martedì 20 novembre 2012

LA VIA DEI BORGHI.0: Introduzione



Se Tu, Lettore, dovessi già avere cognizione riguardo ai borghi rurali siciliani, ed informazioni riguardo alla loro storia ed alla loro evoluzione, starai magari pensando che io abbia, almeno nel titolo, spudoratamente copiato dal programma dell’ESA, esistente da non meno di tre anni, che si occuperebbe della rivalutazione dei borghi di Sicilia. E ne avresti tutte le ragioni, perché infatti è così. Ma ciò non è una sorta di plagio, eseguito per mancanza di fantasia o di originalità; oltretutto, l’espressione “la via dei borghi” non incontra neanche il mio gusto. L’uso della frase è voluto, ed ha un motivo; desidero esporlo nel seguito, anche se dovesse magari risultare poco interessante.

 Se per caso dovessi avere letto l’introduzione sulla mia ricostruzione del tracciato ferroviario Palermo-Camporeale, è possibile che tu abbia un ricordo, anche vago, di cosa mi abbia affascinato particolarmente di quella linea ferroviaria: il fatto che diversi elementi che ne fanno parte mi fossero familiari da diverse decine di anni, ma che avessi scoperto da poco che essi rappresentavano parti di un’unità. E che l’impulso che mi aveva spinto alla ricostruzione fosse il bisogno di ricostruire quell’unità, e di verificare in che modo luoghi e strutture a me note mi conducessero alla fine dove non ero mai stato. 

Il fatto che un viadotto sotto il quale ero passato migliaia di volte fosse (o fosse stato) fisicamente collegato ad un altro viadotto che non avevo mai visto, o ad edifici nei pressi dei quali ero transitato migliaia di volte senza accorgermi neppure che esistessero mi affascinava; ma… che dire, che pensare, quando il filo di collegamento non è fisico? Quando altre entità sono collegate tra loro nello spazio e nel tempo ma il collegamento è concettuale? E’ ugualmente affascinante scoprire l’esistenza di un tale collegamento?

Fin da piccolo, trovavo particolarmente suggestivo un piccolo gruppo di edifici che sorge, isolato, in una località chiamata “Bellolampo”. Il paesaggio della zona è particolarmente brullo, quasi “lunare”, e quegli edifici sembrano fuori luogo, lì. Li trovavo tanto surreali che una volta, nella seconda metà degli anni Ottanta, mi recai sul posto di notte per tentare di fotografare alla luce della luna una specie di cappelletta che si trova tra essi. Il risultato, su pellicola Ektacrome 400, non fu soddisfacente.




 Qualche anno più tardi, ottenni un incarico di lavoro a Marsala, ove mi recavo due volte la settimana. Dall’autostrada, nei pressi dell’uscita per Fulgatore, si vedeva un poggio sulla sommità del quale c’erano degli edifici, una chiesa, ed un grande arco, isolato; vederli di sera, illuminati da luci arancio, direzionali, era di grande effetto.  Ed ogni volta che passavo da lì, mi chiedevo quale fosse il significato di quelle costruzioni in una zona a scarsa densità abitativa. E pensavo che mi sarebbe piaciuto andare a vedere di che si trattasse esattamente, tornando appositamente sul luogo. Mi ripromisi di farlo, magari munito di fotocamera; ancora l’esperienza non mi aveva insegnato che le promesse di questo tipo, fatte a sé stessi, difficilmente vengono mantenute. Ma stavolta le cose erano destinate ad andare diversamente.

Non molto tempo dopo, scendendo, insieme ad altri,  con la moto da enduro sul versante Sud di Rocca Busambra mi accadde di imbattermi in qualcosa di insolito. Era inizio primavera, il paesaggio era verdissimo, ed il sentiero conduceva ad un pianoro, affacciato sulla vallata sottostante. Al centro di quella distesa di erba compatta, nella quale si snodava il sentiero, si trovava un’area perfettamente delimitata, senza erba, sulla quale sorgevano diverse costruzioni in pietra, disposte ordinatamente. Passai così nel bel mezzo di ciò che sembrava un minuscolo villaggio disabitato; l’impressione che dava era che un gruppo di persone avesse deciso di stabilirsi in un posto isolato dal resto del mondo, ma poi per qualche motivo fosse stato costretto ad abbandonare le abitazioni. Ed anche questo  apparve così surreale, che mi ripromisi di ritornarvi in un’altra occasione, senza amici, ma in compagnia della macchina fotografica. Ed anche per questa promessa, vale quanto detto sopra.

Qualche anno dopo mi accadde di trovarmi, per motivi “sportivi”, nella zona della costa Nord-Est del lago Poma, dove ebbi occasione di vedere delle costruzioni straordinariamente simili a quelle presenti a Bellolampo, ma sulle quali si leggevano distintamente motti chiaramente risalenti al periodo del governo fascista.
Per i medesimi motivi, poco più tardi cominciai a frequentare assiduamente la zona di Fulgatore, e così una sera ebbi la possibilità di guardare la chiesa e le altre costruzioni poste dietro l’arco, illuminate dalle luci direzionali. Vi erano una chiesa, un ufficio postale, qualcosa che sembrava una scuola, un paio di altri edifici. Alla base del poggetto su cui sorgevano vi era uno sparuto gruppo di case: era Ummari, frazione di Trapani. L’arco e gli edifici dietro di esso, in uno stile completamente diverso dalle case di Ummari, avevano anch’essi un’aspetto surreale; ma devo confessare che non fui in grado di comprendere il significato di tutto ciò.
La zona che frequentavo da quelle parti non era comunque esattamente Fulgatore, ma Montagna Grande, alle cui falde si trova il lago Rubino; sebbene questi non sia altro che un piccolo bacino artificiale, la zona naturalisticamente è bellissima. Lungo le strade che corrono alla base della montagna  vi erano diversi cartelli direzionali che indicavano “BORGO FAZIO”. La cosa mi incuriosiva non poco. A vista, non c’era assolutamente nulla; ed ancora una volta mi ripromisi di andare a vedere di che si trattasse, nel solito, imprecisato, futuro.

Ancora anni più tardi (diversi, questa volta), una persona appartenente al mio ambiente di lavoro mi raccontò di un piccolo villaggio abbandonato, tra San Cipirello e Corleone, sugli edifici del quale si vedevano ancora le insegne degli esercizi commerciali, e mi consigliò di andarlo a vedere; la mia mente ritornò istantaneamente a ciò che avevo visto anni prima nei pressi di Rocca Busambra, e dissi a quella persona ed a me stesso che sì, sarei andato, ma che esistevano delle priorità, intendendo con questo che sarei prima dovuto tornare presso il villaggio abbandonato che avevo attraversato più di quindici anni prima. Però in cuor mio sapevo, o credevo di sapere che non avrei più visto il primo, e probabilmente mai visto il secondo.

Veniamo a tempi ancora più recenti adesso, quelli della ricostruzione della Palermo-Camporeale, che per  una serie di curiose coincidenze (o per una sorta di disegno cosmico, per coloro a cui piace credere a queste cose) sembra essere la radice di tutto. Quando cominciai la ricostruzione dell’ultimo tratto, poco prima di Camporeale, mi rimase impressa nella menta la vista delle costruzioni  sul poggio che si erge in contrada Balletto, a Nord del quale si trova appunto la fermata Balletto della ferrovia. Erano degli edifici che, vicini tra loro, sorgevano comunque isolati sul poggio, chiaramente disabitati, dall’aspetto relativamente moderno, tutti diversi tra loro, che sembravano in discreto stato; l’aspetto e l’ubicazione apparivano   inusuali. Che significato potevano avere? Ed ancora una volta, mi ripromisi di andare a vedere, armato di macchina fotografica. Questa volta, però, mantenni la promessa. E, come in un cerchio che si chiude, ripresi le mie foto, come quella notte a Bellolampo.

