sabato 9 luglio 2022

IL MOSTRO DI FIRENZE, OVVERO LE OPINIONI, PARMENIDE, CARTESIO E LA RICERCA DELLA VERITÀ: Post Scriptum



I gotta admit that I'm a little bit confused. Sometimes it seems to me as if I'm just being used. Gotta stay awake, gotta try and shake off this creeping malaise. If I don't stand my own ground, how can I find my way out of this maze?

Pink Floyd




Sebbene questo post possa apparire come la malcelata intenzione di continuare la serie di post sul "Mostro di Firenze" (cosa che, se non in altro, almeno nei comportamenti mi assimilerebbe ad un "mostrologo"), in realtà esso costituisce solo un ulteriore tentativo di dimostrare come la valutazione dei "fatti" possa risentire pesantemente dei pregiudizi (che sono "opinioni"), e non il contrario, come dovrebbe essere, e cioè che i giudizi non vengano formulati a priori (pre-giudizi) ma seguano una logica basata sui fatti. Ovviamente, non vi é alcuna garanzia che un ragionamento logicamente corretto, basato sui fatti, conduca a conclusioni altrettanto corrette; ma indubbiamente se vi é qualche possibilità di giungere vicini alla verità, o addirittura di sfiorarla, é più probabile che ciò avvenga seguendo ragionamenti corretti.

I ragionamenti logicamente corretti infatti, in assenza di un numero sufficiente di prove o di dati, restano ipotesi, e presentano comunque delle aree di incertezza, delle falle, delle soluzioni di continuo, che vanno colmati con, appunto, la sola logica; ma la logica non sempre é univoca, e diversi tipi di "Logica" possono prestarsi a fare da trait d'union in corrispondenza delle soluzioni di continuo.

La valutazione della validità di una soluzione piuttosto che di un'altra rimane purtroppo soggettiva, e ciò conduce alla formulazioni di diverse ipotesi, tutte possibili, ma più o meno plausibili, anche se, come vedremo, ciò può essere parzialmente ovviato considerando la vicenda del "Mostro di Firenze" alla stregua di un "indovinello regressivo".

Nello specifico caso dell'oggetto di questo post, l'ispirazione é venuta da una sorta di incongruenza apparentemente insanabile (una delle tante, per la verità) che ha fatto la sua comparsa in questa vicenda, e, soprattutto, da come essa sia stata affrontata. Rilevando qualche difficoltà a dirimere le questioni relative, nella fattispecie, alle modalità con i quali si é giunti al recupero del fascicolo relativo a Stefano Mele ed alla sua condanna, ho ricercato e letto quanto ipotizzato da altri.

La suddetta incongruenza non costituisce certo una novità; già ne "la notte del Cittadino Amico", De Gothia scriveva:

Sulla nascita della "Pista Sarda" esiste una leggenda ufficiale di cui tutti dubitano, pur continuando a citarla ed a presentarla come realmente accaduta; al contrario esiste una storia, altrettanto ufficiale, di cui tutti paiono dimenticarsi, salvo citarla una volta ogni dieci anni. Questa dicotomia tra storia e leggenda è da ritenersi ormai del tutto insanabile...

De Gothia(abbastanza ovviamente, per chi ha letto qualcosa sul "Mostro di Firenze") si riferisce alla leggenda secondo la quale si sarebbe giunti ad individuare il duplice omicidio di Signa come uno dei delitti del "Mostro di Firenze" solo sulla base del prodigioso ricordo del maresciallo Francesco Fiori, che nel 1968 si trovava a Lastra a Signa (sebbene non abbia nemmeno partecipato alle indagini).

La storia altettanto ufficiale, invece, tenderebbe ad attribuire ad un anonimo, il "Cittadino Amico", la paternità di una segnalazione che avrebbe messo i Carabinieri sulle tracce dei sardi.

Ed esisterebbero almeno altre due segnalazioni anonime che farebbero parte della "storia altrettanto ufficiale" che consisterebbero nella ricezione, alla caserma di Borgo Ognissanti, di un ritaglio di giornale relativo al processo contro Stefano Mele, ed una (o più d'una) lettera anonima il cui destinatario sarebbe stato Silvia Della Monica

Nello specifico, però, ciò che mi ha spinto ad una riflessione un po' più approfondita sull'argomento é una serie di post che risalgono a cinque anni addietro, sul blog di uno dei "Mostrologi" più attivi, che si firma con lo pseudonimo di Omar Quatar, e che considera tutte le versioni della "storia altrettanto ufficiale", cioè ritaglio di giornale, Cittadino Amico e lettera anonima.

E riguardo a ciò, Omar Quatar propone, sei versioni alternative della dicotomia insanabile, che denomina:

1) Ipotesi minimalista (Rotella).

2) Ipotesi Fiori.

3) Ipotesi “Cittadino amico” di De Gothia.

4) Ipotesi Fiori con aiutino.

5) Ipotesi rivendicazione (Filastò).

6) Ipotesi massimalista (depistaggio).

per i dettagli di ognuna delle quali Ti rimando al suo blog. Ognuna di esse lascerebbe comunque fuori alcuni fatti, o presunti tali. Tra esse, egli ne predilige due, e cioè quelle che definisce "ipotesi Rotella" e "ipotesi Fiori con aiutino", considerando le quali l'invio del ritaglio di giornale o addirittura qualunque segnalazione anonima, sarebbero dicerie, leggende, false informazioni.


Complottisti e creduloni


Uno di passaggi, nei post di Omar Quatar, che mi sono rimasti particolarmente impressi é il seguente:

Il G.I. Tricomi, preventivamente allertato dai CC, ha chiesto il fascicolo del processo Mele a Perugia il 17 luglio, ma non l’ha ricevuto, perché le carte se ne sono tornate a Firenze. Se è vero, come deve essere vero, quanto scritto nella requisitoria del PM Mignini, Tricomi richiede il fascicolo a Firenze il 20 luglio e c’è da credere che lo riceva nella stessa giornata, unitamente ai reperti impropriamente spillati al fascicolo

(Nota.
Cadono in un colpo due cavalli di battaglia dei complottisti: che il depistaggio è avvenuto a Perugia, città massonica per eccellenza e residenza di un personaggio successivamente coinvolto nell’inchiesta; e che per forza i reperti dovevano essere distrutti, quindi non più esistenti. Tricomi chiede espressamente il corpo di reato, segno indubbio che si aspetta che fosse tuttora disponibile; semmai la sede in cui è stato conservato – spillato al fascicolo anziché nell’apposito ufficio del tribunale – non è quella corretta).

Focalizzerei innanzitutto l'attenzione sul termine "complottisti", riportandone la definizione teorica del dizionario Treccani:

complottista s. m. e f. e agg. Chi o che ritiene che dietro molti accadimenti si nascondano cospirazioni, trame e complotti occulti.

Ad esempio, un tale viene trovato impiccato sotto ad un ponte. Le indagini portano alla conclusione che il tale si sia suicidato. Qualcuno non vuole credere alla conclusione degli inquirenti, e ritiene che sia un omicidio mascherato da suicidio. Quel qualcuno é un "complottista".

Oppure, un aereo di linea precipita, e tutti gli occupanti muoiono. Le indagini etichettano il disastro come “incidente aereo”. Qualcuno non vuole credere alla teoria dell’incidente, e ritiene che l'aereo sia stato, in qualche modo, fatto precipitare. Quel qualcuno é un "complottista".

Nel caso, però, in cui il nome del tale fosse Roberto Calvi, o l'aereo precipitato fosse un DC9 dell'ITAVIA, si troverebbe poi come i "complottisti" in realtà abbiano semplicemente visto la faccenda per quella che era. Il problema non stava nella loro visione, ma in quella di tutti gli altri; quelli che avevano acriticamente e passivamente accettato le (false) spiegazioni che erano state propinate loro.

Anche per essi il dizionario Treccani contiene la definizione appropriata

credulóne s. m. (f. -a) [accr. di credulo]. – Persona che, per troppa ingenuità, è pronta a credere a tutto quanto altri dice o vanta o promette.

Va da sé che, se nel caso di Calvi, della strage di Ustica (o, se é per questo, di tante altre vicende che hanno mostrato risvolti assimilabili) si é appreso di come stessero realmente le cose, ciò non é certo avvenuto per volere degli autori dei crimini. Anzi. Proprio gli autori dei crimini avrebbero cercato di operare in modo che l'opinione diffusa fosse quella dei creduloni e non quella dei complottisti. Se così non é andata, é semplicemente perché, proprio in quei casi, non vi sono riusciti. Ma in tanti altri sì, e non abbiamo modo di saperlo. O, almeno, di provarlo.

Per cui, nei casi in cui le vicende non siano chiare, limpide ed inequivocabili, probabilmente un atteggiamento cauto rimane quello più corretto. Se non per altro, perché il fatto che qualcuno sia "complottista" può essere poco o tanto verosimile, ma non può essere provato. Il fatto di essere "credulone", invece sì. Il "complottista" può continuare a sostenere le sue tesi fino alla morte, qualunque cosa accada, mentre il "credulone", una volta acclarato che le cose non stavano come gli erano state propinate, cosicché alla fine era il "complottista" ad avere ragione, non può che rassegnarsi.

Ovviamente, in assenza di prove in un senso o nell'altro, non é dato di conoscere la "verità", se non quella romana.

E' questo il motivo per il quale, nel tentativo di avvicinarsi alla verità scientifica, dovrebbe solo essere adottato un atteggiamento cautamente possibilista, equidistante dagli estremi; e solo da quella posizione sarebbe conveniente valutare i fatti, lasciandone fuori il minor numero possibile.


Sanare la "dicotomia insanabile" di De Gothia


Sembra, così considerando la faccenda, che tutti gli eventi a cui si attribuisce l'imbocco della "pista sarda", non possano essere tutti, contemporaneamente, autentici. Questo si risolve in pratica nella "dicotomia insanabile" che De Gothia menziona nel suo scritto. Dentro di me, però, alla riflessione ha fatto seguito una domanda: davvero la dicotomia é insanabile?

