sabato 3 settembre 2022

Il Mostro di Firenze 6: " LO - ZIO PIETO"



Cynicism is merely the art of seeing things as they are instead of as they ought to be.

Oscar Wilde




Sono certo, Lettore, di non aver alcun bisogno di specificare, prima di inizare qualunque tipo di analisi, come l'mmagine soprastante sia un fake, una riproduzione basata sulla descrizione del famigerato biglietto dello "Zio Pieto"; ma lo faccio ugualmente per non dare adito ad eventuali polemiche.

Se ho voluto inserire tale immagine, é perché il biglietto rappresenterebbe una pietra miliare nella vicenda del "Mostro di Firenze", una traccia che, se seguita in maniera appropriata e per tempo, avrebbe forse potuto condurre lungo piste ben tracciate, anzichè lungo quelle che si perdono nella sabbia; evitando così la morte di sei persone.

A proposito di "cinismo", invece, un aneddoto narra che Platone, un giorno, vedendo Diogene lavare della verdura recuperata tra i rifiuti per mangiarla, gli avesse detto: "Se tu servissi alla corte di Dionisio, non avresti bisogno di lavare la verdura". Diogene gli avrebbe risposto: "Se tu lavassi la verdura, non avresti bisogno di servire alla corte di Dionisio".




Ad essere sincero, Lettore, non ho mai capito come Diogene potesse servire alla corte di Dionisio, considerato che non dovrebbe mai essere stato in Sicilia, ma ciò ha poca importanza; ciò che realmente importa é il ribaltamento del punto di vista, che l'aneddoto mostra chiaramente, il cui principio é assimilabile ad una forma di "pensiero laterale"

Così, prima di analizzare la questione successiva, riassumiamo sinteticamente il percorso, innescato dal "pensiero laterale" seguendo il quale saremmo giunti qui.

Vediamo innanzitutto quali sono gli elementi inusuali ed incongruenti, che hanno dovuto trovare una spiegazione plausibile.

Il delitto di Signa venne eseguito per recuperare "qualcosa" che fosse in possesso del Lo Bianco, e che probabilmente, gli avrebbe consentito di arricchirsi; almeno nelle sue intenzioni.




In seguito al delitto, ci si adoperò attivamente per nasconderne sia le motivazioni, sia gli esecutori.

Il delitto di Rabatta sarebbe venuto sei anni più tardi, non ha alcuna analogia con il delitto di Signa, ma é caratterizzato da un plateale vilipendio del cadavere della vittima femminile




La vittima femminile del delitto di Rabatta era figlia di un ex partigiano toscano, la famiglia della vittima maschile proveniva da tutt'altra parte d'Italia.

La connessione tra i due delitti viene stabilita otto anni dopo il delitto di Rabatta, e con modalità quanto meno sospette ed equivoche.

Le prove che suffragherebbero tale connessione sarebbero artefatte, o, almeno, non sono mai state prese le precauzioni necessarie ad evitare la loro manipolazione.




La "scoperta" della connessione tra il delitto di Signa e gli altri attribuiti al c.d. "Mostro di Firenze" conseguentemente "scopre" anche il fatto che il supposto autore di esso non possa essere colpevole; e questo, implicitamente annulla la copertura che era stata costruita per evitare che venisse individuato il vero autore del duplice omicidio.

Quest'ultima implicazione é il fatto, in assoluto, più importante, perché denota una sorta di "cambio di modalità di gestione" dell'intera vicenda: prima ci si adopera per coprire l'autore del delitto di Signa, poi invece si intraprendono iniziative volte a farlo scoprire.

Ciò ha condotto a delinare la seguente successione di eventi:

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Qualcuno, da militare, assume un atteggiamento opportunistico in diverse circostanze strettamente attinenti con eventi bellici

Nelle fasi iniziali del conflitto, in una di tali circostanze egli riesce ad appropriarsi di molto denaro.

Sempre in tali circostanze, intreccia stretti rapporti con persone che, nell'Italia repubblicana, contribuiranno alla creazione di particolari branche dei Servizi Segreti.

Successivamente, durante la Resistenza, assume un atteggiamento ambiguo, facendo il doppio gioco ma macchiandosi di crimini dai quali, alla fine, riesce ad essere scagionato.

A metà degli anni Sessanta del ventesimo secolo, dà inizio ad un ambizioso progetto.

Alla fine degli anni Sessanta, subisce un ricatto, relativo al suo passato, al quale pone fine con l'eliminazione fisica del ricattatore, e per far ciò chiede aiuto, a titolo personale, al Servizio creato dalle persone conosciute durante la guerra.

A metà degli anni Settanta inizia la realizzazione pratica del progetto delineato precedentemente, ma si trova nuovamente in pericolo per gli eventi accaduti durante la Resistenza; risolve il problema rivolgendosi nuovamente al Servizio, che con un omicidio "esemplare" tacita chiunque avesse in mente di frapporsi tra il Qualcuno ed i suoi obiettivi.

All'inizio degli anni Ottanta, Qualcunaltro, che d'altra parte ha il controllo formale del Servizio al quale il Qualcuno si rivolgeva a titolo personale, organizza una vasta operazione finalizzata a demolire ciò che il Qualcuno aveva costruito, ed agisce attraverso la magistratura.

La magistratura in effetti sortisce l'effetto voluto, ma non viene preso in considerazione l'aspetto relativo all'arricchimento del Qualcuno avvenuto all'inizio della Seconda Guerra Mondiale.

Per orientare la magistratura verso l'apertura un filone di indagine anche in quella direzione, vi sarebbe l'opportunità di riaprire il caso del delitto del 1968, facendo venire alla luce ciò che era stato coperto.

Per conseguire tale fine si dà inizio ad un piano che prevede l'inserimento nel fascicolo del delitto di Signa di reperti analoghi a quelli dell'arma di Rabatta, l'esecuzione di un delitto "impressionante" con quell'arma, ed una segnalazione anonima agli inquirenti che possa collegare i due delitti con quello di Signa, e far riaprire le indagini su quest'ultimo; in particolare, si vuole indurre il capro espiatorio di allora a riportare gli inquirenti sulle tracce del vero colpevole

La messa in pratica del piano incontra qualche difficoltà, cosicché devono venire compiuti tre duplici delitti anziché il solo pianificato




e devono essere inviate diverse comunicazioni anonime




ma alla fine, gli inquirenti riaprono il caso, e giungono al capro espiatorio che ha, nel frattempo, espiato la pena.