Ma non sapevo assolutamente che in realtà stessi chiudendo  un cerchio. Il luogo si rivelò anche più affascinante delle aspettative, però non avevo idea di cosa stessi guardando e fotografando.  Soprattutto, non avevo idea del fatto che esistesse un legame tra questi episodi, un legame lontano nel tempo, che esisteva ancor prima che nascessi.
Sia prima dell’escursione fotografica, sia e soprattutto dopo, chiesi ripetutamente a persone originarie di territori limitrofi cosa fossero quelle costruzioni, ma ottenni risposte che non trovavo plausibili: un convitto, case per i contadini, un distaccamento militare… risposte largamente insoddisfacenti soprattutto perché non fornivano una spiegazione valida della presenza del balconcino sulla torre presente nel complesso, chiaramente progettato perché una sola persona vi potesse comparire, evidentemente per parlare a coloro che stavano nel piazzale sottostante.

Probabilmente starai inorridendo Lettore; starai inorridendo per l’ignoranza mia e dei miei interlocutori. Probabilmente, le persone alle quali chiesi erano le uniche in Italia, ed anche fuori di essa, che non sapessero cosa fosse un borgo rurale fascista. Oltre me, naturalmente.

La mia ignoranza perdurò fino al febbraio del 2012. Non ricordo il giorno preciso (ricordo però che fosse un martedì), ma una sera mi accadde di vedere, per caso (anche se sempre coloro a cui piace credere  a queste cose direbbero che nulla accade per caso) la presentazione di un programma che sarebbe stato mandato in onda il sabato successivo su RAI3; e nel corso del programma vennero mostrate le immagini di ciò che avevo fotografato due anni prima, senza sapere cosa fosse. Il sabato guardai il programma; esso era basato sul progetto ESA denominato appunto “la via dei borghi”. Nel programma ci si riferiva al luogo che avevo fotografato come a “borgo Borzellino”; appuntai meticolosamente ciò che avevo udito, perché c’era ancora qualcosa che non mi era chiaro. Conoscevo infatti bene le carte IGM che raffiguravano il luogo, e nessun “borgo Borzellino” vi era segnalato. Pensai allora che la denominazione non fosse usuale, che ci si potesse riferire al luogo più usualmente in altro modo, e che le costruzioni di Balletto potessero essere una delle tante opere incompiute manifestazione degli sprechi che flagellano l’Italia, oggi per permettere a qualcuno di arricchirsi, ieri per fare propaganda, ma pescando sempre e comunque nelle tasche dei cittadini.
Così, terminato il programma, passai direttamente al PC chiedendo gentilmente ai motori di ricerca di Google (che, ancora per chi crede a queste cose, sarebbero basati su algoritmi progettati dagli extraterrestri) di cercarmi qualcosa su borgo Borzellino.

Un intero, nuovo microcosmo si dischiuse davanti ai miei occhi.

E davanti ad esso provai un misto di inadeguatezza, rabbia ed imbarazzo; se ti dovesse essere capitato, Lettore, di scoprire che c’è qualcosa che tutti sanno all’infuori di te, capirai ciò che intendo.
Ed appresi così che c’è un grande e diffuso  interesse per questo microcosmo, interesse che travalica i limiti nazionali. Cominciai a cercare, e così seppi che uno dei siti Web che trattano l’argomento in maniera più sistematica è mantenuto da un americano, Joshua Samuels, della Stanford University.
Scoprii a poco a poco l’esistenza di un unico filo che legava gli episodi della mia vita prima descritti; e come avvenne per la Palermo-Camporeale desiderai conoscere compiutamente l’estensione di quel filo, da dove esso originava e dove conduceva. Presi atto del fatto che sebbene molte persone mostravano, o avevano mostrato di interessarsi all’argomento, le fonti erano davvero poche. E quelle poche spesso venivano malamente consultate; ma soprattutto, come spesso accade in questi casi, molto si risolveva nel copiare e ricopiare sempre le stesse cose, non curandosi di verificare cosa si stesse scrivendo.

Decisi così che se volevo davvero ricostruire quel filo dovevo sbrigarmela da solo; dovevo essere io a cercare, e non delegare ad altri. “Chi vuole vada, chi non vuole mandi” recita un vecchio adagio. E poiché io volevo, sono andato. Per tutta la Sicilia. E’ stato molto bello ed appassionante, un’evasione dalla quotidianità difficile da ottenere altrimenti. Ed ho così scoperto cose che a me sono sembrate interessanti, Lettore, e volevo per questo condividerle con Te; ma sempre con il medesimo spirito: la pretesa non è quella di scrivere una pubblicazione, ma di fare quattro chiacchiere e mostrare quattro fotografie. E come sempre, sarò lieto se mi seguirai lungo il filo della “via dei borghi”.

L'estremità del filo

  Quando cominciai le mie trasferte, sapevo già che ne avrei scritto sul blog; ma l’intenzione iniziale era quella di visitare solo alcuni siti, scelti tra quelli più facili da raggiungere. Ritenevo che avrei scritto un paio di post, seguendo la classificazione di Joshua Samuels e mostrando qualche foto rappresentativa.
Strada facendo, il progetto è divenuto più ambizioso. I motivi di ciò sono molteplici. Uno è che girare per tutta la Sicilia è stato molto gradevole, soprattutto in primavera, ma anche in estate, ed ho desiderato prolungare ulteriormente questo piacere.

Ma il motivo principale è un altro.

Dal punto di vista delle nozioni, il sito di Samuels è scarno. Fornisce delle informazioni di estremo valore per chi non ha mai sentito parlare dei borghi, e tutte condensate nelle pochissime righe che accompagnano la descrizione di ogni singolo borgo. Ma dal punto di vista del contesto storico, è difficile desumere qualcosa dai contenuti del suo sito.
Il libro di Antonio Pennacchi, “Fascio e martello - Viaggio per le città del Duce, Laterza” del 2008, che tratta l’argomento, si colloca per certi versi ad un'altra estremità. Nulla di più rispetto al sito di Samuels  relativamente ai borghi, ma maggiori informazioni relative  al contesto storico. Il libro è però parziale; e d’altra parte trovo giusto che lo sia. Antonio Pennacchi è “fascio comunista”, e dire che questo traspare dal libro è un’espressione estremamente riduttiva.  In linea di principio, prima di iniziare questa avventura probabilmente ero anch’io “fascio comunista”; ma io non cercavo conferme alle mie convinzioni, cercavo fatti. Non prove della correttezza della mia visione, ma una visione più corretta possibile. Ed è per avere questa che  cominciai a cercare di procurarmi altre informazioni, nel maggior numero possibile, ritenendo affidabili le affermazioni che, provenendo da fonti diverse, fossero equivalenti, e scartando quelle chiaramente di parte.

E da dove iniziare una simile ricerca nel ventunesimo secolo, se non dal Web?

Bene, se Tu, Lettore,  avessi condotto una tale ricerca, ti saresti imbattuto in una situazione frequentissima in rete: la stragrande maggioranza dei rifermenti reperibili è riconducibile a due sole fonti, ripetutamente e pedissequamente copiate e ricopiate, che consistono  in null’altro che elenchi, contenenti nomi e località. Uno è una voce di Wikipedia; l’altro è un allegato contenuto in una proposta di legge  d’iniziativa dei deputati Rampelli, Ronchi, Ricciotti, Menia e Buontempo, presentato il 22 dicembre del 2005.

Ed ambedue sono  pieni di inesattezze, di incongruenze, ridondanze. In una parola, errati.

In particolare, la proposta di legge prevedeva “interventi per la salvaguardia e il recupero delle citta` e dei nuclei di fondazione ” ma sopratutto la relativa copertura finanziaria (25 milioni di euro per il triennio 2005-2008), da eseguirsi su luoghi di cui alcuni sono inesistenti, almeno per ciò che riguarda la Sicilia. E d’altra parte, Lettore, c’è da comprenderli. I nostri deputati sono un numero ridottissimo rispetto alle necessità, oberati di lavoro, e percepiscono una miserevole retribuzione. Per persone che lavorano in queste condizioni, sfruttate e sottopagate, l’essere approssimativi e commettere qualche inesattezza è comprensibile; l’impegno e le capacità devono in un certo modo essere commisurate al compenso.