In altri termini: sarebbe possibile assumere un atteggiamento "di mezzo", né complottista né credulone, che sia compatibile con tutte le versioni fornite, facendo salve le posizioni di tutti, al netto di eventuali errori od omissioni commessi in buona fede? Dopo tutto, poiché in medio stat virtus, potremmo estendere il concetto di "virtus" fino a comprendere quello di "veritas", rinunciando alla pretesa di una verità matematica. Tale rinuncia non sarebbe un compromesso, bensì la posizione del cosiddetto "giusto mezzo".

Così, Lettore, ho deciso di provarci, e sottoporTi il risultato dei miei ragionamenti, la cui possibile validità verrà, come sempre, giudicata da Te. Entrando maggiormente nello specifico, gli aspetti di tale vicenda che non potrebbero essere tutti parallelamente veri sarebbero:

1) l'indagine é stata indirizzata verso la "pista sarda" da una segnalazione anonima

2) l'indagine é stata indirizzata verso la "pista sarda" da un ricordo del maresciallo Fiori

3) la segnalazione anonima é consistita in una lettera inviata alla Della Monica

4) la segnalazione anonima é consistita in diverse lettere

5) la segnalazione anonima é consistita in un ritaglio di giornale, andato inspiegabilmente perso

6) la segnalazione anonima é venuta da un "Cittadino amico" al quale si sono appellati i Carabinieri a mezzo stampa.

Esse in effetti sembrerebbero incompatibili, ma é effettivamente così?

Esiste una spiegazione che costituisca un “giusto mezzo” e che consenta a che tutte queste condizioni risultino verificate, cosicché nessuno al riguardo abbia mentito?

Cerchiamo innanzitutto di definire gli estremi tra i quali dovremmo cercare tale "giusto mezzo", quello "complottista" e quello "credulone" Sempre rifacendoci a quanto scritto da Omar Quatar, potemmo identificare l’estremo complottista con la posizione di colui per il quale "per forza i reperti dovevano essere distrutti, quindi non più esistenti", mentre "Tricomi chiede espressamente il corpo di reato, segno indubbio che si aspetta che fosse tuttora disponibile".

L'altro estremo sarebbe invece costituito dalla sequenza "ufficiale" degli eventi, quella fornita dall'autorità precostituita, che nel caso specifico può essere impersonata dal giudice Rotella, per il quale la connessione tra il Mostro di Firenze ed il delitto di Signa con apertura della “pista sarda”sarebbe stata generata dal ”…ricordo del m.llo Fiori, in servizio presso il Comando Gruppo Carabinieri di Firenze, e nel 1968 alle dipendenze della Compagnia di Signa. Egli rammentava al comandante del Reparto Operativo, T. Col. Dell'Amico, che in quell'anno dirigeva il Nucleo Investigativo dello stesso Gruppo, che nel 1968, appunto, era stata uccisa una coppia in Castelletti di Signa a colpi di pistola. L'arma non era mai stata rinvenuta. Un colpevole era stato trovato inpersona del marito della donna uccisa, per quanto se ne sapeva condannato dalla Corte d'Assise di Firenze nel 1970

In altri termini, sempre rifacendoci a Omar Quatar , i due estremi sarebbero costituiti, com’è logico che sia, l'uno dall’ipotesi massimalista, per la quale tutto è stato ordito per generare la “pista sarda”, e e l'altro dall'ipotesi minimalista, per cui l’unico evento reale è il ricordo del maresciallo Fiori, ed il resto sono leggende.

Per allontanarci dagli estremi ed avvicinarci al punto di mezzo, allora:

Da un lato, volendo iniziare a prendere le distanze dalla posizione dei "complottisti", notiamo come non sia rigorosamente vero che i reperti vadano sempre distrutti; la distruzione (o l'alienazione, se é per questo) vengono disposti dall'Autorità Giudiziaria allorquando la stessa riconosca che la loro utilità probatoria sia venuta a cessare. Fino a quel momento, essi devono rimanere custoditi presso l'Ufficio Corpi del Reato, ma la custodia deve essere messa in pratica secondo regole ben precise che, per gli oggetti al di sotto di una certa dimensione, consiste nella conservazione in scatole di cartone sigillate ed il cui coperchio sia assicurato da spago sul quale sia apposto un ulteriore sigillo; é, insomma, la modalità che viene ben descritta in "Coniglio il Martedì" e dalla quale non si potrebbe derogare, men che meno affidandone la discrezionalità a qualche impiegato dell'Ufficio, come qualche Mostrologo depositario della Verità avrebbe ipotizzato. Pertanto, se Tricomi avesse avuto una qualche evidenza (anche di natura procedurale) per cui l'ordine di distruzione avrebbe potuto non essere stato dato, il fatto che chieda i reperti é ciò che ci aspetta; ciò che non ci aspetta é che essi si trovino spillati nel fascicolo, e di ciò il giudice Tricomi non mostra di avere, nella sua richiesta, la benché minima contezza. Di fatto, però, l'anomala modalità di conservazione ha interrotto la "catena di custodia" e ciò fa venire meno il valore probatorio dei reperti.

Ora, Lettore, se qualcuno non avesse seguito le procedure di checklist su un aeroplano prima del decollo, l'aeroplano precipitasse ed il perito rilevasse che le procedure non sono state seguite, il perito sarebbe "complottista"?

Se qualcuno avesse un incidente in autostrada, il perito rilevasse che egli non aveva allacciata la cintura di sicurezza ed attribuisse a ciò un possibile maggiore danno degli occupanti il veicolo, il perito sarebbe "complottista"?

I magistrati che, già prima ed a prescindere dalle risultanze peritali, hanno rilevato che sulla funivia Stresa-Mottarone non erano state seguite le prescritte procedure di sicurezza e manutenzione sono "complottisti"?

In altri termini, l'importanza del fatto che i proiettili siano stati ritrovati nel fascicolo non consiste nella loro mancata distruzione, ma nella mancata conservazione.

Questo rende possibile una facile manipolazione. E’ per questo che esiste una normativa precisa che regola le modalità di applicazione della catena di custodia; se non si fosse ritenuto come ciò sia necessario, nessuna normativa sarebbe mai stata formulata, ed ognuno lascerebbe i reperti dove più gli aggrada, senza timore che qualcuno possa manipolarli e nella certezza che a distanza di tempo essi possano costituire sempre e comunque una prova inoppugnabile. Se invece così non é, la cosa avrà il suo motivo; e questo motivo é la falla che si é venuta a creare nel momento in cui così non é stato per il fascicolo del Mele. Pertanto, vorrei che si comprendesse l'assurdità nel giudicare "complottista" il vedere una possibilità di manipolazione nella mancata applicazione di precise norme legali che regolano le modalità di conservazione dei reperti.

Con buona pace dei "non-complottisti" o dei "creduloni" che siano.

Dall'altro, secondo Rotella il Cittadino Amico, nel caso specifico, non esisterebbe:

…possibilità, smentita in maniera assoluta dagli accertamenti, che la notizia del precedente del 1968 fosse stata ottenuta diversamente, per esempio attraverso una confidenza. Analogamente non ha nessun fondamento che sia pervenuto al G.I. dell'epoca (1982) un anonimo, nel quale fosse menzionato in relazione agli omicidi delle coppie, il precedente di Signa.

pur tuttavia, esiste sicuramente il trafiletto di giornale con il quale i carabinieri gli richiesero ulteriore collaborazione; sarebbe allora un tentativo di depistaggio condotto dagli stessi Carabinieri?

Anche nell'intervista che Davide Rossi richiese ad un carabiniere in quiescenza, ai tempi in servizio alla caserma Corsi, il quale asserisce di aver visto il ritaglio di giornale con i propri occhi, lo stesso afferma di non avere idea riguardo a cosa possa riferirsi l'espressione "Cittadino Amico", del quale non avrebbe mai sentito parlare; ma non conoscere l'esistenza di qualcosa non equivale in alcun modo a conoscere la non esistenza di quel qualcosa.

Il fatto che il carabiniere intervistato non abbia idea di cosa sia un "Cittadino Amico" non può voler dire in alcun modo che esso non esista, tanto più che é stato pubblicato il trafiletto sul giornale.

Ma a proposito del ritaglio, in tale intervista Davide Rossi chiede esplicitamente, del ritaglio di giornale:

“Lei lo ha visto?”

“Con i miei occhi”


Prendiamo allora in considerazione proprio tale intervista, nella quale il carabiniere in quiescenza che viene intervistato riferisce di aver visto "con i propri occhi" il ritaglio di giornale; riguardo ad essa, si hanno solo tre possibilità, e nessun'altra:

1) Davide Rossi mente (nessun carabiniere che abbia visto il ritaglio di giornale é mai stato intervistato)

2) il carabiniere mente (il carabiniere ha effettivamente dichiarato a Davide Rossi di aver visto il ritaglio di giornale con i propri occhi, ma in realtà non vide un bel nulla)

3) la busta con il ritaglio di giornale arrivò realmente a Borgo Ognissanti

Quartum non datur

Riguardo alla prima possibilità: perché Davide Rossi avrebbe dovuto mentire? La sua ricerca é stata eseguita per passione, per curiosità professionale; né inventarsi l'arrivo della busta anonima sarebbe stata funzionale alla dimostrazione della sua tesi, né tantomeno egli ha cercato di sfruttare la sua ricostruzione a fini di lucro, cosicché gli servisse una sorta di scoop. Fare qualcosa per il piacere di farlo, ma barare persino con sé stessi mentre la si fa, sarebbe un atteggiamento tanto assurdo che mi sentirei davvero "complottista" se pensassi che egli abbia potuto deliberatamente inventarsi tutto.

