sabato 4 gennaio 2014

LA VIA DEI BORGHI.31: La "fase parallela".PERGUSA



Il progetto di Pergusa risale al 1935, nel contesto della bonifica della zona del lago omonimo.  La  realizzazione del progetto fu perseguita con determinazione dal Prefetto di Enna, l’avellinese Ascanio Marca, già prefetto di Ragusa.  Il lago di Pergusa è l’unico bacino lacustre naturale esistente in Sicilia (con l’eccezione dei bivieri, che più che laghi erano paludi), anche se di tipo endoreico, non alimentato da immissari




Anche esso era attorniato da una  palude prima di venire bonificato



e la zona del lago era già stata classificata nel 1933 come comprensorio di bonifica integrale. Il progetto di bonifica, comprendente la realizzazione di una strada, di opere di contenimento delle acque, di banchine sulle rive del lago



oltreché le opere idrauliche ed agrarie volte ad eliminare le zone paludose, era stato redatto dal Genio Civile di Enna.

Nell’ambito di tale progetto venne inserita la realizzazione di un centro rurale, con il duplice scopo di dare una casa a diverse famiglie ennesi, e di portare gli agricoltori sul territorio bonificato. Quindi contrariamente a Bardara di Lentini, Pergusa non è un villaggio costruito per gli operai della bonifica e successivamente adattato. Pergusa venne costruita per i contadini; anzi, le case vennero realizzate prima dei servizi. In questa foto si vedono le case coloniche, ma non vi è traccia del centro cittadino



che comincia a sorgere più tardi, con l’obelisco che ne contraddistingue la piazza



Analogamente a quanto accaduto per Libertinia e Santa Rita, uno degli intenti dichiarati fu allora quello di “avvicinare il contadino a vaste estensioni di terre fino allora faticosamente coltivate”; ancora una volta, quindi, si perseguiva il fine di stabilire le dimore degli agricoltori in prossimità dei poderi.

Pennacchi, che definisce le case “pollaietti”, le data tra il 1927 ed il 1930. I lavori di bonifica, iniziati nel maggio del 1935 furono portati a termine nell’ottobre successivo. Le prime diciotto case, anche se precedono la realizzazione degli edifici di servizio, vennero in realtà completate all’inizio del 1936.

Il progetto è quindi posteriore a Libertinia o Santa Rita, anche se, considerato il fatto che la realizzazione di questi si prolungò per diversi anni, Pergusa risulta alla fine contemporanea ad essi.  
Gli alloggi delle case di Pergusa erano di due tipi: uno più piccolo che come distribuzione dei vani era simile alle case di Libertinia o di Santa Rita, ma con una superficie coperta maggiore, ed uno più grande che aveva un vano in più. Ogni costruzione comprendeva due alloggi, con ingressi indipendenti, e con annesso un orto di 1000 metri quadri.
Conseguentemente anche le case erano di due tipi, di cui uno formato da due alloggi piccoli



ed un altro da due alloggi grandi



nell’immagine, la luce del vano supplementare è visibile  tra la porta d’ingresso ed il portico.
A tutte le finestre erano applicate reti antimalariche.

 Il progetto, che, come su accennato, aveva come scopo anche quello di dare una casa vera ad alcune famiglie di Enna, di cui due quartieri erano interamente costituiti da grotte, fu in parte finanziato, con fondi personali, da Mussolini, il quale mise a disposizione  £ 500 000 per la realizzazione delle case. Il Prefetto Manca ne fu l’interlocutore diretto  per quel che riguardò la gestione dei fondi, e comunicò a Mussolini il completamento dei lavori con una missiva datata 4 aprile 1936. All’inaugurazione delle case, ed alla posa della prima pietra degli edifici di servizio, intervenne tuttavia soltanto Tassinari, il 21 aprile successivo.

Altre diciannove costruzioni si sarebbero dovute iniziare alla fine del 1936, mentre  la realizzazione dei servizi terminò quando già le prime case erano state ultimate, quindi tra il 1936 ed il1937. Intorno alla piazza sorsero la chiesa



la scuola



e la Casa del Fascio con la caserma dei carabinieri



mentre un alto obelisco, con due fasci littori, si ergeva al centro della piazza



L’obelisco, che sembra essere stato il primo elemento del nuovo centro ad essere realizzato, ospitava la lapide commemorativa alla base



ed una seconda è ancora visibile sul lato opposto


Mussolini visitò il villaggio ultimato il 15 agosto del 1937, ma il Prefetto Manca non potè presenziare all’evento, essendo improvvisamente deceduto sei mesi prima.