Ma la voce di Wikipedia in questo non è da meno (almeno però, non è frutto del “lavoro” di deputati). Essa elencava sotto la voce “città e nuclei fondati durante il Fascismo”,  sessantacinque toponimi soltanto in Sicilia, un numero più che doppio di quelli trattati da Joshua Samuels, sebbene quest’ultimo si fosse occupato soltanto di borghi rurali. Nelle ultime revisioni della voce, l’elenco è stato rimosso; ma le copie (anzi le scopiazzature) di esso continuano a girare per la Rete, riportate su forum e siti che hanno fatto riferimento ad essa per trattare l’argomento. Anche nell’elenco di Wikipedia sono presenti diverse ridondanze, ma tolte quelle, il numero rimane elevato, superiore a sessanta. Di alcuni borghi sembrava non esistere alcuna traccia ulteriore, ed erano addirittura difficili da localizzare.

Pertanto, mi restava solo una cosa da fare:  verificare ogni cosa personalmente. E La tecnica non poteva che essere analoga a quella utilizzata per i tracciati ferroviari, e cioè  GoogleEarth, carte IGM e sopralluoghi. Cominciando a seguire  il filo partendo da un’estremità, ho cercato di risalire all’estremità opposta; pensando che vi avrei trovato una lista, se non completa, almeno corretta. Così facendo, mi è invece capitato di imbattermi in qualcosa di anomalo, inaspettato, interessante e coinvolgente.

L'Errore


Una delle anomalie rilevate, che in questo tipo di ricerca assume a mio parere un'importanza fondamentale, e da cui forse ne derivano, almeno in parte, altre, è quella che io chiamo "l'Errore": è una alterazione della memoria collettiva per la quale, da parte di molti, viene attribuita al regime fascista la realizzazione di opere che possono essere (raramente) antecedenti o (frequentemente) susseguenti al periodo in cui Mussolini fu capo del governo.
Mi sono anche fatto un'idea del  perchè dell'Errore, ma ciò che qui un'importanza fondamentale non risiede tanto nelle motivazioni di esso quanto nelle sue conseguenze. Infatti, l'Errore è causa, in assenza di documenti, di un'erronea datazione delle opere, da cui discende un'altrettanto erronea classificazione. Ed un'erronea classificazione falsa la valutazione storica della riforma agraria, nell’ambito della quale i borghi vennero realizzati.

Dalla costituzione del Regno d'Italia ai nostri giorni, le leggi di riforma agraria si trovano scritte sulle Gazzette Ufficiali; ma dal punto di vista storico, questo è l'aspetto formale che i vari governi che si sono succeduti hanno voluto mostrare alla popolazione. Dal punto di vista sostanziale, le politiche agrarie (e non solo) devono essere valutate sulla scorta dei dati relativi alle effettive realizzazioni, e della effettiva utilità  di queste.

Risulta chiaro allora come la classificazione divenga qui di importanza fondamentale. Nel corso della mia ricostruzione, mi sono imbattuto nell'Errore più di una volta, ed all'inizio non l'ho riconosciuto come tale; pertanto, mi sembrava che le incongruenze stessero nel mio metodo, e non nelle informazioni che ottenevo da altre fonti. Poi ho compreso quale fosse la realtà dei fatti, e da ciò ne è derivata direttamente la necessità  di una consultazione intensiva e sistematica della documentazione d’archivio disponibile.
E ciò ha evidentemente comportato l’estensione, a dismisura, di quello che era il piano originale; ma ha generato anche, alla fine, il processo mentale che ha consentito di rimettere al loro posto i tasselli del mosaico.
Ed è proprio questo processo che  vorrei raccontare qui; ma  una delle difficoltà maggiori si è rivelata quella relativa alla struttura da dare al racconto. Infatti, si potrebbero individuare  diversi approcci al problema, cui corrisponderebbero diversi modi di vedere e di descrivere. Si potrebbe vedere la cosa da un punto di vista cronologico, da un punto di vista politico, da un punto di vista geografico, economico… diversi percorsi da seguire che, come un fascio di rette, avrebbero un solo punto in comune: i borghi fascisti.
 Ho allora deciso di seguire un percorso logico, nella speranza che riesca in un certo modo a comprendere tutti gli altri, magari lasciandone fuori i dettagli ma includendo le tappe fondamentali. Cercherò di fornire una descrizione nella quale ogni elemento che ho osservato contribuisca a costituire un quadro coerente, ogni fatto di cui sia venuto a conoscenza abbia una spiegazione che non risulti mai contraddittoria. Poiché la descrizione sarà cronologica, sarei tentato di definirlo “percorso storico”, ma una tale definizione è troppo ambiziosa e non mi si addice. Soprattutto perché in Storia sono tutt’altro che esperto; e questa espressione è ancora in realtà un eufemismo, usata dove se volessi  essere franco dovrei invece affermare di essere totalmente ignorante. Ma questa storia mi è servita anche per essere meno ignorante, e non solo riguardo all’esistenza dei borghi rurali fascisti.






giovedì 20 settembre 2012

LA VIA DEI BORGHI: Sommario


La Sicilia, Lettore, vanta diversi primati tra le regioni italiane. E’ quella che presenta la superficie maggiore, possiede la rete stradale di maggior estensione,  ed è la regione nella quale il latifondo è stato, da sempre, maggiormente rappresentato. La forma verbale utilizzata, “vantare”, è solo un modo di esprimersi; in realtà, non vi sarebbe nessun vanto nelle condizioni summenzionate. Esse però hanno una conseguenza notevole: è possibile scorrazzare in lungo ed in largo per tutta l’isola, traendone un’impressione di vastità che eccede la reale condizione geografica



Si può viaggiare per centinaia di chilometri, al suo interno, senza mai vedere il mare e, ancora oggi, in alcune località, senza incontrare anima viva


 ciò, beninteso, se si è disposti a rischiare l’incolumità del proprio mezzo. Allo sviluppo in lunghezza della rete stradale infatti non corrisponde un pari livello di civiltà, cosicchè lo stato del manto stradale è paragonabile a quello che si può trovare nelle regioni più retrograde del Medio Oriente. E quando simili spostamenti avvengono provenendo dalle città costiere, risulta marcato il contrasto tra l’alta densità abitativa di esse con l’insopportabile traffico cittadino, e la pace che regna in certi luoghi dell’interno




Nonostante lo stato di manutenzione delle sue strade non differisca da quello descritto per l’interno (a volte è anche peggiore), infatti, Palermo risulta essere la città più caotica del globo in termini di traffico automobilistico. L’assoluta inadeguatezza degli assi viari, la totale assenza di parcheggi, l’inesistenza di qualunque cosa assomigli lontanamente ad un servizio di trasporto pubblico, ed una gestione della circolazione stradale basata su criteri che oscillano tra comicità demenziale e surrealismo rappresentano infatti la scusa perfetta per gli automobilisti palermitani per sfoggiare tutta la maleducazione di cui sono in possesso, che appare infinita




Nello stesso modo forniscono, al politico di turno, l’opportunità di lucrare, da un lato riempiendo le casse comunali con i proventi di tanto penalizzanti quanto inutili sanzioni amministrative, per poi svuotarle dall’altro  con la realizzazione di opere  altrettanto inutili e penalizzanti per gli spostamenti di chi lavora dimostrando più completo dispregio per tali esigenze, verosimilmente derivante dal disconoscere totalmente il significato pratico del verbo “lavorare”. Il “sistema Tram”, il cui unico effetto è finora stato quello di ridurre ad un budello le uniche strade cittadine che ancora presentavano dimensioni se non adeguate al traffico, almeno accettabili, può essere considerato un esempio paradigmatico di quanto esposto




A tali condizioni da girone infernale fa da contraltare il senso di isolamento  che suscitano gli spostamenti in certe contrade



qui l’espressione “senso di isolamento” non vuole avere alcuna connotazione negativa, riferendosi anzi alle poche possibilità che la Sicilia offre per sottrarsi momentaneamente ad una qualità di vita quotidiana indegna di un paese occidentale, così infima da travalicare i limiti della civiltà




Durante tali peregrinazioni, non solo la presenza umana si fa poco frequente, ma anche i segni di essa si diradano; vi sono diverse zone nelle quali le uniche costruzioni visibili sono piccole abitazioni rurali, o ciò che rimane di esse, che sorgono isolate sulle pendici di colline o sulla sommità di alture



Più raramente, accade di scorgere agglomerati di edifici tra i quali, a volte, è riconoscibile il campanile di una chiesa



essi rappresentano il nodo di intersezione, il punto in cui avviene la sintesi tra le condizioni sopra menzionate, quella geografica, quella infrastrutturale e quella sociale.