Un discorso assolutamente analogo varrebbe per la seconda possibilità. Davide Rossi giunge al carabiniere in congedo attraverso dei canali che non vuole rendere espliciti. Il carabiniere non vuole che si faccia il suo nome, né alcun riferimento che possa valere ad identificarlo; perché dovrebbe inventarsi un episodio simile? Anche e soprattutto qui io vedrei un "complotto" se supponessi che mente, senza alcuna motivazione logica.

Non resta che la terza possibilità.

Mettendola in questi, semplici, termini, ma supponendo che lo sviluppo della vicenda sia quella che ci é sempre stata proposta, ciò che viene prospettato presterebbe comunque il fianco a delle critiche, le stesse, identiche, critiche che valgono se si voglia dubitare della veridicità dei contenuti dell'intervista rilasciata a Davide Rossi: allora sarebbero gli altri a mentire? Il maresciallo Fiori, l'appuntato Piattelli, il giudice Rotella, il giornalista Sgherri...e perché dovrebbero farlo?



Cronologia vs. successione temporale


Se, in premessa mi sono proposto di assumere un atteggiamento di cauto equilibrio tra le varie posizioni, che dia il beneficio della buona fede a tutti, devo trovare una possibile spiegazione al fatto che, fatte salve le necessità investigative (ad es. non svelare le fonti), nessuno abbia mentito, se non marginalmente ed in buona fede, a causa di un ricordo magari non più così vivido. D'altra parte, la spiegazione deve essere coerente con i fatti, dove con "fatti" non possiamo riferirci a prove documentali dirette, ma dovremmo evitare di presumere arbitrariamente ciò che non viene dichiarato.

Ad esempio, ritornando sempre ad Omar Quatar, egli afferma:

Detto questo, possiamo anche fare un’ipotesi sul contenuto dell’anonimo; che non indicava nomi di possibili colpevoli (è pur vero che le indagini del 1982 si concentrarono subito su Francesco Vinci, ma riguardando gli atti il nome balzava comunque agli occhi senza bisogno di suggerimenti espliciti), ma affermava, forse dicendo anche altro che non sappiamo, l’esistenza di un episodio analogo e precedente avvenuto in altra località della provincia. Il fatto che si parlasse di un quinto duplice omicidio aiuta a collocare temporalmente la segnalazione dopo il quarto duplice omicidio fino ad allora noto; mentre non sappiamo se l’anonimo arrivò prima o dopo l’avvio della ricerca di precedenti richiesta dalla procura il 3 luglio 1982

In realtà “che si parlasse di un quinto duplice omicidio” non è un fatto: da dove verrebbe fuori tale “fatto”? "Il fatto che si parlasse di un quinto duplice omicidio" é una presunzione arbitraria; sono Tricomi e la Della Monica a parlarne, non é un'informazione che si estrae direttamente dalla segnalazione anonima. Ma noi,senza avere idea dei reali contenuti della segnalazione anonima, non abbiamo modo di saperlo. Se la segnalazione avesse menzionato un "altro" (ulteriore, precdente, quellochevuoiTu) duplice omicidio, questo sarebbe stato "un quarto" dopo Calenzano, per divenire "quinto" solo dopo Baccaiano, "sesto", dopo Giogoli, e così via. Se le comunicazioni di Tricomi e della Della Monica vengono scritte tra le date di Baccaiano e Giogoli, ciò porterebbe il numero totale degli omicidi, fino a quel momento, a "cinque"; ma non vi é alcuna evidenza che ciò si trovasse scritto nella comunicazione anonima, qualunque essa fosse. Pertanto l’affermazione esatta riguardo ai fatti sarebbe, semmai: “Il fatto che si parlasse di un quinto duplice omicidio aiuta a collocare temporalmente la richiesta di Silvia Della Monica (e non la comunicazione in sé) dopo il quarto duplice omicidio fino ad allora noto

Per poter supporre, sempre senza esserne certi, qualcosa riguardo ai contenuti, sarebbe necessario conoscere almeno le date in cui le comunicazioni giunsero.

Allo stesso modo, ritornando all'intervista di Davide Rossi al carabiniere, la prima domanda da porsi é: se é vero che il carabiniere vide busta e ritaglio di giornale con i propri occhi, quando ciò sarebbe accaduto? Dice il carabiniere:

Era arrivata una busta. Ne arrivavano a centinaia tutti i giorni. Certe cose incredibili… chi denunciava il vicino, chi il collega di lavoro, chi addirittura il fratello… tutti mostri, insomma!

Si, ma a quando risalgono questi “giorni”? A che periodo ci si riferisce? Lo stesso Omar Quatar afferma:

"Di segnalazioni anonime dopo Calenzano, che segnò lo stabilirsi definitivo del concetto “Mostro di Firenze”, ce ne furono migliaia"; ed anche nella dichiarazione che Tricomi rilasciò a Spezi, si legge, come lo stesso Omar Quatar riporta, che il ritaglio di giornale gli sarebbe stato mostrato: “presumibilmente nell’inverno 1982”...
Pertanto, dall'intervista di Davide Rossi si ricaverebbe con certezza (a meno di spudorate ed inutili menzogne da parte di qualcuno) come il ritaglio di giornale sia certamente giunto, sia stato conservato in un cassetto dall'ufficiale superiore comandante di chi lo aveva ricevuto, e di come quest'ultimo non lo avesse più visto.

Inoltre, sempre Tricomi dichiara come il “maresciallo Fiore” gli avesse chiesto se fosse possibile richiedere gli atti del processo, e lui avesse risposto come sì, certamente lo fosse; ma senza mai affermare che lo avrebbe fatto: “ Mi chiese se era possibile acquisire il processo e io lo ritenni del tutto possibile”.

Detto ciò, elenchiamo i riscontri documentali di cui abbiamo contezza, tutti databili senza incertezze con l’eccezione dell’intervista (la quale rimane però con certezza l’ultima in ordine di tempo):


- delitto di Baccaiano (19 giugno 1982)

- il trafiletto del Cittadino Amico (20 luglio 1982)

- la richiesta del fascicolo di Tricomi (17 luglio 1982)

- la richiesta della Della Monica (20 agosto 1982)

- la richiesta di Tricomi al Tribunale di Palermo (29 ottobre 1982)

- l'articolo di Sgherri (7 novembre 1982)

- l'articolo di Franca Selvatici (9 novembre 1982)

- la testimonianza del Maresciallo Fiori (28 novembre 1986)

- la sentenza Rotella (13 dicembre 1989)

- il biglietto di Tricomi (15 gennaio 2002, con riferimento imprecisato all'inverno 1982)

- l'intervista di Davide Rossi, contenente il fatto che il carabiniere vide il ritaglio, ma nulla sa riguardo al Cittadino Amico (tra il 2019 ed il 2020, ma senza precisi riferimenti ad un periodo)

Le date si riferiscono ai documenti in sé, e non agli eventi che vi sono menzionati. Le date di questi ultimi non hanno tutti una data, ma ad essi può essere attribuita una collocazione ben precisa nell’ambito di una sequenza temporale, con l'eccezione di tre: il "ricordo" del maresciallo Fiori, l'evento menzionato nel biglietto che Tricomi rilasciò a Spezi, e l'arrivo del ritaglio di giornale alla caserma Corsi.

Ma vi sono due circostanze che vengono riferite e che, anche se non consentono sicuramente la precisa datazione, consentono altrettanto sicuramente di determinarne una precisa sequenza cronologica.

Infatti, nell'intervista rilasciata a Davide Rossi dal carabiniere in quiescenza, quest'ultimo dichiara:


“E poi c’era sottolineato a penna, nel testo,dell’articolo, “calibro 22”… e infine un altro dato importante, che ci colpì… ci colpì la competenza, del linguaggio,… cioè, mica tutti sanno cos’è una Corte d’Assise d’appello, no? ”

“E quindi capiste che faceva riferimento al Mostro?”

“Sì! Ma lì per lì non si prese così sul serio. Ma il comandante... no, forse no... un tenente, ci disse di farlo subito presente al Giudice Istruttore. Tutto andava preso in considerazione ed andammo da Tricomi”

“Quindi, lei ed il maresciallo andate da Tricomi col ritaglio di giornale...”

“No, no! Il ritaglio é rimasto al comando. Prima di partire il tenente ci ha mandato dal comandante... o dal vice, non ricordo... lesse il ritaglio e lo mise nel cassetto dicendo che quello restava lì. Avremmo riferito la cosa al giudice, punto e basta”


Vi sono contenute tre informazioni interessanti. La prima è come non fosse inequivocabilmente chiaro che il ritaglio di giornale si riferisse al “Mostro di Firenze”, ma sia stato in un certo modo, dedotto. La seconda é che al suo arrivo, l'invio del ritaglio di giornale non fu preso tanto sul serio.

La terza é che chi avvisò Tricomi nell'immediatezza, lo fece senza mostrargli il ritaglio di giornale; di conseguenza, l'evento narrato dal carabiniere nell’intervista deve essere necessariamente antecedente all’episodio del quale Tricomi raccontò a Spezi, sottoscrivendolo, ed in cui egli dichiarò di aver visto il ritaglio.

