completi: chiesa e casa del parroco, Scuola con alloggio per la maestra, sede del PNF,della GIL, dell’OND, dei Sindacati e delegazione Podestarile, Collettoria postale con telefono ed alloggio per il ricevitore, abbinata alla stazione dei RR.CC. con alloggio per quattro militi ed un graduato, Dispensario medico con alloggio per un sanitario ed un infermiere, Locanda-trattoria e rivendita di generi diversi, con alloggio per il trattore e famiglia, Botteghe per artigiani e relativi alloggi, Uffici dell’Ente, eventuale cabina elettrica.

 I borghi di tipo “B” erano dotati di un numero minore di servizi ((chiesa senza canonica, Scuola con alloggio, stazione dei RR.CC., Dispensario medico ) mentre i servizi dei borghi di tipo “C” erano limitati a chiesa e scuola. 
I limiti di spesa per la realizzazione erano limitati, rispettivamente a 6, 4 e 2 milioni di lire.

Nel corso di quattro anni la corrispondenza tra tipo di borgo e servizi presenti subì diversi rimaneggiamenti, ma la classificazione fu adottata anche nelle fasi post ECLS; nel 1953 era la seguente:


  • tipo A: chiesa ed abitazione del parroco, scuola con alloggi degli insegnanti, asilo nido con alloggi, delegazione comunale con alloggio del delegato comunale, ufficio postale e telegrafo con alloggio per l’ufficiale postale, caserma dei carabinieri con alloggio separato per il graduato, casa sanitaria con alloggi per il medico, l’ostetrica e l’infermiere, ufficio dell’ente con alloggio, fabbricato alloggi per gli addetti ai  servizi del borgo (impiegato comunale,uomo di fatica, guardia),  botteghe artigiane con alloggi (calzolaio, sarto, fabbro, carradore, barbiere) , ambulatorio veterinario e mattatoio, stazione di monta equini e bovini,  mulino con alloggio del mugnaio , scuderie e lavanderie.
  • tipo B: chiesa ed abitazione del parroco,  scuola con alloggi degli insegnanti,  asilo nido con alloggi, delegazione comunale con alloggio per il delegato comunale, ufficio postale e telegrafico con alloggio dell’ufficiale postale, caserma dei carabinieri con alloggio separato per il graduato, ambulatorio medico e all’alloggio dell’ostretica e dell’infermiere, fabbricato alloggi per gli addetti ai servizi dl borgo (assistente tecnico, agrario, messo comunale,bidello, uomo di fatica), fabbricato botteghe artigiani, rivendita e trattoria.
  • tipo C: chiesa con sacrestia,  scuola con alloggio per l’insegnante, ambulatorio medico con alloggio per l’infermiere, alloggio custode del borgo.
I limiti di spesa erano fissati a 270 milioni per il tipo “A”, 180 milioni per il tipo “B” e 80 milioni per il tipo “C”

Non necessariamente i borghi di tipo “C” qui consistono in un edificio singolo. Da notare che ancora i borghi rurali non comprendono le abitazioni per i contadini, retaggio dei dettami seguiti dall’ECLS. Poco più avanti compariranno borghi nei quali sono previste le unità abitative (saranno prevalentemente di tipo “C”) insieme ad altri ad esclusiva destinazione residenziale. 

Un’ultima cosa che mi preme sottolineare è questa: sia nell’ambito dei “villaggi”, sia in quello dei “borghi”, era prevista una stazione dei Carabinieri. Qualcuno, compreso lo scrittore Antonio Pennacchi, ha voluto vedere in questo una manifestazione del regime relativa alla lotta alla mafia, sostenendo che la presenza dei rappresentanti dello Stato avrebbe dovuto servire da riferimento ai contadini,  per cercare di bloccare il circolo vizioso, per arrestare quel meccanismo perverso che ho descritto prima, per il quale il contadino avrebbe preferito rivolgersi al rappresentante della mafia piuttosto che a quello dello Stato. Se questo può essere considerato verosimile per i “villaggi”, dove la dimora del contadino e la stazione dei Carabinieri si sarebbero trovate separate da poche decine di metri, è un po’ più difficile da credere per ciò che riguarda il sistema dei borghi, che poneva i servizi a chilometri di distanza sia dalle case sia dai luoghi di lavoro. Ma esporrò più in dettaglio il concetto quando descriverò i borghi della quinta fase; adesso, siamo solo alla terza, la prima dell’”Era Fascista”.



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