Siamo giunti così, Lettore, nella seconda metà del mese di luglio del 1982, nella quale il Giudice Istruttore dell'epoca, Vincenzo Tricomi, dopo aver recuperato, sulla base di suggerimenti esterni, il fascicolo di Stefano Mele, si accorge con piacevole stupore che esso contiene i reperti balistici relativi al delitto Lo Bianco-Locci, dispone una perizia balistica informale, la quale evidenzia come bossoli e proiettili contenuti nel fascicolo presentino gli stessi segni, relativi alla balistica interna, di quelli rilevabili sui reperti raccolti sulle scene dei delitti di Rabatta, Scandicci Calenzano e Baccaiano.

Come abbiamo visto nel post precedente, tale "scoperta" viene tenuta assolutamente riservata sia per quanto riguarda le modalità con le quali sarebbe avvenuta, sia per quanto riguarda i contenuti stessi di essa e le sue implicazioni. E', secondo il codice di procedura penale dei tempi, coperta da segreto istruttorio.

Del perché possano esse state nascoste le reali modalità con le quali si sia arrivati a tale "scoperta" si é già abbondantemente discusso in diversi post precedenti.

Ciò che importa qui é il fatto che si sia tenuta nascosta la "scoperta" in sé, e le sue implicazioni, aspetto che viene specificamente menzionato più volte nella sentenza Rotella dando ad esso particolare risalto:

Pertanto, in questa fase della vicenda la situazione é questa:

Gli inquirenti sanno che i reperti nel fascicolo di Signa sono analoghi a quelli dei delitti attribuiti al c.d. "Mostro di Firenze", e lo sanno da una perizia balistica informale disposta estemporaneamente dal giudice Tricomi.

Gli inquirenti sanno che, nella migliore delle ipotesi, Stefano Mele non é il solo responsabile del delitto Lo Bianco-Locci (nella peggiore non ne é responsable affatto) e pertanto devono cercare (anche) qualche altro responsabile.

Gli inquirenti, nella loro ricerca, devono operare senza rivelare ciò di cui sono venuti a conoscenza.

Come gestiscono tale situazione?

- Dispongono un nuovo interrogatorio per Stefano Mele, dicendo a lui, e solo a lui, che sono emerse evidenze per le quali l'arma che lui avrebbe usato é stata usata anche per altri delitti

- Dispongono interrogatori per i familiari di Stefano Mele, ventilando loro la possibilità di revisione del processo, ma senza fornire motivazioni al riguardo, e tenendo segreto da cosa realmente tale possibilità origini.

- Dispongono interrogatori per altri soggetti potenzialmente coinvolti, e cioè i familiari del Lo Bianco ed i fratelli Vinci

- Dispongono l'intercettazione delle utenze telefoniche di Francesco Vinci, e di Giovanni, Maria, Teresa ed Antonietta Mele

La considerazione che, in questa fase hanno, in particolare, per Piero Mucciarini é di minore importanza, e limitata al 1968; e tale limite permarrà immutato anche quando Piero Mucciarrini verrà incriminato. (Rotella scrive: "Fuori di ciò, nessun elemento collega Piero Mucciarini ai delitti dal 1974 in poi. Né gli è stato mai contestato. Il mandato di cattura, ovviamente, non ne fa cenno. L'indagine, nei suoi confronti, ha avuto per oggetto meramente il duplice omicidio del 1968,...")

Da tale fase delle indagini emergono essenzialmente elementi psicologici, riscontrabili in coloro che stanno rientrando nelle indagini; vengono invece trascurati quei pochi elementi obiettivi, i fatti, che potrebbero utilmente venire estratti dagli interrogatori e dalle intercettazioni.

Tutte le persone coinvolte in questa vicenda, e soprattutto i familiari del Mele, sono stanche e diffidenti. Sono stanche di aver a che fare con personaggi che con minacce li hanno coinvolti in una situazione assurda, che si é rivelata disastrosa per diverse famiglie; sono diffidenti verso chi avrebbe dovuto proteggerli da ciò, ed invece ha sbattuto in galera per anni un povero cretino innocente, e lasciato a loro l'onere di occuparsi del di lui figlio.

Con la scarcerazione di Stefano Mele, e la sua definitiva collocazione alla Casa San Giuseppe, hanno finalmente raggiunto un equilibrio, che vedono improvvisamente alterarsi di nuovo; perché mai dovrebbero "collaborare"? Che vantaggi porterebbe ormai una revisione del processo? Perché dovrebbero imbarcarsi in una nuova avventura che non promette nulla di buono, ma che di sicuro sarà ancora destabilizzante, per un gruppo familiare già duramente e lungamente colpito?

Una condizione simile, anche se in misura minore, é quella in cui si trovano i familiari di Antonio Lo Bianco; collaboreranno per dovere, considerato che, inoltre, una revisione del processo non interesserebbe neanche un loro familiare.

Lo stesso dicasi per i Vinci, che hanno i loro interessi, che addirittura potrebbero essere in conflitto con un atteggiamento collaborativo, e che allora si trovarono coinvolti per situazioni che nulla avevano a che vedere con rapporti di parentela.

Perché il piano funzioni, Stefano Mele deve però fare il nome della persona dalla quale si possa risalire agli eventi che possano ampliare i limiti nei quali sono attualmente ricomprese le indagini sul Qualcuno, facendovi rientrare anche gli eventi del periodo bellico. Ma Stefano Mele non ha alcun interesse a fare questo.

Stefano Mele é anziano, provato e stanco; sembra cominciare ad avere anche qualche segno iniziale di demenza che, in aggiunta al suo quoziente intellettivo già basso, non aiuta. La revisione del processo, inoltre, non gli darebbe alcun vantaggio sostanziale; a meno che non dovesse essere considerato del tutto innocente (eventualità estremamente remota), cosa che gli darebbe diritto ad un risarcimento, una revisione si risolverebbe solo in un "surplus" di scocciature. Probabilmente, l'unico possibile vantaggio che vede dall'evolversi di questa nuova situazione é l'opportinità di vendicarsi dei soprusi subìti da Francesco Vinci; quindi, si proclama innocente ed accusa Francesco Vinci

Qui, Lettore, siamo ancora al 27 luglio 1982; Stefano Mele é stato avvisato dagli inquirenti dela nuova situazione, ma non ancora contattato da nessuno dei familiari.