Sempre relativamente a tale evento, Tricomi dichiara come l’episodio accadde “presumibilmente nell'inverno del 1982”, quindi prima dell'omicidio di Baccaiano; se l'evento del ritaglio di giornale fosse stato direttamente connesso, temporalmente, all'omicidio di Baccaiano, é estremamente improbabile che Tricomi avesse questa incertezza sul periodo. Pertanto, a meno che Tricomi non menta, possiamo assumere che il maresciallo Fiori (o, meglio, Fiore) abbia mostrato il ritaglio di giornale dopo che Tricomi era già stato informato una prima volta, ma sempre prima dell'omicidio di Baccaiano. Bada bene, Lettore, come il riferimento di Tricomi all'inverno dell'82 non possa comunque essere liquidato come una semplice svista o un errato, sbiadito, ricordo. Nel suo libro "Memorie di un ottantenne", edito nel 2012 Tricomi ribadisce, senza possibilità di dubbio alcuno", come

La sera del 22 ottobre arrivò una telefonata dei carabinieri per avvertirmi che nella campagna vicino a Prato era stato commesso un altro duplice omicidio con modalità analoghe ai precedenti. Anche in questo caso la ragazza era stata mutilata con l'asportazione del pube. A questo punto era evidente l'estraneità dello Spalletti [..] Chiesi poi alle questure e ai comandi dei carabinieri in territorio italiano e all'Interpol per l'estero se si fossero mai verificati episodi simili. Non risultò che nel mondo, almeno in tempi recenti, ci fossero duplici omicidi con la particolare mutilazione della donna, ma ugualmente questa richiesta ebbe la conseguenza di imprimere una svolta al processo. Una mattina arrivò infatti un sottufficiale dell'arma dei carabinieri, credo che appartenesse al nucleo investigativo, portandomi un pezzettino di un giornale, nel quale c'era un articolo che parlava della scarcerazione di tale Stefano Mele, dopo avere scontato la pena inflittagli dalla corte d'assise di Firenze di sette anni di reclusione [...] Inoltre l'arma non era stata trovata dagli inquirenti ed era indubbiamente la stessa che aveva ucciso nel 1974 nel giugno e nell'ottobre del 1981. Avevamo finalmente una pista da seguire."

Pertanto, Tricomi conferma, a distanza di dieci anni, come il ritaglio di giornale gli sia stato mostrato dopo l'omicidio di Calenzano, non dopo quello di Baccaiano. E non dice esplicitamente che fu la visione del ritaglio di giornale a determinare la richiesta del fascicolo processuale relativo a Stefano Mele.

L'incertezza rimane riguardo alla data in cui il maresciallo Fiori e l'appuntato Piattelli discutono del delitto di Signa. Sia dalle dichiarazioni di Fiori e di Piattelli, sia da quelle del colonnello Olinto Dell'Amico sembrerebbe potersi desumere indubbiamente che la discussione tra Fiori e Piattelli avvenne dopo il delitto di Baccaiano.

In un'intervista, il luogotenente Fattorini dichiarò di aver avuto conferma direttamente da Piattelli del fatto che vi fu una discussione al riguardo, che vi era disaccordo sull'anno del delitto di Signa, e che nessuno dei due, né Fiori né Piattelli, aveva alcun ricordo dell'arma utilizzata; pertanto, personalmente considererei inattendibili le affermazioni di Olinto Dell'Amico, il quale in un'altra intervista affermò come sicuramente non sia mai arrivata alcuna segnalazione anonima (cosa che sappiamo essere falsa), e che Tricomi contattò innanzitutto il perito di Signa (Innocenzo Zuntini) in seguito all'illuminazione di cui fu oggetto il duo Piattelli-Fiori (cosa a questo punto probabilmente falsa). In altri termini, se qualcuno in questa vicenda mente, é il colonnello Dell'Amico; e questa sembra un'evidenza. Sul perché menta, vale sempre il principio già enunciato in un precedente post: opiniones non fingo.

Sulle affermazioni, poi, che vedrebbero nella storpiatura del cognome del maresciallo (“Fiore” anziché “Fiori”) la prova di ricordi nebulosi ed imprecisi sulla vicenda, non posso che ripetere quanto ho già affermato in un altro post: sebbene la storpiatura sia certamente possibile, e sia resa anche plausibile dal fatto che il cognome “Fiore” sia molto comune, molto più comune di “Fiori”, tale condizione rende altresì probabile che un carabiniere “Fiore” possa essere stato in servizio a Borgo Ognissanti, e che quindi “Fiore” e “Fiori” siano due persone diverse. Fin quando verificando l’organico degli effettivi in servizio alla caserma Corsi in quegli anni non venga esclusa l’esistnza di un sottufficiale “Fiore” non può, in ugual modo, escludersi che quando si parla di “Fiore” si stia facendo riferimento ad una persona diversa dal maresciallo Francesco Fiori.

Assumiamo comunque che la "rimembranza" sia un evento posteriore all'omicidio di Baccaiano, e sulla base di ciò vediamo di ricostruire una sequenza di eventi che sia plausibile e che veda tutti quanti dire se non "LA" verità, almeno "UNA" verità, per quanto parziale e personale (con l'ovvia eccezione di Olinto Dell'Amico), comprendendo contemporaneamente tutte e sei le ipotesi di Omar Quatar


Ricostruzione della sequenza temporale

Nell'inverno del 1982 giunge, a Borgo Ognissanti, una busta contenente un ritaglio di giornale relativo al processo subito da Stefano Mele, con il suggerimento di andare a rivedere il fascicolo del processo Mele in Corte d'Assise d'Appello a Perugia, ed un riferimento all'uso della calibro 22. (Questa equivale a "L'ipotesi depistaggio"di Omar Quatar).

Chi riceve il biglietto non vi dà molto peso, classificandolo mentalmente tra le centinaia di segnalazioni del periodo, ma lo consegna comunque al (vice)comandante della caserma, il quale, trattenendo il ritaglio di giornale, gli impartisce l'ordine di riferirne al giudice istruttore.

Il carabiniere, insieme ad un maresciallo, riferisce al giudice Tricomi, ma la cosa non ha alcun seguito.

La voce gira, ed un indefinito “maresciallo Fiore” si fa carico di sollecitare nuovamente il giudice istruttore, mostrandogli, questa volta il ritaglio, e chiedendogli se sia possibile acquisire la documentazione processuale; Tricomi risponde che sì, é certamente possibile richiedere la documentazione. Ma il fatto che sia “possibile” non vuole significare che verrà realmente fatto; anche stavolta la faccenda muore lì, e così con ogni probabilità il ritaglio, come avveniva per la maggior parte della miriade di comunicazioni anonime che giungevano, va perso.

Passa qualche tempo, ed accade l'omicidio di Baccaiano; e subito dopo esso giunge la segnalazione del "Cittadino Amico" (per inciso, Lettore, ciò spiegherebbe anche perché il carabiniere intervistato da Davide Rossi non sapeva nulla della faccenda "Cittadino Amico"). Nell'immediatezza, si cerca di sfruttare la fonte, probabilmente nella speranza di recuperare qualcosa di analogo al ritaglio di giornale, e si pubblica il trafiletto. (Questa equivale all'ipotesi "Cittadino Amico").

In seguito a ciò, il maresciallo Franceesco Fiori parla con l'appuntato Ugo Piattelli, ed ambedue tentano di ricordare a cosa esattamente potesse fare riferimento la faccenda; si ricordano del ritaglio di giornale che era giunto prima, si rendono conto di come esso fosse in realtà una cosa seria, e non da assimilare alle migliaia di segnalazioni anonime senza fondamento, ed avvertono il colonnello Olinto Dell'Amico. (Qui compare "L'ipotesi Fiori con aiutino").

Poiché il ritaglio di giornale é andato perso, Olinto Dell'Amico avverte Tricomi, ma senza fare alcun riferimento al famoso ritaglio che gli era stato mostrato tempo prima; viene così iniziata un'attività di richiesta e recupero dei fascicoli, dalla quale ogni riferimento al ritaglio perso viene prudenzialmente lasciato fuori, e facendo riferimento solo alla memoria prodigiosa del maresciallo Fiori. (Qui siamo a "L'ipotesi Fiori")

Mentre ci si si attiva comunque per recuperare il fascicolo Mele, chi sta inviando queste comunicazioni anonime, ritenendo che esse non stiano avendo effetto (magari nei tempi che l’anonimo desidera), invia un'ulteriore comunicazione indirizzata alla Della Monica, della quale alla stessa viene data notizia verbale, ma che probabilmente va accidentalmente (volendo presumere la buona fede di chi l'ha ricevuta) persa come il ritaglio di giornale. Oppure, per evitare imbarazzanti riferimenti al ritaglio di giornale, viene fatta sparire.

Nel frattempo il fascicolo viene recuperato, ci si accorge dell'identità dell'arma (per reale o fittizia che essa sia) e con essa dell'importanza che le comunicazioni avessero. Le informazioni trapelano, Sgherri scrive il suo articolo, e Tricomi indice la conferenza stampa. (Questa é "L'ipotesi rivendicazione").

Ma le informazioni relative alla modalità di nascita della “pista sarda” e alle segnalazioni anonime che vi starebbero dietro girano nell’ambito giornalistico, così anche Franca Selvatici scrive.

Quando poi il giudice Rotella si adopererà per ricostruire l'andamento dei fatti che avrebbero condotto alla pista sarda, si sottacerà su parte delle comunicazioni ricevute e soprattutto sulla fine che esse abbiano fatto, e si parlerà soprattutto del ricordo del maresciallo Fiori. Da qui quanto scritto nella sentenza Rotella (e finalmente giungiamo anche a “L'ipotesi minimalista” di Omar Quatar)

EccoTi, Lettore, una sequenza di eventi che mette d'accordo tutti; ma che con ogni probabilità, non piace a nessuno.

E non piace perché, sebbene risolva il problema dell'insanabile dicotomia di cui parlava De Gothia, ne genera al contempo un altro di dimensioni ben maggiori, invertendo la sequenza temporale tra la prima segnalazione, e l'omicidio di Baccaiano.

Se infatti secondo le ipotesi classiche, minimalistiche o complottistiche che siano, il "depistaggio" o "l'impistaggio" verso la "Pista sarda" avverrebbe come diretta conseguenza dell’esito insoddisfacente del delitto di Baccaiano e del potenziale rischio ad esso associato, l'inversione temporale potrebbe lasciar supporre che il delitto di Baccaiano sia invece la conseguenza dell'inerzia degli inquirenti dopo l'invio del ritaglio di giornale.