Tali agglomerati di edifici, proprio a causa della posizione appaiono almeno suggestivi, quando non addirittura metafisici. Essi incuriosiscono e sollecitano la fantasia, e non solo la mia, a giudicare da quante persone mi abbiano chiesto informazioni, o abbiano semplicemente asserito di averli notati. Sono borghi rurali, che in Sicilia costituiscono il luogo virtuale nel quale le tre condizioni citate sopra, vastità, strade e latifondismo, si incontrano.

Alcune persone non sono, per carattere, in grado di esimersi dal cercare le risposte alle domande che inevitabilmente fanno seguito alla curiosità, ed io sono tra questi. Troverai qui una breve descrizioni di quale impulso interiore mi abbia spinto ad intraprendere questo viaggio. Ciò che non mi aspettavo era la sua evoluzione; la breve escursione presso alcuni tra i borghi dell’isola è divenuta un viaggio nel tempo e nello spazio, che mi ha catapultato nella Sicilia medioevale, costringendomi poi a risalire velocemente il corso degli eventi fino al ventesimo secolo. E durante il viaggio nel tempo ho avuto modo di rendermi conto del come e del perché la Sicilia sia divenuta ciò che è. Ho avuto modo di constatare come certi legami tra situazioni, certi nessi di causa ed effetto siano molto più stretti di quanto non appaia ad un’analisi più superficiale. Ritornato nel ventunesimo secolo mi sono reso conto (non senza un certo sgomento) delle dimensioni che aveva assunto il frutto delle mie esplorazioni, e della conseguente necessità di una sintesi; questo post intende appunto rappresentare una tale sintesi, sotto forma di sommario, con collegamenti che puntino ai vari, singoli, argomenti, o che vi punteranno quando verranno scritti.

La necessità di una tale sintesi si è comunque manifestata gradatamente, crescendo in maniera proporzionale alla mole dei dati raccolta. Molto prima che si materializzasse in questo post, essa aveva già assunto le forme di una classificazione. Non avendo personalmente né la veste, né le cognizioni per classificare ciò che vedevo, non ho potuto che riprendere i criteri di chi mi ha preceduto. La mia classificazione, che trovi qui, deve necessariamente riprendere in qualche modo i criteri adottati da coloro che hanno comunque costituito un riferimento durante lo svolgimento del mio impegno.

La classificazione segue, anche se non strettamente, un criterio temporale per catalogare i siti visitati. Uno degli aspetti importanti dell’adozione di tale criterio risiede nella possibilità dell’eliminazione di un errore di fondo presente nella memoria collettiva, che attribuirebbe al regime fascista la fondazione di centri che in realtà è avvenuta in tutt’altro periodo. Il fenomeno è così eclatante che ho voluto identificarlo usando il termine di “Errore”, con la “E” maiuscola. Dietro l’Errore vi è fondamentalmente il dato di fatto che il regime fascista fu la prima forma di governo ad esprimere una reale attenzione verso la classe contadina, ed a concretizzare tale attenzione con un piano di riforma. Pertanto, per i contadini siciliani, l’identificazione tra opere di riforma agraria e Mussolini è divenuta totale; troverai sempre qui una breve disamina delle cause che potrebbero aver generato l’Errore.

Una descrizione di ciò che ho veduto in questi anni non poteva prescindere da una seppur breve menzione di ciò che era accaduto precedentemente al Ventesimo secolo; ma soprattutto, non poteva prescindere da una breve descrizione dei rapporti tra latifondo e mafia rurale. Ho riassunto qui origini ed evoluzione di tali rapporti senza alcuna pretesa di correttezza o di completezza; l'argomento viene comunque ripreso più volte nel corso della descrizione delle singole fasi.

Ho infatti ritenuto che la classificazione da adottare dovesse operare una suddivisione in fasi; l'Ente per la Colonizzazione del Latifondo Siciliano, formalmente nato nel 1940, rappresenta il fulcro di essa.

 
Le fasi anteriori al ventesimo secolo

Durante la prima fase  furono creati borghi come città di fondazione, che poi evolsero in vere e proprie cittadine; gran parte dei paesi dell'interno della Sicilia ha avuto origine in tal modo




I borghi rurali fondati allora non conservano però nella stragrande maggioranza dei casi, le caratteristiche originarie




Queste sono in qualche modo riconoscibili negli impianti dei centri storici, che costituiscono il nucleo originale attorno al quale si é sviluppato il resto dell'abitato



La seconda fase, con la quale si giunge a ridosso del ventesimo secolo, ha visto nascere spontaneamente altri borghi, di solito nelle adiacenze di bagli e masserie, anche se questa non è una regola assoluta
Numerosi sono i borghi nati spontaneamente durante tale fase. Alcuni sono stati raggiunti dall’espansione di centri maggiori ed inglobati in questi ultimi; pochi sono stati abbandonati, vivendo l’ultima parte della loro esistenza come “paesini fantasma”



Ma la maggior parte sono ancora abitati, anche se da pochissime persone, e ben riconoscibili nell’impianto; qui puoi trovare una breve descrizione delle prime due fasi.


La terza fase

La maggior parte dei borghi visibili ed immediatamente riconoscibili come tali é stata costruita nella prima metà del ventesimo secolo. Il regime fascista ha giocato un ruolo centrale nella loro realizzazione, ruolo che é culminato nella nascita dell'ECLS.

Il fascismo ha sempre mostrato particolare attenzione verso l’agricoltura. Forse, come espresso qui, non direttamente verso i contadini; ma sicuramente verso il mondo rurale globalmente considerato.

Diverse cause avrebbero motivato una tale attenzione.

La prima, forse la principale, di esse sarebbe stata comune al mondo intero. La cosiddetta  “globalizzazione” era lontana, nel tempo, quasi un secolo, e tutte le nazioni del mondo vedevano ancora nell’agricoltura la base del sostentamento materiale della popolazione. La simpatica abitudine di vivere vendendo telefoni cellulari e contratti per essi, ed ingerendo cibi coltivati a decine di migliaia di chilometri di distanza è recente; non era certo costume proprio delle popolazioni occidentali degli inizi del ventesimo secolo. Allora il modus vivendi era più tradizionale ed autoctono; quindi l’agricoltura risultava ancora, obiettivamente, la più importante delle attività umane.

Un’altra fondamentale motivazione risiedeva nella necessità di trovare un’occupazione per i reduci della prima guerra mondiale, rappresentati dall’Opera Nazionale Combattenti.

Nel corso del deprecato ventennio, si aggiunsero alle precedenti le necessità derivanti dall’autarchia e dalla limitazione delle importazioni. Ulteriori motivazioni si possono riscontrare in una sorta di particolare interesse che  Mussolini  sembrava nutrire nei confronti della società rurale. Tale interesse si sarebbe concretizzato anche in  iniziative volte a favorire il trasferimento della popolazione dai grossi centri urbani a piccoli centri rurali. 

Come viene più volte ribadito nel contesto di diversi post, non sono uno storico, non ho la pretesa di esserlo, né tantomeno ho la pretesa di condurre analisi storiche di una qualche validità; l’impressione che però ho tratto da ciò di cui sono venuto a conoscenza durante la mia avventura è che le problematiche inerenti all’agricoltura siano state, allora, valutate in una maniera più complessa di come lascino intendere certe sommarie descrizioni di ciò che accadde. Sicuramente in maniera più dettagliata ed approfondita di quella alla quale siamo stati abituati dai governi degli ultimi venti anni.