E' necessaria un'induzione per farlo parlare, un "aiutino" in tal senso, che non sarebbe poi impresa così difficile; se qualcuno é stato in grado di convincerlo a dire bugie per incolpare se stesso, allo stesso qualcuno dovrebbe venire molto più facile convincerlo a dire la verità per scagionare se stesso. Seppur senza rimediare al danno fatto.

Così, Lettore, accade qualcosa di cui nessuno sembra accorgersi, e che a sua volta genererà qualcos'altro di cui nessuno sembra accorgersi, se non dopo due anni.



La logica dell'illogico

Ciò di cui nessuno sembra accorgersi é che il 16 agosto del 1982, Antonietta Mele, sorella di Stefano e moglie di Piero Mucciarini, già gravemente malata di cancro, tanto che morirà appena 38 giorni dopo, viene interrogata dagli inquirenti. All'interrogatorio presenzia il medico della testimone, per assicurarsi che si rimanga entro i limiti imposti dallo stato di salute della paziente. Il medico, ad un certo punto, si vedrà costretto ad interrompere l'interrogatorio; ma, nonostante ciò, si legge testualmente nella sentenza Rotella



Quella stessa sera, appena andati via i magistrati, Antonietta Mele Mucciarini telefona a casa della sorella Maria, alla quale fa capo il nipote Natalino e, avutolo a telefono, lo invita a scendere a casa sua appena terminata la cena


Antonietta, nonostante riuscisse a malapena a parlare, sollecita quindi una visita di Natalino, con urgenza (dopo cena); chi avrebbe dovuto parlare con Natalino, quella sera? Come mai tale comportamento non allerta gli inquirenti?

Rotella più tardi interpreterà ciò come la paura di Antonietta Mele che Natalino possa coinvolgere suo marito, Piero Mucciarini; e basta.

Sta di fatto che subito dopo, Giovanni Mele, sentito dagli inquirenti, si mostrerà

...assai cauto, ed il riferimento alle preoccupazioni del Mucciarini non allarma.


Subito dopo, però

...si propone di far incontrare padre e figlio, per combinare una versione comune intorno al 1968, senza riuscirci, tant'è che lascia un biglietto d'appunti al fratello, che riguarda anche le dichiarazioni di Natalino.


Giovanni fa visita a suo fratello Stefano il 25 agosto 1982, e a quella data risale il biglietto.

Dieci giorni dopo

"Maria,parlando con la sorella Teresa — ore 12,25 — dice che Giovanni è stato a parlare con Stefano, che Stefano è stato sentito dai magistrati ma non ha detto niente, che forse Stefano ha paura per loro congiunti, che Giovanni gli ha lascialo tutto scritto e che proverà a scrivergli ancora


Il "tutto scritto" che avrebbe lasciato Giovanni sarebbe il famigerato "biglietto dello zio Pieto", riguardo al quale Rotella afferma tre concetti fondamentali:

- Il biglietto sarà sequestrato solo nel gennaio 1984

- Non ha nulla a che fare con i Vinci

...e, come si vedrà,indirizza Stefano Mele, in conformità ad un inquinamento subito da Natalino nel 1969, contro Pietro Locci fratello dell'uccisa Barbara.



I tre concetti sarebbero fondamentali per "capire perché non si é capito".

Infatti, se il biglietto fosse stato preso in considerazione quando venne scritto, le indagini avrebbero potuto prendere una piega diversa; non si sarebbe potuto prendere comunque il "Mostro di Firenze", ma si sarebbero potuti evitare altri omicidi. E questa, Lettore,è una deduzione che prescinde da chi o cosa realmente sia il c.d. "Mostro di Firenze", e quali motivazioni abbia avuto tale entità per agire in tal modo.

Per ciò che concerne il secondo concetto, il fatto che il contenuto del biglietto non abbia nulla a che fare con i Vinci sarebbe ciò che ci si aspetta; perché i Vinci c'entrano poco con questo aspetto della vicenda.

Infine, il fatto che poi il messaggio indirizzi Stefano Mele verso Pietro Locci é un assurdo logico. Così come é assurdo che non sia stato rilevato qualcosa di assolutamente fondamentale, che può evincersi dai contenuti



"LO - ZIO PIETO" ed il suo biglietto

Partiamo dall'evento che costituisce la genesi del biglietto: la telefonata di Antonietta Mele che, pur essendo malata terminale, si attiva per convocare Natalino. Natalino quindi va a casa della zia, ed interloquisce con qualcuno. Se la zia ha persino difficoltà a rispondere alle domande, qual é conclusione più logica, Lettore?

Che Antonietta Mele debba parlare a Natalino di Pietro Locci, che non é più neanche parente dei Mele, o che sia Piero Mucciarini a parlare con Natalino? Piero Mucciarini, per qualche motivo che non potrà mai essere chiarito fino in fondo, fece da tramite tra Stefano Mele e chi voleva indurlo ad autoaccusarsi; ci sarebbero delle precise tracce sui verbali, di ciò. Quindi, per qualche motivo, Piero Mucciarini era in contatto, interpretando una parte attiva, con chi commise il delitto del 1968.

Se adesso si rende necessaria una nuova opera di mediazione, come potrebbe mai venirre coinvolta una persona diversa da Piero Mucciarini? Quale sarebbe l'alternativa che avrebbe chi vuole indurre Stefano Mele a riaprire un capitolo che egli ormai considerava chiuso?

Quindi, Lettore, adoperiamo, prima che la logica, un po' di buonsenso; ed il buonsenso ci dice che lo "zio Pieto" non può che essere Piero Mucciarini.

Ma il buonsenso ci dice anche un'altra cosa; e questo é l'evento consequenziale di cui nessuno sembra accorgersi. Gli attori coinvolti nell'episodio specifico del biglietto sarebbero Piero Mucciarini, Natalino Mele, Giovanni Mele e Stefano Mele. Non so che grado di istruzione abbia Natale Mele, ma quello degli altri non va oltre le scuole elementari (Stefano Mele mi pare avesse la terza elementare). Un livello di istruzione già abbastanza basso, ridotto ulteriormente dall'assenza di pratica culturale, considerato che si sta parlando di persone che facevano lavori manuali e pure umili.