E da un certo punto di vista, un supporto “preterintenzionale” a tale possibilità sarebbe involontariamente offerto anche dallo stesso Omar Quatar quando scrive:

In tutte le ipotesi in cui si ammette l’esistenza dell’anonimo, inoltre, occorre segnalare un’altra incredibile combinazione, questa volta a carattere temporale: il 3 luglio viene emanato l’ordine di ricercare precedenti (ma non oltre il 1970), prima del 17 luglio arriva un anonimo che riporta al 1968; il lasso temporale è di meno di due settimane. La domanda è se il mittente potesse sapere che la ricerca era in corso, ma con parametri sbagliati. E’ pur vero che di segnalazioni anonime ce ne saranno state centinaia, ma guarda caso quella giusta (o che almeno venne ritenuta giusta all'epoca) arrivò proprio quando doveva arrivare.

Così, il “Mostro di Firenze”, dopo aver inviato un ritaglio di giornale, e non aver avuto riscontri, né suscitato reazioni, si sarebbe affrettato a commettere il delitto di Baccaiano, rapidamente, senza adeguata preparazione, in cattive condizioni, senza accoltellare nessuno a rischio di lasciare qualcuno in vita (come in effetti fu), e con risultati apparentemente deludenti. Ma conseguendo alla fine l’effetto, non ottenuto con il solo invio del ritaglio, di focalizzare, finalmente, l’attenzione su Signa.

Certo, é un'ipotesi complottistica, inverosimilmenente complottistica. Però Lettore, considerato che ho ormai assunto ufficialmente la posizione del complottista, lasciamela mantenere fino in fondo. Negli scorsi post ho già avanzato, anche se solo per dare sfogo alla mia fantasia, una tanto ardita quanto eretica ipotesi complottistica; ipotesi che comprendeva anche delle indirette "prove circostanziali", consistenti in una mera coincidenza delle date di certi eventi con certi delitti del MdF. Le date non sono state scritte esplicitamente, ma le avrei in qualche modo "nascoste" in uno dei post, ma soltanto per non toglierTi il piacere di una piccola "caccia al tesoro" (ma solo qualora Tu ne avessi voglia, beninteso; non dovessi averne voglia puoi sempre leggere il solo raccontino, ma senza avere contezza dei passaggi logici che conducono ad esso). Solo il delitto di Baccaiano sembrerebbe non avere riferimenti cronologici riguardo alle possibili motivazioni, e ciò nonostante le sue caratteristiche: azione approssimativa, vittima lasciata in vita, niente ricorso all'arma bianca, preferendo usare i proiettili per spegnere i fari piuttosto che per finire la vittima, telefonate successive... insomma un pasticcio che lascerebbe intravedere una necessità di agire rapidamente, un'impellenza, sacrificando pianificazione e precisione a tale necessità.

Per certi versi, un atteggiamento inspiegabile; però l'ipotesi complottistica rimetterebbe a posto anche questo. Per non parlare poi dello "Zio Pieto"...


mercoledì 9 febbraio 2022

GUIDA ALLE FALSE GIBSON CINESI 2



Devo subito dirTi la verità, Lettore: il titolo del post é fuorviante. Nessuna "guida" é contenuta in esso; il titolo mira solo a stabilire una continuità, almeno ideale, con una serie di tre post che scrissi quindici anni orsono.

Ed era solo l'ultimo dei tre post di quindici anni fa ad evidenziare le differenze estetiche intercorrenti tra le Gibson Les Paul autentiche e le copie cinesi, prendendo a modello la Les Paul Supreme, chitarra non più prodotta, ma che a breve dovrebbe tornare in catalogo, in qualche forma.

Da allora, ne é passata di acqua sotto i ponti. E quest'acqua ha trasportato con sé anche molte valutazioni da parte di liutai, supportate quindi da conoscenze specifiche ben maggiori delle mie, nonché falsi moralismi.

Le valuazioni dei liutai, nonostante la provenienza da parte professionisti indubbiamente competenti, lasciano il tempo che trovano; e la motivazione di ciò può essere discussa in poche righe.

Le copie cinesi sono fatte male, dicono i liutai. Dal punto di vista liuteristico sarà anche vero, dal punto di vista di chi le suona probabilmente no, o almeno non sempre; altrimenti non se ne venderebbero più.
Si venderebbero solo Firefly, Harley Benton ed Epiphone; se invece le copie (repliche, falsi, tarocchi. chiamatele come volete) continuano ad essere prodotte é perché qualcuno le compra.

E' la legge della domanda e dell'offerta, che in fondo é una banalità. Non c'é bisogno di immergersi nei testi di economia per verificarla, basta aprire un qualunque mercatino musicale: se qualcuno mette in vendita qualcosa e nessuno la compra, il prezzo viene ribassato. Se qualcuno mette in vendita qualcosa e la vende in minuti, chi mette in vendita successivamente un prodotto analogo chiede di più.

E', in pratica, il raggiungimento di un equilibrio naturale, nel quale entra evidentemente anche il reddito del consumatore; e la faccenda ha sempre funzionato così. E' stato il consumismo ad alterare l'equilibrio, introducendo elementi nuovi per pilotare il mercato.

Qui passiamo dalle valutazioni liuteristiche ai falsi moralismi, che richiedono un ragionamento un po' più articolato.

Se infatti la "società dei consumi" si era limitata a trasformare i beni duraturi in beni di consumo, favorendo il rinnovamento di beni che prima venivano acquistati "per la vita", e riparati fin quando non si poteva fare a meno di cambiarli, il consumismo ha cominciato ad ingenerare falsi bisogni per indurre il consumatore ad acquistare anche ciò di cui non avrebbe avuto la necessità, indebitandosi per farlo.

Le pressioni sociali (espletate attraverso diversi canali, non solo la pubblicità) hanno condotto a privilegiare l'apparenza rispetto alla sostanza; ci sono persone che comprano, ad esempio un oggetto tecnologico, e dopo un certo lasso di tempo lo cambiano senza mai aver avuto idea di tutte le caratteristiche e le capacità dell'oggetto. Non ne hanno mai sfruttato nemmeno un decimo delle potenzialità; perché spendere tanti soldi?

Alcuni oggetti, riguardo ai quali si bada alla sostanza, hanno un mercato assolutamente refrattario ai falsi. Esiste ad esempio un mercato di false auto sportive, che in alcuni Paesi possono pure venire (re)immatricolate, ma il mercato non decolla.
Vi sono dei kit per trasformare vecchie Toyota MR2 in Lamborghini, con risultati esteticamente stupefacenti (la Murciélago bianca é quella "autentica")


ma il vero appassionato vuole guidare una vera Lamborghini, e se non può permettersela preferisce continuare a guidare la sua vecchia MR2 che certamente gli garantirà un piacere di guida maggiore da originale, e non se appesantita da finte sovrastrutture che la avvicinano alla Lamborghini nella forma ma la allontanano da essa nella sostanza. Un costruttore di supercar realizza autovetture dalle prestazioni e dalla qualità tanto elevate, da non poter mai essere surrogate da un marchio su un cofano, scopiazzato da un cinese qualunque; e sono prestazioni e qualità che interessano l'appassionato, non lo scimmiottamento dell'estetica.

Un borsa da donna con una serie di LV dorate su un fondo color melanzana, invece, conserva inalterata la sua funzione a prescindere da chi l'abbia realizzata.
Se una vera ed una falsa Lamborghini si confrontano su strada o su pista, non c'é storia; se due donne con la borsa marchiata LV, di cui una é vera ed una e falsa, vanno in giro, di solito vince la più carina, non chi ha la borsa autentica.

E se é la più carina ad avere la copia, vince su tutti i fronti perché quando la moda consumistica imporrà ad ambedue di relegare la borsa il un armadio perché dèmodè, chi ha la copia avrà gettato via una frazione del denaro.

Per cui, molte persone (non necessariamente donne carine, anche uomini brutti) hanno pensato che rivolgersi al mercato delle copie per avere oggetti con le medesime funzionalità e con un aspetto che in qualche modo rispondesse alle pressioni sociali esercitate dal consumismo, risparmiando diversi soldi frutto di duro lavoro, fosse la migliore soluzione per utilizzare un oggetto, fare salve le apparenze, e non rovinarsi.
E' un effetto collaterale inevitabile del consumismo. Il dialetto siciliano, che é impareggiabile nel sintetizzare condizioni frequenti ma complesse in una sola frase, dice "Cu' mancia fa muddìchi", e cioè "chi mangia lascia briciole": non puoi pretendere di riempirti la pancia senza sporcare un po'. Ed i falsi sono "i muddìchi" del consumismo.

Chi "fa muddìchi" trova poi un metodo per asportare le briciole, raccoglierle e buttarle via, come ad esempio quello che si chiama "raccoglibriciole da tavola": Il raccoglibriciole del consumismo é il falso moralismo.
Così, viene strombazzato a destra e a manca, Lettore, come sia immorale comprare le copie, sottacendo l'immoralità insita nel costruire oggetti "autentici" delocalizzando, pagando i lavoratori quattro soldi, facendosi pagare il marchio, mettendo in atto l'obsolescenza programmata, istigando a comprare con tecniche di persuasione occulte e chiedendo cifre spropositate all'acquirente finale, che probabilmente sentirà il (falso) bisogno di comperare la versione più aggiornata di quell'oggetto del quale non ha ancora finito di pagare le rate alla finanziaria.
Arricchirsi alle spalle di poveri disgraziati.