Contrariamente a ciò che è accaduto nel nostro (relativamente) recente passato repubblicano, infatti, chi venne chiamato ad occuparsi dei nuovi assetti da dare all’agricoltura italiana era riconosciuto come un esperto del settore; e ciò senza la necessità di scomodare i contemporanei “governi tecnici”, i quali, visti i risultati, di tecnico avrebbero anche ben poco. Seppur in una società antidemocratica e conservatrice come quella monarchica, diversi aspetti del problema vennero considerati, anche se non tutti, o almeno non tutti contemporaneamente. 
La condizione sociale, quella lavorativa, e la disponibilità materiale delle terre da coltivare dovevano necessariamente essere riconsiderate; e ciò era maggiormente vero in Sicilia, terra in cui la vita rurale era rimasta quella descritta dall’inchiesta di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, ed il possesso delle terre era saldamente mantenuto da pochi privilegiati, che al più estendevano tali privilegi a chi era in grado di stringere il giogo con maggiore energia.

La condizione del rurale era pessima da tutti i punti di vista; e lo era soprattutto quella del rurale siciliano. Totale dipendenza dal “padrone” senza alcuna garanzia, livelli di istruzione pari a zero, nessuna assitenza di tipo sanitario; mentre le terre rimanevano, spesso incolte, in possesso di un ristretto numero di persone.

Nel secondo decennio del ventesimo secolo, le questioni relative alle necessità dei reduci di guerra ed alle possibilità temporanea assegnazione di terreni incolti ai contadini vennero affrontate dall’Opera Nazionale Combattenti, e con la promulgazione del decreto Visocchi; un breve accenno ad ambedue viene fatto qui.

Le problematiche relative alla disponibilità delle terre presentavano due aspetti diversi. Uno era relativo alla proprietà dei terreni da assegnare; l’altro era inerente alle condizioni dei terreni. I due aspetti potevano intersecarsi, in quanto alcuni proprietari potevano mantenere  il possesso di terreni la cui condizione non ne consentiva l’utilizzo in senso agricolo.

Il processo di trasformazione delle terre non coltivabili, perché paludose,  aride o malsane , in terreno fertile introdusse il concetto di “bonifica integrale”.

Nel secondo decennio del ventesimo secolo, il concetto di bonifica integrale indicò la possibilità, in senso lato, della colonizzazione di un territorio, comprendendo anche le realizzazioni volte a risolvere anche le problematiche di natura sanitaria,  sociale ed economica del mondo rurale, cioè la lotta alla malaria, le strutture residenziali, quelle di servizio, e le opere necessarie al loro funzionamento. Le terre dovevano quindi essere non solo coltivabili, ma anche abitabili, consentendo così che venissero popolate. L’applicazione pratica di tale concetto trovò la massima espressione nella bonifica dell’Agro Pontino. Il regime, nel perseguire tali interessi, si avvalse di tecnici, tra i quali Arrigo Serpieri




per affrontare le problematiche connesse con la realizzazione pratica della bonifica integrale, mentre per popolare le terre cercò di spostare grandi gruppi di persone, o almeno, di incanalare i flussi migratori. Se quest’ultima  operazione poteva risultare semplice con gli ex combattenti, rimaneva difficoltoso per altri gruppi. Fu posta in atto una politica delle migrazioni interne, che prevedeva lo sfollamento delle città per popolare le campagne



Un accenno ad esse si trova qui 

In Sicilia, qualunque tentativo di risoluzione delle problematiche sopra menzionate si scontrava con un problema ben maggiore, apparentemente costituito dai proprietari terrieri, i grandi latifondisti. 
L’enormità del problema stava anche nel fatto che alcune famiglie mantenevano il possesso dei fondi da un millennio, e la proprietà degli stessi da un secolo; ma soprattutto consisteva nei rapporti che i latifondisti contraevano con la mafia rurale.

Riguardo a quest’ultimo problema, il regime fascista ritenne di poter individuare una soluzione nell’inviare in Sicilia Cesare Mori, il plenipotenziario “prefetto di ferro”; qui viene accennato alla vicenda.

Nel primo quarto del ventennio fascista, l’azione di rilancio dell’agricoltura, in Sicilia, si dimostrò alquanto scoordinata. L’attività principale consisteva nelle opere di bonifica stricto sensu (risanamento delle paludi, impianti per irrigazione dei terreni aridi, lotta alla malaria). Ciò avrebbe dovuto venire condotto assistendo i proprietari nelle opere di bonifica. L’assistenza sarebbe stata mediata dai Consorzi, e per fornirla venne fondato l’Istituto VEIII per la bonifica della Sicilia. La realizzazione dei centri rurali consistette in questa fase in un tentativo di riconversione, di riutilizzo, degli edifici costruiti per ospitare gli operai della bonifica; essa non si avvalse quindi dell’opera dell’Istituto VEIII




Troverai qui, Lettore, descrizione ed ubicazione dei villaggi costruiti nell’ambito della terza fase. Se leggerai il relativo post, potrai renderti conto di come i risultati di tale iniziativa siano stati fallimentari.



La quarta fase

Al termine della prima metà del ventennio l’azione pare farsi maggiormente incisiva, nella propaganda, ma anche nella pianificazione, compresa quella relativa alle migrazioni interne. 

Probabilmente all’inizio dell’esperienza fu ritenuto semplice ciò che in realtà non lo era. Le migrazioni interne, che sarebbero dovute avvenire spontaneamente sulla base di un incentivo, ottennero risultati inferiori alle aspettative. I metodi per sfollare le città si sarebbero dovuti sviluppare allora su binari paralleli: all’incentivo a migrare avrebbe dovuto corrispondere il disincentivo a rimanere.

In Sicilia, l’operazione si rivelava particolarmente difficoltosa, a causa di un particolare risvolto, non operante nelle altre regioni d’Italia. Mentre altrove il popolamento delle campagna spesso significava  il trasferimento di agricoltori in piccoli centri rurali, agglomerati di case costruite intorno ad nucleo di servizi essenziali (scuola, chiesa uffici) realizzando minuscoli villaggi a funzione mista (residenziale e di servizio)  in Sicilia il concetto di “borgo” doveva riguardare esclusivamente le strutture di servizio, con l’assoluto divieto di costruire gruppi di case coloniche, limitando così i contatti tra i singoli a luoghi di incontro ben determinati. Le dimore per le famiglie di agricoltori dovevano sorgere, isolate, sul fondo da coltivare.

Formalmente una tale filosofia viene fatta risalire al progetto di “Città Rurale” di Edoardo Caracciolo, ma sostanzialmente essa compare in Sicilia ben prima della formulazione dell’idea dell’architetto; e per una (strana) coincidenza tale concezione fa la sua comparsa poco dopo il termine delle operazioni condotte dal prefetto Mori. Infatti, almeno un decennio prima della pubblicazione del testo di Caracciolo veniva già enfatizzata l’assoluta necessità di disperdere le famiglie contadine sul territorio. Perché mai un tale atteggiamento? E perché tale necessità non sembrava emergere in altre regioni d’Italia?

Nei fatti una tale concezione della società rurale siciliana si trova negli scritti di Guido Mangano, allora direttore dell’Istituto VE, per il quale, ai fini del “bonificamento” risultavano indispensabili “il trasferimento e la fissazione dell’intera famiglia colonica sulla terra



All’inizio degli anni trenta, l’Istituto comincia ad occuparsi in maniera sistematica della progettazione delle infrastrutture. E’ all’interno di esso che vengono concepiti i concetti, poi trasposti in criteri più rigorosi, che daranno origine ai borghi costruiti a metà del ventesimo secolo.
Mangano chiaramente avverserà la riconversione dei villaggi operai, riconversione che avrebbe dato luogo a borghi misti. Ma, praticamente, (quasi) nessuna realizzazione si deve all’Istituto VEIII. I “borghi” costruiti durante quella che ho denominato “quarta fase” sono in realtà anch’essi villaggi riconvertiti, ma progettati in maniera da essere funzionali alla riconversione. Poiché consistono in diverse case coloniche (originariamente case cantoniere) più un edificio servizi, non seguono i dettami dell’Istituto VEIII relativamente alla dispersione degli agricoltori sul territorio. Anche la loro origine non ha quindi nulla a che vedere con l’Istituto



I villaggi di case cantoniere siciliani sono confinati alla provincia di Palermo; nascono come iniziativa sperimentale della Provincia, in cui la parte fondamentale dell’esperimento sembra consistere nel tentativo di convincere i cantonieri a divenire rurali. Furono costruite nell’ambito della realizzazione delle strade provinciali (che erano equiparate a strade di bonifica), e gran parte di esse sono tuttora proprietà della Provincia di Palermo. Troverai qui l’elenco dei siti, le immagini e l’ubicazione di essi. 
Al di fuori della provincia di Palermo esistono almeno altri due siti consistenti in minuscoli villaggi di case cantoniere; ma non sembra che essi siano stati costruiti con l’intenzione di farli divenire villaggi agricoli. Sono stati “centri rurali”, nel senso che hanno svolto la funzione di abitato autonomo, in campagna, lontano dai centri urbani; ma non pare che siano mai stati orientati all’agricoltura, se non relativamente alle sole necessità degli abitanti, analogamente a quanto avveniva presso altre case cantoniere, comprese quelle lungo le linee ferroviarie. 