Quindi, cercare significati reconditi nel biglietto, come fece il giudice Rotella, é assurdo. Le frasi vanno lette per ciò che sono; nel biglietto dello "zio Pieto" si può leggere soltanto... ciò che é scritto nel biglietto dello "zio Pieto"! E basta.

La prima frase dice:




qui, volere considerare il termine "riferimento" come "Istituzione di una relazione o di un rapporto, di una connessione, tra due o più fatti, situazioni o enti concreti o astratti" (in riferimento alla Vs. comunicazione del...) é un'assurdità. "riferimento" é da intendersi come "azione di riferire". Vuol dire semplicemente "Natale mi ha riferito che lo Zio Pieto ha detto"; in pratica, lo zio Pieto ti manda questo messaggio tramite Natale. La frase é come se fosse "l'oggetto" della comunicazione.

La seconda frase dice:




cioè é un'esortazione a fare il nome

La terza frase dice




ecco Lettore, questa é la frase più interessante di tutte. Il nome deve essere conforme alle risultanze dell'esame balistico; ma di quale esame balistico si sta parlando?

Escludiamo, per quanto detto sopra, che con "esame ballistico" si intenda riferirso al numero dei colpi, come Giovanni Mele ebbe a dire, e Rotella fece proprio. Io capisco che Piero Mucciarini sia toscano, nato e vissuto nella regione d'Italia culla della lingua italiana e che diede i natali a Dante Alighieri; ma pretendere che Piero Mucciarini e Giovanni Mele ricorrano ad una simile perifrasi per indicare semplicemente il numero dei colpi, mi pare un'eccessiva forzatura interpretativa. Un esame balistico é un esame balistico, non una conta dei colpi. Se nel biglietto si fa riferimento ad un "esame ballistico", si sta parlando di un esame balistico; disquisire su altri significati é inutile e fuorviante.

In pratica, il messaggio contenuto nel biglietto dello "zio Pieto" é semplicemente:

Natalino riferisce che lo zio Pieto dice che adesso puoi fare il nome, visto che l'esame balistico ti ha scagionato.

ovvero:

lo zio Pieto dice che adesso devi parlare, considerato che dall'esame balistico si evince chiaramente come tu non possa essere l'omicida.

Ciò che allora sarebbe stato importante chiedersi é: a quale esame balistico ci si riferisce qui?

Non può essere quello originario di Zuntini, del 1968, di quattordici anni prima; cosa dovrebbe risultare di diverso dopo quattordici anni? Nessuna informazione che non fosse già conosciuta vi é mai stata contenuta. Ed anche sulla base di esso, Stefano Mele é giò stato condannato. Riferirsi ad esso sarebbe stato illogico.

Non può essere quello di Castiglione e Spampinato ai quali l'incarico sarebbe stato conferito più di un mese dopo (30 settembre 1982), né tantomeno quello di Arcese e Iadevito, che sarebbe stato eseguito nel 1983, un anno prima del ritrovamento del biglietto, ma un anno dopo la sua scrittura; riferirsi, nell'agosto 1982, alla perizia Castiglione e Spampinato, consegnata nell'ottobre del 1982, o a quella Arcese-Iadevito redatta nel 1983 sarebbe stato parapsicologia.

L'unico esame balistico eseguito tra le due perizie (Zuntini 1968,  e Castiglione-Spampinato, ottobre 1982 redatta dopo la scrittura del biglietto), e che é in grado di dare la possibilità, a Stefano Mele, di parlare, ribaltando il concetto che lo ha visto colpevole, é la perizia informale disposta da Tricomi, e la cui esistenza, per esplicita e reiterata dichiarazione di Rotella, era stata tenuta segreta.

Allora la domanda é:

cone faceva "LO ZIO PIETO" ad essere a conoscenza dell'esistenza di un esame balistico tenuto segreto e del quale non avrebbe potuto sapere nulla? Come poteva essere entrato in possesso di un'informazione coperta dal segreto istruttorio?

L'unica persona, al di fuori degli investigatori, che era stata messa a conoscenza dell'identità dell'arma, era proprio Stefano Mele; quindi semmai l'informazione fosse trapelata, sarebbe stato soltanto Stefano Mele a poter informare "LO - ZIO PIETO", e mai il contrario.
Qui, invece, é "LO - ZIO PIETO" a dare comunicazione a Stefano Mele di un'informazione che non avrebbe avuto alcun modo di possedere.

In altri termini: gli inquirenti controllano le utenze telefoniche, registrano il fatto che una malata terminale, subito dopo essere stata interrogata, convoca un'altra persona con urgenza, ma non si curano di cercare di capire il perché.

Antonietta Mele abita con la famiglia in una casa vicina a quella di Maria e Palmerio Mele a Scandicci.
È gravemente ammalata di cancro e morirà poco più di un mese dopo (20 settembre 1982). Il medico ne consente l'escussione estemporanea, che sarà confermata qualche giorno dopo. La donna risponde stando a letto.

[...]

L'escussione di Antonietta Mele viene interrotta dal medico, per non affaticarla ulteriormente.
Quella stessa sera, appena andati via i magistrati, Antonietta Mele Mucciarini telefona a casa della sorella Maria, alla quale fa capo il nipote Natalino e, avutolo a telefono, lo invita a scendere a casasua appena terminata la cena



Sempre dalle intercettazioni, si evince che, in seguito a tale evento, viene organizzato un incontro tra Stefano (che non si trova esattamente a Ronco all'Adige) e Giovanni Mele, con il preciso scopo di far avere un promemoria a Stefano Mele

Giovanni fa visita a suo fratello Stefano il 25 agosto 1982, e a quella data risale il biglietto (la data della visita è fatta preannunciare dalla sorella Maria, al sacerdote che dirige la casa per ex-detenuti di Ronco all'Adige, cfr.: tel. del 20.8.1982, ore 19.53, tra Giovanni e Maria; Maria avverte il sacerdote con la telefonata del 21.8.1982, ore 10,26, perché Stefano in quel periodo non è esattamente a Ronco, ma in una località nei pressi; Giovanni prende conto della fissazione dell'appuntanento, come si desume da successiva telefonata; Maria rintraccia il nipote Natalino e gli comunica il proposito dello zio Giovanni di volergli parlare e di volerlo condurre da suo padre, Stefano - 21,11 del 25.8; alle 14,37 del 28 agosto, Giovanni riesce a contattare per telefono il nipote, e lo prega di andare a casa per discorsi urgenti in relazione al fatto che suo padre gli vuol parlare e così pure il monsignore; finalmente il 29.8.1982, Maria, parlando con la sorella Teresa — ore 12,25 — dice che Giovanni è stato a parlare con Stefano, che Stefano è stato sentito dai magistrati ma non ha detto niente, che forse Stefano ha paura per loro congiunti, che Giovanni gli ha lascialo tutto scritto e che proverà a scrivergli ancora).



ma nessuno si cura di verificare cosa vi sia scritto.