E qualcuno, non si capisce se per convenienza o incapacità sta al gioco: é vero, é immorale. Chi ha iniziato tutto ciò pensava che i cinesi non fossero persone come tutte le altre, ma fossero dei poveri ingenui; i furbi erano loro.
Hanno spiegato ai cinesi cosa dovevano fare e come, dando loro due soldi mentre, a braccia incrociate, stavano a guardarli lavorare duramente. Ma una volta che i cinesi hanno imparato cosa dovevano fare e come, l'hanno fatto per loro stessi, chiedendo quattro soldi all'utente finale, anziché i due che gli dava il committente. O i furbi pensavano che nella Cina dominata dal "grande timoniere", dove chi era ricco poteva permettersi al più una bicicletta, sapessero di orologi Rolex, borse Louis Vuitton e chitarre Gibson?

Scoperto che i cinesi non erano poi così ingenui, tutto ciò che hanno saputo inventare per tirarsi fuori d'impaccio é stato il moralismo.
Moralismo che non rende migliore chi ha inventato questo meccanismo; lo rende solo più ipocrita. E fin da piccolo mi é stato insegnato che l'ipocrisia é una brutta cosa.

Quindi, il falso moralismo, lasciando intatta l'intera costruzione ed aggiungendo l'ipocrisia, non migliora la situazione nel suo complesso, anzi la peggiora.

L'unico modo di migliorare l'intera faccenda sarebbe stato quello di svincolare la società dalla necessità di apparire, ritornando a privilegiare la sostanza. Ma chi muove i suoi interessi su questo piano economico si é ben guardato dal farlo; quindi il mercato delle copie é fiorente, consentendo ancora alle vittime del mercato globale di apparire senza essere, e senza dover togliere il pane di bocca alla famiglia.

Ma torniamo al caso specifico delle chitarre. Se guardi articoli, blog, canali YouTube, etc. ti accorgerai di come chi vuole "svelare" ad altri il "segreto" per distinguere le copie da chitarre autentiche, si basa sui particolari estetici.
Non così é nel caso, summenzionato, delle automobili; questo é l'avvertimento, diretto all'eventuale acquirente, il venditore di questa copia di "Ferrari Enzo"


This is a replica kit car, NOT a $1,000,000 car. It is NOT perfect, it is good for what it is, but please know what you are getting yourself into by purchasing this car. If you have never owned a kit car, come see the car BEFORE bidding please.

L'acquirente deve essere avvertito che la prestazione che ricaverà dall'oggetto non é neanche lontanamente paragonabile a quella dell'originale; così non fosse la restituzione, con la relativa richiesta di rimborso, sarebbe praticamente immediata.

Qualche liutaio entra nei dettagli costruttivi, sempre rilevabili ad un'ispezione più o meno approfondita, ma pur sempre visiva. Nessuno dice mai: "Ecco, io non guardo la chitarra, ma distinguo l'originale dalla copia suonandola o sentendola suonare. La copia si distingue dall'originale per le sue diverse prestazioni".

Anche io, nel post di quindici anni fa, mi basai sostanzialmente sui medesimi principi: dettagli di tipo estetico.

Ma quindici anni non sono passati invano; posto che, una volta che si ha il marchio sulla paletta, l'apparenza é stata salvata, é giunto il momento di occuparsi della sostanza. Quanto, nella sostanza, può essere resa paragonabile una copia all'originale? Può una differenza nell'utilizzo dello strumento essere così determinante da causare la restituzione della copia, chiedendo un rimborso?

E fatta salva l'apparenza, soddisfatta tale esigenza sociale, restano, al netto del valore commerciale in caso di rivendita, tre parametri che esprimono la sostanza: estetica (quella importante, data dall'impatto visivo dello strumento), suono e suonabilità. E tutte tre sono suscettibili, in maggiore o minor misura, di miglioramenti lavorando sullo strumento.

Però, mentre la suonabilità non può venire comunicata attraverso i mass media se non come parere, estetica e suono possono invece venire mostrati.

Ed é questo che ho intenzione di fare qui, Lettore.

Così, ti voglio presentare queste due chitarrine.






Una é autentica, l'altra é una copia.

Ma diversamente da quanto accadde più di quindici anni fa, non mi soffermerò sui particolari che consentano di stabilire, visivamente, quale sia la chitarra autentica, e quale la copia




chi ha un minimo di dimestichezza con la produzione Gibson non avrà alcuna difficoltà nell'individuare immediatamente la copia.




Ma anche chi non conosce in maniera approfondita la produzione Gibson impiegherà al più qualche minuto per catalogare le due chitarre






Non essendo questo lo scopo, chiameremo genericamente le due come "Chitarrina Rossa"




e "Chitarrina Azzurra"




Forse Chitarrina Rossa é più una calda tonalità di marrone che un rosso




e Chitarrina Azzurra é più un blu violetto profondo che un azzurro




così magari sarebbe stato più corretto chiamerle "Chitarrina Tigrata" e "Chitarrina Fiammata"; ma guardate in pieno sole, possono anche vedersi come rossa e azzurra.




Non so come le trovi tu, Lettore, ma per me posseggono ambedue un'estetica accattivante; e tale impressione é stata condivisa da molti di coloro che le hanno viste "dal vivo", e da taluni addirittura manifestata spontaneamente, senza alcuna sollecitazione.

E questo é per ciò che riguarda l'estetica; veniamo al suono

Ora, Lettore, non sapendo quale Tu trovi più gradevole, ma vorrei proporTi un gioco. Il gioco consisterebbe nell'accoppiare il suono all'estetica.

Vi sono tre file audio, di cui uno riproduce l'uscita, in sequenza A-B, dei pickup al manico




uno dei pickup al ponte




e uno di ambedue i pickup, con i selettori in posizione centrale




Il gioco consiste allora nell'associare il suono A o B, a Chitarrina Rossa o a Chitarrina Azzurra. Non é detto che A o B corrispondano sempre alla stessa chitarrina; é possibile che il campione A del pickup del manico corrisponda ad una ed il campione A del ponte all'altra. Quindi gli accoppiamenti sarebbero 3+3: uno per il pickup al manico, uno per quello al ponte ed uno per ambedue i pickup (posizione centrale del selettore).

I file sono registrati digitalizzando il segnale "dry" in uscita dalle chitarre, senza nulla interposto, con un convertitore A/D 24 bit. Il segnale può pertanto essere paragonato direttamente, qualunque sia il mezzo con il quale viene riprodotto; l'audio é in formato PCM a 44100Hz stereo 1411kbps. I due canali riproducono ovviamente lo stesso segnale

Scusandomi per la qualità dell'esecuzione, resa ancora peggiore dalla totale assenza di qualunque effeto ambientale, naturale o artificiale, sottolineo che non si vince nulla; é un gioco fine a sé stesso, non una gara; se poi Lettore, riterrai di voler scrivere sotto quali siano, secondo Te, gli accoppiamenti, il Tuo commento sarà, come sempre, benvenuto.


martedì 8 febbraio 2022

IL MOSTRO DI FIRENZE, OVVERO LE OPINIONI, PARMENIDE, CARTESIO E LA RICERCA DELLA VERITÀ: Addendum



One coincidence is just a coincidence, two coincidences are a clue, three coincidences are a proof

Anonymous




SALVATORE VINCI


Spesso, Lettore, accade che prima di pubblicare un post sul blog, chieda a qualche familiare di leggerlo; magari i contenuti risultano chiari a me, che l’ho scritto, ma la forma in cui sono espressi può rendere i concetti oscuri per chi legge per la prima volta. O vi possono essere, semplicemente, delle espressioni che suonano male, oppure errate, delle quali non mi accorgo.

Chi, stavolta,  ha letto in anteprima quelli relativi al "Mostro di Firenze", ha poi approfondito autonomamente alcuni aspetti della storia. E, forse anche a causa di tre video recentemente pubblicati su un canale YouTube dedicato, che poi è quello sul quale sono presenti i video di colui che ho denominato Davide Rossi, è rimasto particolarmente colpito dalla figura di Salvatore Vinci; soprattutto per il fatto che non sembrasse si fossero verificati eventi che l’abbiano inequivocabilmente scagionato, come per gli altri sardi o per Spalletti (cioè, omicidi durante un periodo di detenzione o di viaggi all’estero). E nonostante ciò, o forse proprio per questo, è stato uno dei pochi, tra coloro coinvolti in questa storia, a non fare una brutta fine.

Dopo aver appreso tutte le verità, mostrologicamente parlando, al riguardo, mi ha chiesto quale fosse la mia opinione in proposito; ed io, dopo averla esternata, ho aggiunto parte di essa in coda alla serie dei post. Senza che ciò voglia in qualche modo rappresentare l’intenzione di continuare sull’argomento “Mostro di Firenze”.

Chiariamo subito un concetto riguardo all’equazione Salvatore Vinci = Mostro di Firenze; anzi, facciamolo chiarire ad un ex carabiniere intervistato da Davide Rossi ed a Davide Rossi stesso:

Dall’82 in poi è stato perquisito sette volte. Per lunghi periodi era piantonato sotto casa. Lui lo sapeva, e si divertiva anche un po’… per strada, col motorino, provava anche, per divertimento, a seminarci. Era un tipo scaltro. Fu perquisito nell’83 dopo il delitto, nell’84 dopo il delitto, nell’85 era pedinato e fu poi perquisito. Quindi dobbiamo scartarlo; anche se poi cercarono di incriminarlo per quella storia della moglie. Poi adducendo la questione che, per una questione di turni di qualche ora, il pedinamento del Vinci la domenica del delitto degli Scopeti era stato sospeso, fu valutato anche di incriminarlo come “mostro”. Ma, sembra che il delitto risalga addirittura al giorno prima; e il giorno prima il Vinci era a casa con i suoi angeli custodi. E poi, un tizio scaltro come il Vinci, che sa di essere pedinato, si prende la briga di fa’ un delitto del genere? Come faceva a sapere che per poche ore non c’eravamo? E come faceva a sapere che avrebbe avuto il tempo di andare e tornare? Non è possibile, punto e basta.