Prescindendo dagli eventi strettamente confinati alla Sicilia, comunque, durante la prima metà del Ventennio si fa progressivamente più pragmatico l’approccio a tutte le problematiche che la bonifica integrale coinvolge. Dalla sanità




all’istruzione




passando per le politiche gestionali




Tutto ciò, in Sicilia, culminerà nel propagandistico “Assalto al Latifondo”.


I villaggi minerari

Sono stati qui brevemente menzionati anche i villaggi minerari progettati dal regime. Nel post viene manifestato il concetto che mi ha condotto ad includere tali realizzazione nella serie sui borghi rurali. Ma al di là dei caratteri comuni che riguardano l’ubicazione, in campagna, e gli occupanti, anch’essi esponenti del proletariato, vi è un’ulteriore motivazione che mi ha spinto a menzionarli. Nel corso della visita ad uno di essi, infatti, mi sono imbattuto in una delle più eclatanti manifestazioni dell’Errore. L’edificazione dei villaggi minerari, infatti, sebbene pianificata dal regime fascista, avvenne quasi interamente nel dopoguerra.


Un fenomeno del quale non ho trovato ancora spiegazione è che più del novanta percento degli accessi al post sui villaggi minerari avviene dal Brasile; ne ho dedotto che avrò inconsapevolmente inserito qualcosa, nel post, che deve avere un significato particolare in portoghese.


La quinta fase

 Nel gennaio del 1940, formalmente, l'Istituto Vittorio Emanuele per la Bonifica della Sicilia transitò nel neonato Ente per la Colonizzazione del Latifondo Siciliano; sostanzialmente, però, tale transito era avvenuto più di tre mesi prima. Lo scopo dell'ECLS non era solo quello di assistere i proprietari nelle opere di bonifica, ma anche quello di supportarli nella realizzazione delle infrastrutture, ma soprattutto quello di sostituirsi ad essi in tali realizzazioni se essi fossero stati inadempienti. L'ECLS avrebbe dovuto curare la realizzazione delle opere di competenza pubblica e contribuire a quelle di competenza privata. Nel caso uno o più proprietari fossero stati espropriati, l'ECLS sarebbe divenuta nel contempo anche parte privata




Alla direzione dell’ECLS fu posto Nallo Mazzocchi Alemanni già ispettore dell’ONC ai tempi della bonifica dell’Agro Pontino, e che prima ancora (come, del resto, Mangano) aveva prestato la propria opera professionale nelle colonie



Nonostante non vi fosse più Guido Mangano alla guida dell’Ente che si occupava di quella che a tutti gli effetti assumeva aspetto e funzioni di una riforma agraria, e nonostante Mazzocchi Alemanni avesse dichiaratamente orientamenti diversi riguardo all’assoluta necessità di isolare gli agricoltori


i borghi progettati (e realizzati) dall’ECLS continuarono a seguire la filosofia dell’Istituto VEIII, che anzi trovò una codifica ufficiale nella “Città rurale” di Caracciolo. I borghi ECLS furono quindi esclusivamente “borghi di servizio”, privi di unità abitative per i contadini, anche se in qualche caso l’impostazione del borgo, pur rimanendo il nucleo formalmente costituito dagli edifici di servizio, sostanzialmente si configurava come borgo a funzione mista.

La motivazione del persistere di una tale impostazione, nonostante le diverse convinzioni del Direttore dell’Ente, appare inspiegabile; tanto più che Mazzocchi Alemanni mostrava, nell’incarico che gli era stato assegnato, autonomia decisionale e determinazione, le stesse che aveva esibito durante la bonifica dell’Agro Pontino.
Nel primo anno di attivitá, l'ECLS realizzó otto borghi rurali, uno per provincia, con l'esclusione della provincia di Ragusa: Borgo Schiró (PA), Borgo Bonsignore (AG), Borgo Fazio (TP), Borgo Gattuso (CL), Borgo Cascino (EN), Borgo Giuliano (ME), Borgo Rizza (SR),  e Borgo Lupo (CT), dando così inizio a quella che ho denominato quinta fase



Questa proseguì con la progettazione e l'inizio della costruzione di altri sette borghi: Borgo Guttadauro (CL), Borgo Bassi (TP), Borgo Borzellino (PA), Borgo Callea (AG)Borgo Caracciolo (CT), Borgo Ventimiglia (CT), e Borgo Fiumefreddo (SR)




Sempre nell'ambito della quinta fase si era pianificata la costruzione di altri quattro borghi, di cui tre in provincia di Palermo. Essi non verranno mai realizzati sebbene alcune fonti li riportino come esistenti: pertanto la loro descrizione avviene nell'ambito di un unico post, intitolato "I fantasmi dell'ECLS".

La costruzione dei sette borghi iniziati nel 1941 fu interrotta dalla seconda guerra mondiale e riprese, con alterne vicende, al termine del conflitto




Mazzocchi Alemanni era fondamentalmente un dirigente “allineato”




alla caduta del regime conseguì la sua sostituzione nell’incarico di direzione con il “comunista” Mario Ovazza, come viene definito da Joshua Samuels nella sua tesi di dottorato.
In realtà, l’ing. Mario Ovazza  aveva partecipato ad un concorso per la scelta dei nomi da assegnare a centri rurali progettati dall’Istituto VEIII, e pertanto tanto “comunista”, all'epoca, non doveva esserlo. Anche se, però, è doveroso precisare che i nomi proposti da Ovazza e scelti dalla commissione, e cioè Borgo Sereno e Santa Fara, non possedevano, contrariamente ad altri (Arnaldia, Ducezia, etc,) alcuna connotazione propagandistica. Verrebbe da dire che era comunista come lo erano tanti antifascisti che hanno fatto parte dei Gruppi Universitari Fascisti, iscrittisi poi al PCI; come lo stesso Ovazza, del resto, che in quest'ultima veste è stato deputato all'Assemblea Regionale Siciliana per quattro legislature.  Ma ciò che, ad onor del vero, è doveroso sottolineare è che Mario Ovazza fu una delle vittime delle persecuzioni razziali in Sicilia (era di origini ebree, come d'altra parte denota il cognome); non venne deportato, ma durante la guerra venne precettato per svolgere umili lavori manuali, nonostante la sua invalidità. Il suo "viraggio" politico appare pertanto più che giustificato.
Ma per ciò che riguarda molti altri, il Presidente Napolitano pare abbia sostenuto che i GUF erano la fucina dell’antifascismo in tempi di repressione; i GUF avrebbero rappresentato, insomma, ciò che alcune persone nel mio ambito lavorativo spesso definiscono “un’opportunità”. Intendo riferirmi alle persone che, dopo aver assunto un impegno di qualche tipo ed aver preso la relativa posizione, poi non la mantengono quando si presenta  “un’opportunità”, sostenendo:  “se non lo faccio io lo farà un altro; tanto vale che lo faccia io, anziché farmi sfuggire l’opportunità”. 
Ma io, Lettore, nella mia limitatezza intellettuale spesso non riesco a cogliere le sottili differenze che intercorrono tra “opportunità” ed “opportunismo”, mentre nel fatto che alcune persone si prestino a svolgere certi compiti, ma altri li rifiutino mi sembra di intravedere una macroscopica differenza tra le persone stesse; il fatto che qualche altro accetti di fare ciò che qualcuno ha ritenuto di non dover fare rispecchia la profonda diversità morale che intercorre tra l’uno e l’altro, non il fatto di essere o meno in grado di cogliere un’opportunità. 
E conseguentemente i comportamenti di coloro che affermano di cogliere responsabilmente le opportunità mi richiamano inevitabilmente certi “Responsabili” che si sono trovati seduti in Parlamento in un recente passato. E che vi si trovano ancora adesso. Probabilmente, Lettore, starai pensando che mi stia dilungando in inutili e tediose perifrasi per esprimere un concetto quando invece avrei potuto usare il termine pù chiaro ed immediato di “voltagabbana”. E probabilmente hai ragione,  quindi termino qui le mie elucubrazioni e procedo con il mio racconto.