Il biglietto sarà sequestrato solo nel gennaio 1984. Non ha nulla a che fare con i Vinci e, come si vedrà, indirizza Stefano Mele, in conformità ad un inquinamento subito da Natalino nel 1969, contro Pietro Locci fratello dell'uccisa Barbara.


Cambia il Giudice Istruttore, che ritrova casualmente il promemoria nel corso della perquisizone.

Il promemoria fa riferimento ad un'informazione precisa che, al momento della redazione di esso, era stata tenuta nascosta a chi aveva redatto il promemoria stesso

Per essere pià sintetici ed espliciti:

il 20 luglio 1982. viene recuperato il fascicolo

nella settimana tra il 20 ed il 27 luglio 1982 viene eseguita la perizia informale sui reperti presenti nel fascicolo

il 27 luglio 1982 viene comunicata a Stefano Mele la possibilità della revisione del processo, e la necessità di ascoltarlo come testimone.

il 16 agosto 1982 viene comunicata allo "Zio-Pieto" ed agli altri familiari di Stefano Mele l'eventualità della revisione del processo, ma senza rivelarne il motivo (e cioè l'identità dei reperti balistici desunta dalla perizia informale), perché coperto da segreto istruttorio

tra il 16 ed il 25 agosto 1982 lo "Zio-Pieto" scrive il biglietto facendo riferimento all'"esame ballistico dei colpi sparati"

il 25 agosto del 1982 Giovanni Mele consegna al fratello Stefano il biglietto dello "Zio-Pieto" contenente il riferimento all'"esame ballistico dei colpi sparati"

L'unico "Esame ballistico dei colpi sparati" eseguito tra il recupero del fascicolo e la consegna del biglietto dello "Zio-Pieto" é la perizia informale eseguita, su disposizione di Tricomi, tra il 20 ed il 27 luglio, e coperta da segreto istruttorio


QUINDI


alla data del 25 agosto 1982 lo "Zio-Pieto" era a conoscenza di un'informazione (l'esistenza di un '"esame ballistico") che non avrebbe potuto conoscere, perché coperta da segreto istruttorio

Avrebbe dovuto essere subito chiaro che doveva necessariamente esistere una terza parte, una fonte di informazione esterna in grado di metterlo a conoscenza dell'esistenza di una perizia sulla base della quale si sarebbe potuta rivedere la verità processuale.

CHI ERA, questa terza parte?

Ecco, Lettore, era questa la domanda che avrebbero dovuto farsi gli inquirenti e che non si fecero mai; e non se la fece neanche Rotella.

Se gli inquirenti si fossero soffermati un attimo su questa riflessione, la "Pista sarda" non sarebbe mai nata; ed invece il fatto di accettare acriticamente (anche qui per superficialità) una spiegazione assurda, non ha evitato ulterori sei vittime.

Vero é che Stefano Mele, che era abbastanza scocciato ed era divenuto anche abbastanza diffidente, non si fece incantare dal bigliettino; semplicemente lo piegò e lo conservò nel portafogli, senza mai dire nulla a nessuno. Si guardò bene dal seguirne le direttive.

Ma é anche vero che dalle intercettazioni era arguibile come vi fosse un certo "lavorìo" al riguardo, tanto che fu proprio dalle intercettazioni che fu possibile desumere le date esatte degli eventi connessi alla redazione del biglietto.

Comunque sia, Lettore, Stefano Mele, che ormai ricordava male quasi tutto, evidentemente ricordava ancora Francesco Vinci nel letto di casa sua, e quello fu il nome che fece. Così Francesco Vinci tornò in gattabuia


martedì 30 agosto 2022

Il Mostro di Firenze 5: La tormentata genesi del paradosso della "pista sarda"



Politics is almost as exciting as war, and quite as dangerous. In war you can only be killed once, but in politics many times

Winston Churchill




Alla fine del 1980, il Qualcuno aveva ormai consolidato la sua posizione.

La costruzione, progettata negli anni Sessanta, e le cui fondamenta erano state gettate a metà degli anni Settanta, dopo appena cinque anni svettava come un grattacielo.

Il suo potere si era enormemente accresciuto , sia in termini politici, sia in termini finanziari. O, in altri termini, Lettore, stava rompendo abbastanza le scatole.

Per quel che riguarda il potere finanziario, c'era chi se ne faceva una ragione. Le faccende nel mondo finanziario vanno così: c'é chi vince e c'é chi perde. Ma soprattutto perché chi vince, vince, mentre chi perde fa perdere altri. C'é infatti una categoria "cuscinetto", che ammortizza i traumi a cui sarebbe sottoposto chi perde. La categoria é costituita in massima parte da piccoli azionisti e risparmiatori. Oggigiorno, tale meccanismo é stato addirittura formalizzato ed istituzionalizzato: si chiama "bail-in". Allora, il bail-in non esisteva, ma nei fatti le cose andavano uguale uguale. Se poi la protezione fornita dallo strato cuscinetto si rivelava francamente insufficiente, si ricorreva ai buoni, vecchi, drastici metodi: pallottole, impiccagioni, defenestrazioni... per lo più mascherati da suicidi.

Per il potere politico, Lettore, le cose non vanno così. Non c'é alcuno strato cuscinetto, nessun airbag. Chi ha il potere politico a certi livelli, non é abituato a perderlo senza far nulla; anche perché, se non ha un surrogato (ad esempio un notevole potere finaniario), non avrebbe con cosa sostituirlo. Esce di scena.