Quindi, la questione del Vinci, si risolve… Salvatore… si risolve in maniera estremamente semplice. Perché dal momento che Salvatore Vinci, oltre che perquisito, è seguito periodicamente, era casualmente seguito fino al delitto degli Scopeti. Quando un carabiniere ti dice: “noi ci assentiamo due ore” questo come faceva a usci’ di casa… prendendosi un rischio mostruoso, perché poi non sapeva quando si sarebbero ripresentati! Questo esce di casa… chiaramente non poteva ave’ fatto sopralluoghi né niente… a colpo sicuro prende la macchina e va a San Casciano, a caso… casualmente ti becca la coppia, che se ne trovava assai poca in quel periodo, per non dire nessuna… compie i delitti… oltre questo si era preparato, a suo tempo, la lettera famosa della Della Monica, si piglia l’ulteriore rischio di anda’ fino a San Piero a Sieve, spedire la le…e tornare a casa. Non sapendo, se nel frattempo, avevano ripreso, i pedinamenti! Quindi… Salvatore Vinci… basta dire questo, per scagionarlo!


Ciò detto (da Davide Rossi), da un certo punto di vista, il personaggio di Salvatore Vinci in questa vicenda, non mi appare poi così diverso da quello di Pietro Pacciani.





Come Pacciani, entra nelle indagini essenzialmente sulla base di una segnalazione anonima (la lettera per Pacciani, il ritaglio di giornale per Vinci)

Come per Pacciani, la collocazione sul luogo del delitto come killer avviene sulla base di testimoni di dubbia attendibilità (il Lotti per Pacciani, il Mele per Vinci)

Come per Pacciani, le "testimonianze" si riducono a possibili "avvistamenti" nei pressi delle zone del crimine in orari che avrebbero una certa attinenza con i crimini (Pacciani in automobile o agli Scopeti, la maglietta a strisce di Vinci per Giogoli o l'uomo per strada per Baccaiano)

Come per Pacciani, vi sono testimonianze indirette di possesso ed uso di pistola, senza che questa sia mai stata trovata.

Come il Pacciani, l'unico indizio che forse lo lega all'arma del delitto (il proiettile per Pacciani, lo straccio per il Vinci) é labile e sua reale appartenenza al sospettato non é provata.

Come per Pacciani, la sorveglianza attiva (intercettazioni, pedinamenti) non ha condotto a nessun risultato concreto.

Come per Pacciani, ad un certo punto viene teorizzata un'azione omicidiaria coadiuvata da persone che hanno stretti contatti relazionali (i compagni di merende per Pacciani, fratello o figlio per il Vinci)





Come Pacciani, viene considerato un "mostro" per i suoi trascorsi omicidiari o presunti tali (Pacciani per il Bonini, Vinci per la Steri)

Come Pacciani, viene considerato un "mostro" anche per la depravazione sessuale (il Pacciani andava con le figlie, Vinci con altri uomini, donne e uomini, etc.)

Come Pacciani, viene lasciato dalla moglie non appena questa può sottrarsi.

Come per Pacciani, l'ipersessualità (in qualunque senso sia diretta) di fatto non corrisponde all'iposessualità postulata dalla criminologia.

Come per Pacciani, molti innocentisti “noti” si sono mossi (Sgarbi per Pacciani, i giornalisti per Vinci)

Come per Pacciani, un livello intellettuale che lo porta a superare i limiti impostigli da un ambiente retrogrado e culturalmente povero, gli consente una, seppur embrionale, espressione artistica (Vinci suonava la fisarmonica, Pacciani disegnava).

Come per Pacciani, il confronto diretto dà l'impressione di trovarsi di fronte ad una persona, anche se non di cultura, furba, intelligente ed acuta.





Come per Pacciani, le sue abitudini sessuali lo rendono certamente un depravato, ma non altrettanto certamente il “Mostro di Firenze” Allora, Se Pacciani non é mostro, perché mai dovrebbe esserlo Vinci?

Che poi furbizia, intelligenza ed acuzie possano essere state dirette in direzioni diverse è qualcosa che probabilmente discende da differenze caratteriali, e dalla frequentazione di ambienti differenti; cosa che fa sì che anche gli appoggi ricevuti dai due siano diversi. E Salvatore Vinci è senza dubbio un personaggio molto più enigmatico di Pietro Pacciani

Pacciani puntava sull’istrionismo. Cercava di dare di sé l’immagine della povera vittima (“l’agnelluccio al quale state tagliando il colluccio”); e, considerati i suoi trascorsi, che rendevano comunque difficile essere compassionevole verso di lui, un risultato in tal senso lo ottenne. Anche se, bisogna dire, affiancato da legali altrettanto abili

Salvatore Vinci, invece, in qualche modo si muoveva in modo inapparente, sotterraneo. La sua astuzia era certamente più raffinata, ed era palese quando si divertiva a cercare di seminare i suoi pedinatori, ben sapendo che nulla poteva essergli imputato per tale azione. Dispettoso per il piacere di esserlo.

C’era però dell’altro; e questo altro lo differenzia ancor di più da Pacciani. E’ improbabile che, se avesse davvero ucciso la povera Barbarina Steri, Rotella non sarebbe riuscito ad incastrarlo. Una faccenda è scoprire chi sia l’assassino; un’altra è averlo in pugno e non riuscire a trovare nulla. Però… se lui fosse stato colpevole, non avrebbe potuto farla franca senza l’aiuto di qualcuno. Mi spiego meglio. Una delle argomentazioni che venne (e viene ancora oggi) portata contro di lui riguardo alla morte di Barbarina, è il fatto che la poverina non poteva essersi suicidata utilizzando una bombola di gas ormai esaurita; e la necessità che ella si fosse recata dai vicini per riscaldare il latte del bambino comproverebbe come la bombola fosse esaurita.

E Salvatore Vinci stesso avrebbe detto al Mele di avere ucciso Barbarina.

Però, chi entrò con lui nella stanza ove giaceva, morta, la moglie, e cioè il fratello ed il padre di Barbarina, ed un vicino di casa, testimoniarono come nella stanza vi fosse “un forte ed insopportabile odore di gas”; quindi, se Salvatore Vinci ha ucciso Barbarina, e la bombola era vuota, sia il fratello (cosa che magari non stupisce), sia il padre (cosa che già stupisce un po’ di più) sia il vicino di casa avrebbero dichiarato il falso, affermando che dalla "bombola vuota" fosse uscito tanto gas da rendere "forte ed insopportabile" l'odore nell'ambiente. Lo avrebbero aiutato. Così come compiacenti sarebbero stati il dr Vacca, il dr Zuddas (ufficiale sanitario) ed il medico legale che eseguì l’autopsia dichiarando che sul cadavere di Barbarina non si rilevassero segni di violenza.

In realtà, considerato che:

1) Vi era un biglietto d’addio scritto di pugno da Barbarina

2) L’edificio, nonostante l’odore di gas, non esplose all’accensione della luce

vi sarebbe una spiegazione molto più semplice dell’accaduto. Anche qui, come in altri episodi che fanno parte della vicenda del Mostro di Firenze.

Quando la bombola è in esaurimento e la pressione all’interno scende al di sotto di quella dell’erogatore, non è più garantito il funzionamento dei fornelli ad essa collegati, ma la bombola continua ad erogare gas, sebbene a pressione inferiore. I moderni regolatori tagliano l’erogazione anche in queste condizioni, ma quelli di mezzo secolo fa non possedevano tale caratteristica.

E’ chiaro che la residua quantità di gas non è in grado di saturare un ambiente fino a provocare la morte per asfissia di chi lo occupa, specialmente se vi sono delle fessure che ne consentono la fuoriuscita dal vano; ma diversa è la condizione di chi inali direttamente il gas, respirando dal tubo collegato alla bombola. Inalando solo GPL, bastano un paio di respiri per morire; pertanto, se la bombola è ancora in grado di erogare 2-3 litri di gas, una donna può suicidarsi con due sole inspirazioni. D’altra parte, tale quantità di gas, dispersa nell’ambiente, è più che sufficiente per avvertirne l’odore, ma non perché venga innescata un’esplosione all’accensione della luce.

Barbarina aveva il tubo di gomma vicino alla bocca; ha probabilmente inspirato il gas direttamente da esso, e ciò ne ha causato la morte. E’ certamente possibile uccidere una persona costringendola ad inspirare il gas, ma occorre sopraffarla, e ciò lascerebbe dei segni inequivocabili sia sul corpo sia sul tubo del gas (ad es. segni di morsicatura); occorrerebbe non solo tenere forzatamente il tubo dentro la bocca della vittima, ma tenerle chiuse anche le narici, con le dita, fin quando lo stimolo indotto dall’elevato livello di anidride carbonica nel sangue (tecnicamente si chiama “ipercapnia”) non costringa la vittima ad inspirare. E’ impossibile che ciò non lasci segni evidenti sul viso; ed il rapporto giudiziario a firma Delio Pisano recitava testualmente “A parere dello scrivente il cadavere non presentava segni di violenza visibili esteriormente”, né l’autopsia rivelerà alcuna lesione compatibile con tentativi di sopraffazione.

Posto che esistono modi diversi di provocare la morte di una persona, anche senza eseguire azioni materiali, è evidente che la povera Barbarina, nonostante avesse avuto la possibilità di andar via di casa, e nonostante il bambino rimanesse orfano, per qualche motivo ha ritenuto di dover comunque porre fine alla sua vita. Ma Salvatore Vinci, sebbene responsabile della sua morte, non può essere considerato “assassino”. Salvatore Vinci con Stefano Mele, ha in realtà millantato l’omicidio; cosa che peraltro, considerato l’individuo, non sorprende. Certamente, sarà stato un grande affabulatore, e, nell’esserlo, chissà cosa e come avrà millantato.