L’anno successivo venne realizzata, ad Ovest della piazza, la stazione antimalarica ed ulteriori case coloniche si aggiunsero alle preesistenti



Nel 1949 iniziarono i lavori per la realizzazione di un autodromo



l’opera, progettata da Roberto Calandra (l’architetto che aveva progettato Borgo Burrainiti), venne inaugurata nel 1958.

Pergusa è adesso una località turistica nota



sia per l’autodromo



sia per la riserva naturale intorno al lago



Il nucleo originario esiste quasi interamente, ma le case coloniche sono divenute normali abitazioni



e molte sono difficilmente riconoscibili a causa delle modifiche apportate negli anni



 L’unica che conserva ancora il portico originale si trova lungo la SS561 (via Nazionale)



ed è divenuta parte integrante di una costruzione adibita a locale per ristorazione. Diciassette delle diciotto casette costruite nel 1936 restano comunque identificabili, anche se poche conservano un aspetto simile a quello originario



Per qualche motivo, forse connesso alla tecnica costruttiva, le abitazioni che hanno subito le maggiori modifiche sono quelle realizzate nel 1938,mentre la stazione antimalarica, ove si eccettuino le modifiche delle aperture, è rimasta praticamente uguale all’originale



La Casa del Fascio


è stata interamente destinata a caserma dei Carabinieri



 che originariamente pare occupasse solo la parte posteriore dell’edificio



mentre scuola



e chiesa



funzionano ancora come tali.

La stazione antimalarica è stata utilizzata come sede della Guardia Medica fino al 2010




quando è stata eliminata nell’ambito del riassetto del SSR conseguente al piano di rientro.

L’obelisco 



con le sue lapidi


è ancora in sede; solo le lame d’ascia dei fasci littori sono state asportate




Nella fotografia satellitare sono marcate le principali strutture del villaggio: in giallo gli edifici di servizio, in blu le prime case coloniche (in turchese la posizione della diciottesima casa) ed in rosso alcune delle case coloniche costruite successivamente


Il progetto di Pergusa, sebbene concettualmente analogo a quello di Libertinia o Santa Rita, non può dirsi ispirato a questi. Ma una delle caratteristiche che condivide con le iniziative già citate è la funzione mista, residenziale e di servizio, anche se l’urbanistica appare diversa. Per questa si tenne conto da quanto scritto dall’ispettore sanitario di Enna: ”[…]a cagione dell’istinto gregario dell’uomo, accentuato in Sicilia per ragioni di difesa, si raccomanda di costruire le case rurali a gruppo di 4 o 5 all’estremità dei singoli appezzamenti di terreno da coltivare[…] “

Ciò che intendo sottolineare qui è il fatto che ancora nella seconda metà degli anni Trenta



nella realizzazione di centri rurali sembrava importante attenersi al principio del raggruppamento, piuttosto che avversarlo. Si tendeva a creare nuove comunità, non a smantellare quelle esistenti.

Ma L’Istituto VEIII sembrava andare chiaramente controcorrente.


domenica 22 dicembre 2013

LA VIA DEI BORGHI.30: La "fase parallela". SANTA RITA



Nemmeno Santa Rita può essere considerata un’anomalia; se lo fosse, non sarebbe “un nobilissimo esempio da imitare”. Ed a maggior ragione, considerato che nel caso di Santa Rita la realizzazione riguardò quasi esclusivamente le case coloniche. Intendo dire con questo che se il raggruppamento delle case in un borgo residenziale fosse stato senz’altro da avversare (come dettava l‘Istituto VEIII), Santa Rita avrebbe comunque potuto costituire  “nobilissimo esempio”, ma sicuramente non “da imitare”.

Nel più volte menzionato volume “Nel Segno del Littorio” di Liliane Dufour è riportato il testo del documento custodito presso l’Archivio di Stato a Caltanissetta, il cui titolo è appunto “Il villaggio agricolo “Santa Rita” creato dal Comm. Ignazio La Lomia Bordonaro, un nobilissimo esempio da imitare”. Il documento, che descrive sommariamente la struttura del villaggio, risulta privo di data, così non è possibile risalire con esattezza all’anno della realizzazione. Probabilmente non lo sarebbe neanche se il documento fosse datato, in quanto ritengo che titolo e contenuti possano risultare lievemente fuorvianti.