Così, Qualcunaltro ad un tratto decide di averne abbastanza. Perché il Qualcunaltro decide ciò proprio nel 1980?
Be' Lettore, qui entreremmo nel campo della "dietrologia avanzata". Ci vogliono una laurea magistrale in Dietrologia, un Dottorato di Ricerca ed almeno un Master per poter avanzare delle ipotesi su questo. Qualcosa di disperatamente al di là della mia portata. Però, a livello di "discorso da bar" posso anche provarci; purché Tu mi prometta di considerare ciò che sto per dirti per ciò che é, e cioè un discorso da bar, e tralasciarlo quindi nel prosieguo.

Pare ("e dico, pare...", come direbbe Crozza) che il 1980 rappresenti un anno cruciale per il Qualcunaltro, uno spartiacque, un confine oltre il quale ciò che prima era tollerabile, non lo sarebbe divenuto più per tutti gli anni a venire. Nel 1980 il Qualcunaltro decideva di saltare il fosso. E proprio nel 1980 si era verificato un episodio molto grave, e come tale divenuto intollerabile.

Sarà stato questo? Sarà stato altro? Quién sabe... sta di fatto che all'inizio del 1981 comincia un'operazione diretta contro il Qualcuno condotta servendosi della più classica delle armi pesanti: la magistratura.

E l'operazione vale a smantellare in poche settimane la costruzione che il Qualcuno aveva realizzato in anni.

Lo smantellamento riguarda soprattutto il potere politico, meno quello finanziario; e occorre dire che, forse per questo o forse per altro, il Qualcuno incassa tale attacco meravigliosamente bene: semplicemente si rende irreperibile e, dalla sua posizione un po' in disparte, continua ad esercitare il suo potere finanziario, evitando solo di far troppo rumore. Una faccia di bronzo ammirevole.

La magistratura però nella sua azione non ha nemmeno sfiorato gli eventi, risalenti alla Resistenza, in cui il Qualcuno é coinvolto; quelli che avrebbero reso necessari gli omicidi di Signa per un verso e di Rabatta per un altro, per intenderci.

Ed il Qualcunaltro non é per niente soddisfatto di ciò. Ma non perché il Qualcunaltro voglia accanirsi contro il Qualcuno; una tale animosità é lontana anni luce dalla sua mente. Il Qualcunaltro bada solo alla sostanza; per lui i "fatti personali" praticamente non esistono.

Come mentalità, il Qualcuno ed il Qualcunaltro si pongono agli antipodi.

Il Qualcuno ha sempre stampato sul volto un sorrisetto affabile, che rende più evidente quando parla in maniera rassicurante; il Qualcunaltro ha un'espressione neutra, al più segnata da un sorrisetto ironico, che diviene sarcastico se occorre.

Il Qualcuno afferma di conoscere bene anche chi in realtà non conosce affatto; il Qualcunaltro afferma di non conoscere affatto anche chi in realtà conosce bene.

Il Qualcuno ama farsi vedere in giro, e presenziare ad ogni sorta di eventi; il Qualcunaltro presenzia quando é suo dovere istituzionale, e preferisce, se può, restare rintanato nel suo studio.

Il Qualcuno usa la sua rete per costruire il suo potere, il Qualcunaltro usa il suo potere per costruire la sua rete.

Il Qualcuno adopera il potere politico per ottenere il potere finanziario; al Qualcunaltro interessa solo il potere politico, e quello finanziario é, semmai, un'inevitabile conseguenza.

Il Qualcuno progetta un sovvertimento del potere politico per dominare incontrastato sul mondo finanziario; per il Qualcunaltro il potere finanziario é semmai funzionale al mantenimento dello status quo, che é l'essenza stessa del suo mondo.

Quindi, Lettore, una volta che il Qualcunaltro ha ridotto grandemente il potere politico del Qualcuno, non avrebbe alcun motivo di accanirsi. Non sarebbe nel suo stile. Non avrebbe alcun interesse sostanziale nel riesumare il passato del Qualcuno, né alcuna animosità nel farlo. Semplicemente, non gli interesserebbe.

Però, però... c'é un però. Ed il però consiste nel fatto che il Qualcuno, tramite le azioni compiute durante la guerra, pare sia riuscito ad appropriarsi di tanto denaro. Ma proprio tanto tanto. E, soprattutto, in una forma che non ha risentito affatto delle svalutazioni dovute al tempo trascorso ed all'inflazione. A distanza di una quarantina d'anni, e con un dopoguerra di mezzo, ciò che il Qualcuno ha acquisito non ha perso minimamente valore. Anzi.

Ma anche qui, il Qualcunaltro, per i motivi elencati prima, non interverebbe. Se la cosa lo disturba, non é tanto per la questione economica in sé, alla quale il Qualcunaltro dà poco peso, quanto perché proprio il denaro acquisito quaranta anni prima potrebbe essere stato utilizzato per finanziare l'evento collegato al'episodio molto grave ed intollerabile, del 1980, menzionato sopra.

E questo avrebbe implicazioni politiche notevolissime, e quindi deve essere acclarato; e quale metodo sarebbe migliore che farlo acclarare alla magistratura?

Ma, come specificato prima, la magistratura semplicemente sta ignorando totalmente questo aspetto e le sue implicazioni; mentre sarebbe più che opportuno che si aprisse un altro "filone d'indagine".

Vedi Lettore, quando si parla di "filone d'indagine", l'espressione é più che appropriata. Rende l'idea. In italiano, "filone" significherebbe "giacitura di roccia eruttiva"; da cui, ad esempio, "filone d'oro". Una sorta di giacimento che può essere sfruttato, scavando e ricavando, scavando e ricavando... una miniera. E c'é chi ne guadagna.

E qaundo si apre un "filone d'indagine", la magistrature scava e ricava, scava e ricava...una miniera. E c'é chi ne guadagna.

Qualche anno fa ebbi per un certo tempo un collaboratore (che, per inciso era anche della stessa "parrocchia" del Qualcuno, ma non con le medesime finalità né ovviamente ai medesimi livelli - questo aspetto é solo una curiosità) che possedeva un dono particolare, per il quale riceveva la mia ammirazione.
Capitava a volte di venire a contatto con qualche facinoroso, per cui la situazione rischiava di degenerare.
Anche quando non si giungeva a conseguenze estreme, il contatto con lo scalmanato risultava fastidioso, creando un'atmosfera negativa per il resto della giornata. Quando lui lavorava con me, non si giungeva mai a certi estremi; nel giro di qualche minuto la situazione tornava perfettamente sotto controllo, e rientrava nei limiti.