Sta di fatto che sebbene egli, nell’idea di molti, sarebbe stato in grado di prendersi gioco di coloro che gli hanno dato la caccia per anni, di seminare in senso di spregio i suoi pedinatori, subito dopo il processo per la vicenda di Barbarina, ha ritenuto di dover trasferirsi all’estero. E nonostante sia stato assolto con formula piena.

E ciò anche se, una volta assolto dall’accusa di omicidio della prima moglie ed il non luogo a procedere per gli omicidi del “Mostro”, si sia manifestato un impegno generale a suo sostegno.

La notizia della sua assoluzione del 1988, infatti, venne riportata da diversi giornali, ma non semplici trafiletti; si parla di articoli a quattro colonne. Uno di essi fu firmato da Ottavio Olita, lucano trapiantato in Sardegna, giornalista RAI e scrittore. Senza dubbio, non un trattamento che viene riservato a qualunque emigrato sardo che viene assolto per un omicidio. Considera, Lettore, che qui non si tratta di un processo che ha avuto chissà quale risonanza mediatica. Non si sta parlando del delitto di Cogne.

In seguito al “non luogo a procedere” per la vicenda “Mostro di Firenze” si mobilitò addirittura RAI2, che gli dedicò un’intera puntata, praticamente celebrativa, di “Detto tra noi”, la serie che dall’anno successivo sarebbe divenuta “La Vita in Diretta”. E proprio da questa trasmissione televisiva, Lettore, giungono, a mio parere, un paio di informazioni interessanti su Salvatore Vinci.

La prima informazione riguarda il luogo in cui si trovi Salvatore Vinci, posto che sia ancora vivo. Vitalia Melis riferì in un’occasione come egli fosse deceduto in Spagna (mi pare a Barcellona – cito a memoria) per una neoplasia epatica, informazione che avrebbe ricevuto dalla seconda moglie. Il giornalista Paolo Cochi avrebbe invece appurato come il Vinci fosse vivo, e residente a Saragozza. L’investigatore (ex carabiniere) Davide Cannella, non sarebbe tuttavia stato in grado di trovare tracce del Vinci a Saragozza; avrebbe avuto notizia di tre “Salvatore Vinci” nell’intera Spagna, di cui due incompatibili per età, ed uno, parrebbe, proveniente dal NordAfrica. Tuttavia avrebbe accertato come almeno una volta il Vinci avrebbe fatto rientro in Italia per un breve periodo, con un volo atterrato a Fiumicino e proveniente da Madrid.

Nella summenzionata trasmissione televisiva “Detto tra Noi” viene, ad un certo punto, chiesto all’avvocato Marongiu, uno degli avvocati difensori di Vinci, dove si trovi Salvatore Vinci ed egli, con atteggiamento reticente, lo colloca, genericamente, “in un paese oltreoceano, nelle Americhe”.

In uno dei video che cito all’inizio del post, e che avrebbero suscitato la curiosità del mio congiunto, viene intervistata l’avvocato Rita Dedola, che sembra fosse appena entrata a far parte dello studio Marongiu ai tempi del processo Vinci. Anche lei riferisce come Salvatore Vinci sia ritornato almeno una volta in Italia, ed in tale occasione si sia recato in studio, per far visita a coloro che lo avevano difeso, insieme alla sua compagna che l'avvocato Dedola ritiene “spagnola” riferendo che di nome facesse “Marisol”. Il nome “Marisol” ha in effetti un'origine catalana, ma é molto diffuso in America Latina; così, il nome della compagna di Francesco Vinci non può essere considerato indicativo della zona geografica in cui egli si fosse trasferito.

Ora, Lettore, così come vi sono voli diretti Saragozza-Fiumicino, vi sono diversi voli che dall’America Latina giungono in Italia via Madrid; ed in America Latina vi sono almeno cinque località denominate “Zaragoza”. Questa è un’informazione che ho trovato interessante. Perché, nonostante le analogie con il personaggio di Pacciani, è la fine che fa la differenza; e questa non è un’”opinione”.

Anzi, proprio questo è l’aspetto che più di ogni altra cosa differenzia Salvatore Vinci da Pietro Pacciani, che li pone agli antipodi: le modalità con le quali i due personaggi hanno lasciato la scena.




Pietro Pacciani é morto in attesa della revisione di un processo che lo aveva scagionato. Francesco Vinci, il fratello di Salvatore, é morto. Assassinato. Salvatore Vinci é stato salvato.

La seconda informazione riguarda un episodio che sempre l’avvocato Marongiu narra sul finire della puntata. Egli riporta come, durante un’arringa condotta in un “tribunale del Nord Italia” per reati di sequestro di persona, fosse costantemente rimasto sotto lo sguardo insistente di una donna, elegante ed attraente, presente nell’uditorio; e, ritenendo che tale interesse fosse suscitato, nella signora, dalla sua persona, si sentisse lusingato. Subito dopo il termine dell’udienza la signora lo avrebbe incrociato in uno dei corridoi del tribunale, fermandolo, e pregandolo di inviare i suoi saluti a “Salvatore Vinci”. Salvatore Vinci, una volta riferitogli l’accaduto, avrebbe semplicemente annuito senza mostrare stupore. Lo stupore, invece, avrebbe colto l’avvocato nel rendersi conto che una donna così di classe fosse tanto interessata al Vinci.

L’episodio è indubbiamente inusuale, ma l’interesse non sta qui. Sempre in uno tre video che hanno incuriosito il mio congiunto, l’avvocato Rita Dedola narra come un giorno, mentre era in studio ed in compagnia dell’avvocato, si fosse presentata alla porta una donna, elegante, affascinante e con un eloquio che denotava una certa cultura, la quale aveva chiesto notizie sull’andamento del processo, si era interessata alla sorte di “Salvatore”, ne aveva parlato come se avesse con il Vinci una notevole familiarità, e gli aveva inviato i suoi saluti.

Da un certo punto di vista, nulla impedirebbe che ambedue gli eventi siano realmente accaduti. Il particolare interessante è però che l’avvocato Marongiu raccontò l’aneddoto all’intervistatore di “Detto tra noi” mentre si trovava all’aperto, seduto ad un tavolino (probabilmente di un bar) proprio accanto all’avvocato Rita Dedola, anche lei interpellata dall’intervistatore; tutto ciò che Rita Dedola disse al riguardo in quell’occasione fu: “ Al processo di primo grado, in Corte d’Assise, al processo per l’omicidio della moglie, il pubblico era prevalentemente fatto di donne, composto di donne, e c’erano molte amiche sue”. Ma nessun accenno all'episodio della signora in studio venne fatto, né da parte dell'avvocato Marongiu, né da parte dell'avvocato Dedola. Vi sarebbe da chiedersi il perché. Così come vi sarebbe da chiedersi il perché nessun accenno all'episodio raccontato da Marongiu venga fatto da Rita Dedola nel video più recente. Come se la menzione dell'uno escludesse quella dell'altro.

Converrai con me, Lettore, che i due racconti darebbero adito a diverse perplessità; quando, la bella signora, avrebbe fatto la sua comparsa? In studio a Cagliari o in tribunale al Nord Italia? Perché durante la trasmissione nessuno accenna alla visita allo studio? Oppure si trattava di due belle signore diverse, ma che non possono essere ambedue menzionate nell’ambito della medesima intervista? A meno che uno stuolo di belle signore non volesse avvalersi dello studio Marongiu&Dedola come mezzo per inviare saluti, è improbabile che due episodi siano contemporaneamente e totalmente veritieri. E’ questo l’aspetto interessante: non c’é “verità”, qui. Nemmeno mostrologica.

Tutt’al più, se qualcosa relativo ai due episodi è realmente accaduto, essi potrebbero costituire, ambedue, due “mezze verità”. Ora, Lettore, ero già a conoscenza della proprietà additiva delle coincidenze ("One coincidence is just a coincidence, two coincidences are a clue, three coincidences are a proof" frase attribuita ad Agatha Christie, anche se nessuno sembra sapere in che occasione la scrittrice l'avrebbe formulata). Riconsiderando la vicenda relativa al “Mostro di Firenze” ho appreso anche dell'esistenza di una proprietà disadditiva delle frazioni di indizio (“mezzo indizio più mezzo indizio non fa un indizio ma zero indizi”) Ciò che ancora, però, non mi é riuscito di comprendere è se la proprietà disadditiva si estenda anche alla verità o meno: mezza verità + mezza verità fa una verità intera? O, come per gli indizi, fa zero verità? E ciò vale per ogni verità, compresa la “verità mostrologica”? L’affermazione, poi, dell’avvocato Rita Dedola riguardo al fatto che Vinci sicuramente qualcosa sapeva é forse meno interessante, in quanto ovvia; ma proprio per questo, totalmente condivisibile.

Quello che sarebbe un po' meno ovvio, ma proprio per questo molto più interessante, sarebbe sapere chi abbia salvato Salvatore... e perché, anche se il perché é forse intuibile.

Detto ciò, Lettore, posso finalmente porre la parola “fine” ad una serie di post su un argomento che, per quel che mi riguarda, considero definitivamente chiuso. E chiudo con le parole di Davide Rossi:

Una cosa che ho… abbiamo notato… cioè, facendo questo lavoro, è che, all’interno degli ambienti investigativi, ma anche gente in quiescenza da… dieci anni, quindici anni, c’è un minimo comune multiplo fra queste persone, che è il seguente: nessuno parla volentieri di questa cosa! E, se ne parla, ne parla a condizione che il suo nome non venga fatto

Se non vogliono parlarne loro, che sono professionisti, avranno di certo il loro motivo. Ed io, Lettore, che invece, da blogger da strapazzo, sono totalmente ignorante, pur senza comprenderlo, lo accetto acriticamente come fosse un consiglio, ed altrettanto acriticamente lo seguirò, per fede.

Come fosse una “verità mostrologica”.

Anche se di recente, mi sono trovato costretto ad aggiungere un post-scriptum.