Nel titolo, infatti si asserisce che il villaggio venne “creato dal Comm. Ignazio La Lomia Bordonaro”, ma  non è chiaro non solo il quando, ma neanche il come. Il villaggio, specifica il documento, “oggi consta di ben 90 case coloniche”, ma non viene mai esplicitamente detto che esse siano state costruite, tutte insieme, tutte in fase di fondazione del villaggio, tutte da La Lomia Bordonaro. Nel prosieguo si legge:  “Le case, in conformità ad un piano regolatore


tutte contigue e bene allineate,





sono poste in modo da formare delle vere e proprie vie,




sboccanti in una piazza,




nella quale, oltre al fabbricato grande dell’ex fattoria,




sorge, nel punto più elevato, la nuova chiesa




con campanile alto 25 metri […]




Le dette case sono formate, alcune da tre vani, comunicanti tra di essi, adibiti uno ad abitazione, uno a stalla, ed uno sopraelevato, a deposito di cereali




altre sono formate da due vani terrani […]




Negli ultimi gruppi ogni colono ha due vani […]”. 

Verrebbe quindi  lasciato intendere che né il progetto né il periodo di realizzazione fosse unico. Anche riguardo ai servizi viene sottolineata la presenza di una “nuova” chiesa, mentre per ciò che concerne le altre strutture si legge:” Oltre la chiesa in “Santa Rita” vi è una scuola […] annessa e sovrastante ad essa, vi è la comoda ed elegante dimora dell’insegnante, che abita quasi tutto l’anno sul posto. Un apposito edificio […] costituisce la caserma dei RR.CC. […]” 

In nessun caso si parla di “nuove” costruzioni. Sembrerebbe potersi evincere che la caserma sia stata realizzata adattando un edificio preesistente, mentre la scuola




oltre ad essere presente, doveva già essere funzionante da un pezzo se è risaputo che l’insegnante “abita quasi tutto l’anno sul posto.”.  Di fatto, in questa immagine del 1929




si vede la scuola, mentre la chiesa alle spalle è diversa dall’attuale, molto più piccola, e venne trasformata in abitazione alla costruzione della nuova; in tempi più recenti, venne anche adibita ad edificio scolastico in luogo di quello originario




In realtà, la borgata era già esistente, con il nome di “Borgo Pisciacane” e l’unico edificio di servizio che venne edificato fu la chiesa


qui è ben visibile la presenza degli altri edifici, ed il campanile a vela della chiesetta preesistente:



la scuola c’era già, e ciò vale anche per  l’edificio adibito a caserma, che è questo




isolato rispetto all’abitato ed oggi ristrutturato.   Esisteva già anche una chiesa,come è evidente, ma sarebbe stata insufficiente ad accogliere tutti le che avrebbero abitato le case appena costruite. Rileggendo il documento in archivio alla luce di ciò, è risulta abbastanza evidente  che la nuova realizzazione alla quale esso si riferisce riguarda alcune case coloniche, chiesa e campanile, e solo quelli; e che, in seguito a ciò, Borgo Pisciacane abbia cambiato la sua denominazione in Borgo Santa Rita “per eternare la memoria della madre” 


In quest'immagine, dove è visibile anche quella che sarebbe divenuta la caserma dei carabinieri, è evidente quale fosse l'abitato preesistente alla costruzione della chiesa



La prof. La China data Santa Rita al 1937, ma questa deve essere la data della costruzione delle ultime case coloniche e della chiesa; è in pratica la possibile data del documento. Cassetti lo data tra il 1922 ed il 1927; questa probabilmente sarebbe il periodo temporale in cui si sviluppò Borgo Pisciacane. E dal numero di alunni che sembrano frequentare la scuola, visibili in foto, sembra potersi arguire che non meno di una quindicina di famiglie dovesse popolare l’insediamento già nel 1929.

Attualmente Santa Rita è ancora abitato anche se da pochissime persone. Se in alcune riprese le strade e la piazzetta appaiono affollate da automobili, ciò è in relazione al fatto che sono state eseguite proprio nel giorno in cui si celebrava un matrimonio, e diverse persone erano convenute per l’occasione.

Non vi è più alcun ufficio postale




né la caserma dei carabinieri, e neanche la scuola. Anni addietro, uno dei residenti chiese ed ottenne la presenza di un’insegnante elementare per la propria figlia, che da sola impersonava l’intera scolaresca di quel singolare istituto scolastico. Il nucleo della borgata è rimasto praticamente come era allora; solo alla periferia sono state aggiunte costruzioni più recenti. Tra i pochi irriducibili vi è un panificatore che non solo riesce a sopravvivere in luogo che altri abbandonano, ma è riuscito a dare risonanza nazionale al suo lavoro.