Quando lo scalmanato di turno andava finalmente per la sua strada, lui diceva: "E' solo gente ignorante, smarrita; vanno instradati..." e mentre lo diceva teneva le mani parallele muovendole avanti e indietro... era fisicamente piccolino e paffutello; mi sembra di vederlo ancora mentre, muovendo le manine con quel gesto caratteristico, dice "vanno instradati..."

Ecco, la magistratura andava "instradata" verso l'apertura del nuovo filone di indagine; ma come?

Analizziamo, Lettore, quali fossero le possibilità

Fornire una documentazione, magari inviata in forma anonima (un'altra versione del "Ciitadino Amico"), non era più possibile in quanto la documentazione era stata resa indisponibile nel 1968.

Lanciare delle accuse, altrettanto anonime, si sarebbe risolto in un nulla di fatto; a più riprese tali tentativi erano stati fatto nei primissimi anni Settanta, ma erano rimasti lettera morta. E' per questo che i "filoni di indagine" sono importanti: all'interno di essi, qualunque indizio (persino quell'assurdità del proiettile nell'orto di Pacciani) diviene importantissimo, ma al di fuori di quelli, devono esistere prove solidissime perché una possibilità venga considerata.

Purtuttavia, Lettore, occorre sottolineare come tale strada venne comunque tentata, inviando una dettagliata lettera anonima ai magistrati che indagavano sul summenzionato grave episodio dell'anno precedente; e ciò avvenne subito prima dell'inizio della serie omicidiaria e cioé nell'aprile del 1981. Sembra costituire l'extrema ratio, l'ultimo tentativo eseguito prima di dover dare inizio all'operazione che condurrà ad un'impressionante (ed inaspettata) serie di delitti; ma, come d'altra parte prevedibile, non sortì gli effetti sperati.

Utilizzare dei testimoni non era una strada percorribile: chi avrebbe dovuto testimoniare? Chiedere ai componenti delle squadrette di recarsi presso un Commissariato dicendo: "Buongiorno, abbiamo fatto fuori quattro persone perché era un favore che Qualcuno ci aveva chiesto, ma poi ci siamo resi conto che era 'na brutta cosa" era una soluzione chiaramente improponibile.

Così come improponibile sarebbe stato cercare di recuperare gli ex partigiani, dopo averli terrorizzati nel 1974; inoltre, vi é da dire, l'episodio sul quale il Qualcunaltro desidererebbe far luce fa sì parte della Seconda Guerra Mondiale, ma non proprio della Resistenza. Pertanto, anche nell'inverosimile ipotesi in cui si fosse potuto ripescarli, difficilmente degli ex partigiani in Toscana avrebbero potuto fornire un supporto sostanziale al riguardo .

I sardi? Dopo averli resi complici di un duplice omicidio ed avere rovinato due famiglie? E chi avrebbe rischiato di farsi incriminare solo per fare un piacere a Qualcunaltro? I sardi erano usciti con le ossa rotte da questa vicenda; con quale faccia si poteva ritornare da loro chiedendo che rischiassero ancoa una volta la galera? E per cosa poi?

Per la verità, qualcuno che la galera non l'avrebbe rischiata c'era; e non l'avrebbe rischiata per il semplice motivo che se l'era già fatta.




Stefano Mele era stato appena scarcerato, trasferito alla Casa San Giuseppe di Ronco dell'Adige il 6 Aprile 1981, così, una volta finito di scontare la pena (anzi, per essere precisi, "doppo SCONTATA LA PENA") avrebbe potuto dire qualcosa sull'andamento dei fatti di quella notte a Signa. Sarebbe stato necessario solo dirigerlo; e per questo servivano un motivo ed un mediatore. Tenendo conto del fatto che il mediatore sarebbe già stato disponibile, questa si configurava come una possibilità concreta; poi, da cosa nasce cosa...anzi, da cosa nasce "Mostro".



Da cosa nasce "Mostro"

Però, occorre pianificare accuratamente i passi da fare.

Una fortunata coincidenza (non saprei esattamente per chi sarebbe "fortunata", ma si dice così) vuole che il Qualcunaltro abbia il controllo di quel Servizio a cui il Qualcuno si era rivolto nel 1968 e nel 1974 per le operazioni "sporche"; almeno, così ebbe a dichiarare il Qualcuno (e non solo lui). Non é possibile dire che ne abbia il controllo "istituzionale" perché formalmente un simile servizio non può aver nulla a che fare, ufficialmente, con le istituzioni, anzi non potrebbe nemmeno esistere; possiamo dire che ne abbia il controllo "gestionale".

Quindi, il Qualcunaltro avrebbe già il braccio armato; e mai espressione sarebbe stata più calzante, considerato che il Servizio aveva l'arma (per reale o fittizia che fosse) di Rabatta; per la verità, come tutte le persone, il Qualchealtro avrebbe almeno due braccia, e tutte e due armate, ma qui la scelta é obbligata. E per semplicità, per uniformarci alla semantica tipica dell'ambiente in cui ci stiamo muovendo, da qui in avanti ci riferiremo all'appendice di tale braccio, quell'appendice che si occuperà della faccenda da qui in avanti, con l'appellativo appunto di "Mostro"

Allora, i passi da fare sarebbero:


1) inserire nel fascicolo processuale di Stefano Mele dei reperti ottenuti con l'arma usata a Rabatta

2) commettere con la stessa arma un delitto eclatante, che gli inquirenti non possano mai prendere sottogamba

3) inviare una comunicazione anonima agli inquirenti per indirizzarli al fascicolo di Stefano Mele

4) indurre Stefano Mele a parlare (di "Virgilio", ché non avrebbe avuto altro da poter dire) e far così riaprire il caso



e poi, come detto prima, da cosa nasce cosa. Aperto il filone d'indagine, ogni accusa, anche indiretta, ogni indizio, acquisterebbe ben altra valenza.

Chi potrebbe andarci di mezzo, altre due vittime? Poca cosa in confronto a ciò che sembrava aver organizzato il Qualcuno; e non mi riferisco al 1968 o al 1974...

Sostituiti i reperti nel fascicolo, l'operazione può cominciare; oltre l'uccisione di una coppia, come per i precedenti omicidi, si dovrebbe eseguire anche qualche atto che possa impressionare, cosicché il delitto non venga trascurato e ci se ne occupi attivamente, senza trascurare ogni possibile indizio, segnalazioni anonime comprese.