Ovazza prima, e Rosario Corona poi, si occuparono essenzialmente del completamento dei borghi del 1941 e della riparazione dei danni di guerra; l'unico borgo progettato dall'ECLS nel periodo post-bellico fu Borgo Africa (AG), anch'esso mai realizzato e pertanto incluso tra i "fantasmi dell'ECLS".

Mazzocchi Alemanni, in un certo modo, continuerà a rimanere un riferimento, e continuerà ad esprimere la propria concezione riguardo ai borghi rurali. Questo è, ad esempio, un estratto del discorso di Grieco al Senato, come riportato da “l’Unità” del 7 febbraio 1950






La sesta fase
 
Nel 1950 la promulgazione della legge regionale n. 104 del 27 dicembre  decretò la morte dell’ECLS. L’Ente venne trasformato in ERAS (Ente per la Riforma Agraria in Sicilia) passando dalle dipendenze del Ministero Agricoltura e Foreste a quelle dell'Assessorato omonimo (art. 2). Per quanto riguarda i borghi rurali, l’ERAS inizialmente continuò l’opera iniziata dall’ECLS, interpretandone le “ultime volontà”




Era già stata pianificata dall'ECLS la realizzazione di altri due borghi di tipo “A”, uno in provincia di Palermo (Borgo Manganaro), l’altro in provincia di Messina (Borgo Schisina); troverai qui solo la descrizione del primo, in quanto del secondo si parlerà in una fase successiva.


La settima fase

E l’ERAS, oltre a farsi interprete delle ultime volontà dell’ECLS, sembrò anche raccoglierne l’eredità, almeno sempre  per ciò che riguarda i borghi. Ne edificò un certo numero, anche se più piccoli (quasi esclusivamente di tipo “B”), che rispecchiavano nell’impostazione e tentavano di ricalcare nell’architettura quanto era stato prodotto dall’ECLS.




L’unico borgo di tipo “A” realizzato in questa fase fu Borgo La Loggia in contrada Grancifone, Vi sarebbe, come borgo di tipo "A", anche Libertinia; ma i servizi di Libertinia si avvalevano in parte delle strutture preesistenti, realizzate negli anni Trenta.
L’ERAS aveva comunque sviluppato un piano capillare di edilizia rurale, che avrebbe coperto di raggi d’influenza l’intera superficie dell’isola. La realizzazione dei borghi di tipo “A” sarebbe però stata prevalentemente devoluta ad altri Enti, soprattutto ai Consorzi. Nella mappa redatta dall’Ente ed aggiornata al 1 gennaio 1956, risultava a carico dell’ERAS la costruzione di borghi di tipo “B” o “C”. Era prevista infatti, sempre a carico dell’ERAS, anche la realizzazione di diverse case coloniche, spesso a breve distanza l’una dall’altra, ed a volte raggruppate a formare villaggi



L’ottava fase

Un assunto sembrava infatti essere venuto meno: l’assoluto divieto all’aggregazione dei contadini. E’ evidente che le condizioni che rendevano necessario tale divieto erano mutate. Probabilmente gli interessi di chi gestiva l’agricoltura siciliana convergevano altrove; gestire “politiche agricole” stava divenendo più conveniente (e più remunerativo) che gestire agricoltura ed agricoltori. 
Vennero così realizzati diversi “Borghi residenziali”, agglomerati di case coloniche nelle adiacenze dei quali era previsto un borgo di servizio.


Questa fase fu l’ultima nella quale vennero costruiti borghi rurali; l’ho denominata “lo sperpero dell’eredità”, ma non per il nuovo assetto che era stato dato all’edilizia rurale. La maggior parte dei borghi progettati non fu realizzata, anche se vennero regolarmente pagati i progetti, ed in molti casi vennero realizzate le strade di accesso. I borghi realizzati spesso non furono nemmeno utilizzati; ed in certi casi non si sapeva nemmeno cosa fosse stato realizzato e cosa fosse rimasto allo stadio progettuale.

Ed alcuni tra quelli realizzati non aderivano nemmeno agli schemi sui quali si erano basate le realizzazioni precedenti; per alcuni borghi si utilizzò la definizione di “ridotto” in quanto non comprendeva tutti i servizi previsti per i borghi di tipo “B” o di tipo “C”. Fu tutto questo lo sperpero dell’eredità dell’ECLS, oltre che quello, ovviamente, del denaro pubblico; e verosimilmente erano queste le nuove attività che si rivelavano convenienti per chi gestiva l’agricoltura, in perfetto stile da “prima repubblica”.

Tra i servizi eliminati nella quasi totalità dei borghi dell’ultimo periodo vi fu quello religioso, eliminando ciò che nel mondo rurale aveva sempre rappresentato un punto di aggregazione. I borghi di tipo “C”, che avrebbero compreso chiesa e scuola, furono di fatto ridotti alla costruzione di scuole rurali; in questo, l’ERAS non fece altro che sostituirsi allo Stato, che già negli anni Venti si era curato della realizzazione di esse, compito poi nei fatti devoluto all’ECLS, che le aveva incluse tra i servizi essenziali che ogni borgo avrebbe dovuto erogare. 


La fase parallela

Vi fu però una “fase parallela” che durò quasi mezzo secolo, contemporanea alle ultime tre fasi, ma per la quale le regole del periodo sembravano comunque non valere. Gli insediamenti descritti a proposito di questa fase risultano essere quelli che da altri (Dufour, La China, Samuels) vengono classificati come "privati"; ma ciò non è casuale. Quando vigevano determinate condizioni, oppure quando non ne vigevano altre, gli assunti e le pianificazioni perdevano la loro importanza, e le regole non scritte potevano venire violate. Era non solo possibile, ma persino auspicabile, che i contadini vivessero nel medesimo agglomerato urbano. Era consentito mantenere gli insediamenti preesistenti se le condizioni lo richiedevano, così come poteva divenire imperativo eliminarli se le condizioni mutavano. E cosa venisse realizzato e cosa no, era subordinato all’interesse di alcuni, non a quello dell’agricoltura. Ciò avvenne con la progettazione di Mussolinia, nei pressi di Caltagirone, per riproporsi con Libertinia, con Santa Rita, con il villaggio Pergusa



E ciò accadeva mentre l’Istituto Vittorio Emanuele III per il bonificamento della Sicilia progettava di edificare Poggio Benito e di eliminare uno dei villaggi operai, cercando di supportare i Consorzi nella realizzazione di operazioni simili. Ma quando i privati, consorziati o meno che fossero, intendevano mantenere il controllo sulla loro proprietà ma servendosi comunque della sovvenzione pubblica, questo avveniva, e sempre al di fuori delle regole. Come verosimilmente accadde nel caso del fantomatico "Borgo Ciclino", o a Tudia.


I Consorzi

La fase dello “sperpero dell’eredità” è stata così definita con riguardo a ciò che l’ERAS e l’ESA, in quanto figlio e nipote dell’ECLS fecero o non fecero in Sicilia, ed a quanto denaro pubblico venne impiegato in progetti o realizzazioni sostanzialmente inutili. Ma nello stesso periodo si fece più evidente la presenza dei Consorzi, la cui attività era stata inibita in passato da quella, accentratrice, dell’ECLS, ed ai quali, invece, l’ERAS aveva evidentemente pensato di demandare diverse attività. Sono quindi i borghi dei Consorzi gli ultimi ad essere costruiti; sono questi, la cui esistenza è spesso misconosciuta, a segnare la fine definitiva di queste realizzazioni in Sicilia.