Ciò che desidererei enfatizzare ancora è che Santa Rita costituisce un ulteriore esempio del fatto che un privato radunava gli agricoltori in un singolo centro, e tale “nobilissimo esempio” era considerato “da imitare”, e non da avversare come fece l’Istituto VEIII. Ma di altri privati non lo imitò nessuno. 

A meno che non vogliamo considerare un “privato” Benito Mussolini.


lunedì 16 dicembre 2013

LA VIA DEI BORGHI.29: La "fase parallela". LIBERTINIA


Pasquale Libertini è un personaggio che pur non avendo avuto un ruolo di primo piano nella faccenda di Mussolinia ha con questa più di un’attinenza. E ciò non tanto perché faceva parte del “comitato di accoglienza” che diede il benvenuto a Benito Mussolini la sera dell’11 maggio 1924, chè questo sarebbe un fatto secondario, poco più di una nota di folklore. 
Il barone Libertini riveste un ruolo ben più importante nelle vicende relative alla quotizzazione del bosco di Santo Pietro. La quotizzazione eseguita tra il 1921 ed il 1923, nell’ambito della quale sarebbe nato e morto il progetto di Mussolinia, riguardò anche ex possedimenti del barone, che egli, nel giugno del 1920, aveva permutato con altre terre di proprietà del comune di Caltagirone situate nella Piana di Catania. 
Il barone ebbe sicuramente un vantaggio economico dallo scambio, quantificabile in £ 1 300 000 dell’epoca, ma anzichè accontentarsi dell’incentivo economico lasciando il fondo al proprio destino, come probabilmente avrebbero fatto molti altri, decise di aderire in qualche modo alla nuova visione sulle politiche agrarie che il governo mostrava di avere





Tale adesione si concretizzò nella cessione, tra il 1923 ed il 1925, di alcune terre (“Calatori Piccolo” e Biancospino) alla cooperativa Vittorio Emanuele III di Raddusa; ma soprattutto  nel “Primo esperimento di trasformazione fondiaria in Sicilia, attuata dall'on. Pasquale Libertini.”. 

L’esperimento, una migrazione interna finalizzata ad un’opera di bonifica integrale, comprendeva un progetto urbanistico consistente nella fondazione di un villaggio agricolo in contrada Mandrerosse. Il barone intendeva realizzare “[…] un villaggio agricolo che, raggruppando un considerevole numero di agricoltori, rendesse a questi più agevole il lavoro dei campi circostanti e risparmiasse le energie che i lavoratori dovevano impiegare a percorrere quotidianamente chilometri e chilometri per giungere sino alle terre da essi coltivate”. 

L’intento non era quindi dissimile da quello che verrà perseguito dall’Istituto VEIII prima e dall’ECLS in seguito, e cioè il portare i contadini sul territorio; la differenza sostanziale sta nel fatto che Libertini intendeva conseguire tale fine “raggruppando un considerevole numero di agricoltori”, non isolandoli nell’immenso latifondo. 

Il progetto, del 1925, cominciò a venire attuato tra il 1926 ed il 1927, costruendo inizialmente delle baracche in legno per alloggiare gli operai, e continuò negli anni a venire. Il villaggio venne realizzato tra il 1927 ed il 1930; tra il 1927 ed il 1929 vennero costruite trenta case coloniche, nel 1928 le poste, la caserma, la rivendita di tabacchi e lo spaccio, e nel 1930 la chiesa.  

La struttura dei servizi del villaggio precorreva i tempi; erano previsti “una scuola con abitazione per  l’insegnante, una chiesa, l’ufficio postale, un negozio per la vendita di generi alimentari, forni e concimaie; caserma per alloggio dei carabinieri, costruzione per un ambulatorio antimalarico.” Era prevista anche la costruzione dell’acquedotto e la realizzazione di ulteriori servizi presso la masseria esistente. Ma soprattutto vi erano “60 case coloniche per l’abitazione permanente di altrettante famiglie, aggruppate in 6 file di dieci case ciascuna



Spesso, Lettore, vengono mostrate delle immagini degli edifici di Libertinia (Scuola, Ufficio postale, etc.) che nulla hanno a che vedere con i fabbricati degli anni Venti Questa è una delle tante manifestazioni dell’Errore, che ha coinvolto Antonio Pennacchi: “Poi, negli anni Trenta, hanno fatto le scuole, le poste, in stile moderno e razionalista. La chiesa no: è una specie di neobarocco-siciliano pure quella”. Ha coinvolto la fotografa tedesca Johanna Diehl. Ha coinvolto anche Samuels, che poi si è accorto, successivamente, dell’Errore.