Accanto ad essi continuarono ad operare le scuole rurali (la cui esistenza viene appena sfiorata, insieme a quella di altri centri rurali, nell'epilogo), la cui realizzazione ed organizzazione si sviluppò per quasi un secolo, per iniziativa di stato, enti o consorzi. La fine dell’epopea dei borghi rurali coincide con la progressiva chiusura degli istituti elementari delle campagne, ambedue in stretto rapporto con una tendenza esattamente opposta a quella che fascismo avrebbe voluto favorire: lo spopolamento delle campagne, l’urbanizzazione, e l’emigrazione all’estero. La fine di ciò che l’agricoltura siciliana, nel bene e nel male, era stata per secoli.

Tra gli anni quaranta e gli anni cinquanta si assistette alla progressiva meccanizzazione del’agricoltura. A questa avrebbe dovuto corrispondere un adeguamento della pianificazione della riforma agraria. La meccanizzazione dell’agricoltura si concretizzava in pratica in un’industrializzazione della stessa; e come accade in tutte le attività industriali rispetto a quelle artigianali si assisteva ad un incremento dei costi fissi (nel caso specifico, acquisizione e manutenzione delle macchine) che si sviluppava parallelamente ad un incremento della capacità produttiva (possibilità per un singolo individuo di curarsi della coltura di maggiori estensioni di terreno). Di solito, in tali condizioni si cerca di massimizzare la produzione per ridurre l’incidenza dei costi fissi di produzione: se con un trattore ed un aratro meccanico si riescono ad arare venti ettari di terreno anziché dieci, la spesa relativa al mezzo meccanico inciderà per la metà su ogni unità di produzione. Sebbene dovesse essere ovvio che l’incidenza dei costi fissi si riduce all’aumentare della produzione, l’estensione dei poderi concessi ai contadini si ridusse grandemente rispetto a quella prevista dalla riforma fascista.

La prima, inevitabile, conseguenza fu l’emigrazione. Non era possibile vivere con i proventi derivanti da appezzamenti di terreno così piccoli. La seconda conseguenza (consequenziale alla prima), fu la fine dell’agricoltura siciliana così come era esistita fino alla metà del Ventesimo secolo; ma in un mondo che si preparava alla globalizzazione, ciò appariva di un’importanza del tutto secondaria.
L’epilogo, in molti casi, consistette nella ricostituzione del latifondo. Molte proprietà che erano state frammentate vennero ricomposte, “convincendo” gli assegnatari a cedere i terreni ricevuti, avendo dalla propria parte la legge ed anche la forza. La legge prevedeva che la vendita  dei terreni di cui l’assegnatario era divenuto proprietario considerasse in posizione prioritaria chi possedeva i poderi viciniori; e spesso, chi possedeva i poderi viciniori portava cognomi “famosi”, o aveva qualche parente con cognome “famoso”. Ma di tutto questo, il governatore Crocetta sembra essersi reso conto solo di recente


E questo, Lettore, appare come la chiusura di un cerchio. Sembra di essere ritornati ad uno dei post iniziali (la mafia, il latifondo). Nulla è cambiato, e nulla cambierà. Come un trasformista in grado di cambiare radicalmente veste ed aspetto, ma la cui abilità nel far ciò è dovuta all’individuo che sta sotto le vesti. Che rimane, sempre e comunque, il medesimo.

Detto questo, qui non mi rimane altro da dire. E non mi rimane altro da mostrare se non una mappa che riporta la posizione di molti degli insediamenti citati nel testo. 



Ho tralasciato i borghi antecedenti al Ventesimo secolo ed i villaggi minerari. I siti sono riportati in diverso colore e con simboli diversi i siti realizzati nelle varie fasi. Alcune delle realizzazioni degli ultimi periodi, quando venne abolito il veto riguardo all’aggregazione della popolazione rurale, sono, almeno sostanzialmente, dei borghi misti (residenziali e di servizio); il simbolo che li individua è il triangolo. In diverse zone dell’isola, sono stati realizzati agglomerati con esclusiva funzione residenziale; essi sono identificati dal simbolo della casetta. Questa è la legenda della mappa.



La mappa non ha ovviamente la pretesa di voler fornire alcuna indicazione utile all’identificazione delle posizioni precise; non è pensata avendo in mente l’idea dell’individuazione topologica dei luoghi. Serve solo a rendere graficamente quale sia l’ordine di grandezza, in senso numerico e geografico, di ciò che venne eseguito. Conseguentemente, si può avere un’idea anche dell’impegno che è stato necessario per portare a termine la serie sui borghi. 

Devo sottolineare che senza il supporto degli strumenti messi a disposizione sul Web, soprattutto il Geoportale Nazioneale e GoogleEarth, il lavoro sarebbe stato sicuramente incomparabilmente più lungo e difficile, probabilmente impossibile. So bene che dietro tali strumenti vi sono persone; persone che non conosco ma alle quali va comunque il mio ringraziamento. Così come il mio ringraziamento va a diverse persone che conosco, e che in diversa misura, a volte persino inconsapevolmente, hanno fornito supporto e contributo a questa serie di post.

Innanzitutto Cinzia Cicero, senza l’apporto della quale tutto ciò probabilmente non sarebbe mai avvenuto.

E poi il prof. Vincenzo Sapienza, la cui gentilezza è stata in grado di generare spontaneamente un flusso di informazione (da lui a me, evidentemente) assolutamente determinante ai fini di questo lavoro

Joshua William Samuels, che, oltre a rappresentare un’insostituibile sorgente di dati, ha costituito uno stimolo non indifferente ad approfondire l’argomento.

Ma soprattutto l’ing. Angelo Morello la cui gentilezza e disponibilità, oltre a fornire direttamente e consentirmi l’accesso a molte informazioni, lo ha reso piacevole e costruttivo interlocutore in lunghe conversazioni.
Ed insieme a lui, all'ESA, la d.ssa Bergamaschi, il dott. Inzerillo.

Anche il titolo che ho dato alla serie, “La Via dei Borghi”, intende essere un tributo al lavoro dell’ESA, e non una forma di plagio.

Il sig. Matteo Dino, che mi ha sopportato durante le ricerche di archivio, ed il sig.Cannariato, che ha costretto il sig. Dino a sopportarmi.

Vittorio Riera, della conoscenza del quale mi ritengo onorato.

La simpaticissima Marilena La China, delle cui competenze mi sono avvalso, magari sfruttando un po’ la sua naturale disponibilità.

L’architetto Orlando del comune di Castronovo di Sicilia; così come la sig,ra Saimbene del comune di Caltagirone. Ambedue di una cortesia non comune.

La dottoressa Fiorella Scaturro. già direttore dell'ASCEBEM. per la disponibilità e la gentilezza mostrate.

Il sig, Candela di Fulgatore, che ha un senso dell’ospitalità eccezionale, nel senso più letterale dell’aggettivo.

Ringrazio inoltre il personale della Biblioteca Centrale della Regione Siciliana, che riesce a rendere più rapido ciò che ad un primo impatto appare come un’impresa lunga e tediosa.

Ringrazio anche le persone che ho incontrato nel corso di questa avventura, che spesso mi hanno accompagnato personalmente sui luoghi da visitare e da fotografare, senza chiedersi e chiedermi nulla, con la naturalezza e la gentilezza di chi risponde semplicemente ad una domanda. E’ accaduto a Borgo Bonsignore, a Santa Rita, a Pergusa, a Borgo Petilia, a Borgo Cascino, a Borgo Lupo, a Libertinia, a Borgo Pasquale, a Santa Barbara…



Ma soprattutto ringrazio di cuore coloro che non ho menzionato qui. Coloro che hanno fatto qualcosa per me, ma dei quali non riesco a ricordarmi mentre scrivo. Qualunque sequenza di eventi che conduca ad una condizione migliore, grande, piccola, importante, trascurabile che sia, non sarebbe realizzabile senza il contributo di tante persone delle quali poi non ci si ricorda più. Magari il contributo del singolo è modesto, ma la somma di tutti i contributi si unisce a formare quella spinta propulsiva senza la quale nulla sarebbe possibile. Non sarebbe possibile una banalità come il mio viaggio tra i borghi di Sicilia, così come non sarebbero possibili le più grandi conquiste dell’umanità. A loro, il mio grazie dal più profondo del cuore.