In realtà la pianta del villaggio pubblicata nel 1934 era questa




Le case coloniche non sono sessanta, ma quaranta. Anche quest’ultima versione della pianta non è fedele a ciò che venne poi realizzato. La fila di case più in basso, ad Est della chiesa, attualmente non è presente, e a giudicare dalle testimonianze sembra non sia mai esistita. 



Questa costruzione ospitava la scuola




quest’altra, originariamente, era il forno




La chiesa venne realizzata nell’ambito del progetto originario



ma l’annessa canonica è successiva






Qui avrebbe dovuto esservi l’ambulatorio




 mentre la caserma dei carabinieri sembra non sia mai esistita nel luogo indicato in pianta ma sia stata realizzata in una delle case di “via della Zaghera”




 La masseria esiste, evidentemente, tuttora




e così è per la rimessa per le macchine agricole




e la stalla, mentre invece l’abbeveratoio non esiste più; quello attualmente visibile è posteriore. Così come venne rimossa la lapide di fondazione, inneggiante al Littorio ed al fascismo.

La pianta di Libertinia adesso appare notevolmente diversa ma ciò, come sottolineato prima, è frutto di realizzazioni ERAS degli anni Cinquanta



Sono di costruzione ERAS gli edifici di servizio, così come lo sono le nuove case coloniche. Quelle originali consistevano di una sola stanza; gli altri vani, oltre la cucina, erano costituiti da stalla e ripostiglio





L’attuale aspetto del villaggio


è molto diverso da quello originario




Il villaggio fu ufficialmente denominato “Libertinia” divenendo frazione di Ramacca nel 1930, ma non so esattamente quando venne completato. Probabilmente mai, considerato che la pianta del 1934 non rispecchia le realizzazioni. E’ interessante notare che la schiera di case mai realizzate, ad est della chiesa, sarebbero state a due piani.

A prescindere dalla qualità delle realizzazioni, e dalla pianta, la struttura concettuale di Libertinia richiama quella dei borghi ECLS, con l’ovvia differenza dell’assenza degli uffici dell’Ente e della delegazione podestarile. E con la meno ovvia differenza della presenza delle case coloniche raggruppate a schiera, in modo architettonicamente differente ma concettualmente simile a Mussolinia

 Mussolinia non venne mai edificata, quindi nulla può dirsi su quello che sarebbe stato il suo destino. Ma Libertinia esistette, ed esiste tuttora. E la sua esistenza non può essere considerata un’anomalia, considerata l’esistenza di insediamenti analoghi. Libertinia è menzionata nel citato articolo di Vincenzo Ullo, e portato come fulgido esempio di operato di latifondista illuminato. 
Vorrei sottolineare qui come il “latifondista illuminato” fosse il barone Pasquale Libertini, e non come si legge da più parti (Wikipedia compresa) il senatore barone Gesualdo Libertini. Non è mai esistito un senatore barone Gesualdo Libertini. E’ esistito un senatore Gesualdo Libertini, autore tra l’altro della proposta di legge dell’abolizione delle province, ed un barone Gesualdo Libertini, fratello minore di Pasquale, ma che non è mai stato senatore. L’unico senatore barone Libertini era Pasquale (Caltagirone, 9.11.1856 – Catania, 4.6.1940), che fu appunto il fondatore di Libertinia. Il barone Pasquale Libertini, prima di divenire senatore, e più o meno ai tempi della realizzazione di Libertinia, venne coinvolto in un processo per bancarotta fraudolenta e falso in bilancio relativo al fallimento della Banca Agricola Commerciale di Catania, e precedentemente in una vicenda relativa all’amministrazione dell’ospedale Vittorio Emanuele. In questo, il suo esempio risulta un po’ meno fulgido.
Vorrei ancora sottolineare qui che, mentre il barone Libertini si potè avvalere di un finanziamento pubblico, vi fu un altro latifondista, il barone La Lomia , il quale realizzò un insediamento senza concorso economico dello  Stato. Forse è per tale motivo che l’articolo di Ullo non ne fa menzione; ma forse sempre per il medesimo motivo classicamente, il “nobilissimo esempio da imitare” è costituito da Santa Rita