E così finalmente, nella notte tra il 6 ed il 7 giugno del 1981, e cioè due mesi dopo l'invio dell'infruttuosa lettera anonima, le vittime hanno un nome ed un cognome: Giovanni Foggi e Carmela De Nuccio.




E la povera Carmela viene scuoiata a livello della regione pubica, per destare impressione.

Ma si verifica un imprevisto. Ed anche l'imprevisto ha un nome ed un cognome: si chiama Enzo Spalletti





Enzo Spalletti

Enzo Spalletti era un guardone. Non Ti racconterò per la milionesima volta, Lettore, la storia di Enzo Spalletti perché sarebbe un inutile spreco di tempo; se ho esordito con l'espressione "era un guardone" é stato solo per sottolineare un aspetto peculiare del "testimone" di quella notte: era una persona abituata a veder gli altri senza essere visto. La sua presenza, il più delle volte, era inapparente.

Quella notte, le cose non dovettero andare in maniera diversa: Enzo Spalletti vide chi commetteva il duplice omicidio, ma chi commetteva il duplice omicidio non vide Enzo Spalletti: così non fosse stato, Enzo Spalletti sarebbe stato ritrovato un paio di giorni più tardi, impiccato, a una ventina di chilometri dal luogo dell'omicidio.

Ma, Lettore, ragioniamo un momento: cosa può mai aver visto di così importante un guardone, nascosto ad una certa distanza, nel buio pesto della notte? Potrebbe mai aver riconosciuto qualcuno? L'ipotesi é semplicemente inverosimile. E quand'anche avesse riconosciuto un Mostro alto, atletico, bello, ricco e intelligente, perché non denunciarlo? Pensaci bene, Lettore: se la situazione fosse stata questa, in quale caso Enzo Spalletti sarebbe stato più al sicuro? Tacendo, rimanendo in galera e lasciando la sua famiglia fuori in balìa di chiunque, o facendo arrestare il Mostro cosicché questo restasse chiuso in galera, e lui fuori, al sicuro, con la sua famiglia?

Quindi, che Enzo Spalletti avesse visto e riconosciuto un Mostro alto, bello, ricco e intelligente ed abbia taciuto non é una pretesa inverosimile; é solo un'idea stupida. E d'altra parte, se avesse visto qualcuno commettere l'omicidio, ma senza aver tratto alcuna informazione in grado di identificarlo, perché non dirlo? Cosa avrebbe avuto da temere? Il fatto che l'omicidio dovesse essere stato commesso da qualcuno, chiunque fosse, é lapalissiano; in che modo il semplice fatto di dirlo avrebbe potuto danneggiare l'autore?

Enzo Spalletti può solo aver visto "qualcosa" di indistinto, ma questo "qualcosa", per indistinto che fosse, doveva avere un significato preciso. E qual é l'unica possibilità che ciò che aveva veduto avesse un significato compromettente? L'aver visto in azione una squadra, coordinata, di persone. Come fosse stata un'operazione militare. In questo caso, anche se Spalletti non avesse riconosciuto nessuno, il solo fatto di aver visto in azione una squadra organizzata sarebbe stata un'informazione estremamente importante.

Perché in questo caso, Lettore, l'intera operazione sarebbe fallita. Se si fosse venuto a sapere che una squadra aveva agito per ottenere questo risultato, il fatto che dietro il duplice delitto di Mosciano di Scandicci ci fosse una manovra, un secondo fine, sarebbe stato evidente. Pertanto, la magistratura più che venire "instradata" verso l'omicidio di Signa per arrivare al Qualcuno, sarebbe stata "insospettita" al riguardo, magari finendo per instradare sé stessa lungo un'indagine volta a determinare chi stesse tramando qualcosa e perché.

Purtroppo (per il "Mostro") é solo in seguito all'arresto di Enzo Spalletti che il "Mostro" viene a conoscenza del fatto che la sua squadretta in azione é stata vista; così l'intera operazione deve venire sospesa per far fronte all'imprevisto ed ovviare all'inconveniente.

Nell'immediato é facile: per evitare che Enzo Spalletti parli, insomma per mettere una toppa al buco, il provvedmento adottato consiste nel buon, vecchio, collaudato metodo della minaccia sui figli.

Intervista a Carla Agnoletti su Paese Sera del 17 giugno 1981, due giorni dopo l'arresto:

- Perchè questa versione contraddittoria di suo marito?

- Forse Enzo ha paura che qualcuno faccia del male a me o ai nostri figli.

Probabilmente é per questo che Spalletti, non appena viene arrestato, chiede a sua moglie, tramite il suo difensore, di lasciare la loro casa e rifugiarsi dai genitori

Perché Enzo Spalletti, dal canto suo, deve trovarsi fortemente disorientato. Comprende bene che se ha visto più persone muoversi sul luogo del delitto e commettere un'azione tanto turpe, la minaccia relativa ai figli é assolutamente reale; probabilmente non comprende però il perché di un'azione così surreale, ciò che appare, a tutti gli effetti, come un'operazione militare solo per uccidere due ragazzi. E poi scuoiare lei (perché Enzo Spalletti riuscì ad intravedere anche questo, come é desumibile dalla tesimonianza di Carla Agnoletti:




Forse, ad un certo punto magari pensa di poter avere protezione dalle istituzioni. Non comprendendo il significato di ciò che ha visto, avrebbe intenzione di segnalarlo; ma lo fa a modo suo. Nel corso di un nuovo interrogatorio dichiara: “Io non ho nessun complice. Voi mi volete arrestare mentre sono innocente. Attenzione che non vada a finire così“; ed inoltre “Voi lo sapete che io non sono l’assassino, ma mi tenete in galera perchè state proteggendo qualcun altro“.
L'unico effetto che ottiene é una reazione dura da parte dei Sostituti Procuratori della Repubblica Silvia Della Monica ed Adolfo Izzo, i quali anziché considerare con interesse delle affermazioni tanto singolari, reagiscono bruscamente, e con fare accusatorio. A questo punto, com'é logico che accada, Spalletti,avendo compreso di non poter trovare alcun aiuto in quella direzione, si ritrae: “Niente, niente, dicevo così, tanto per dire qualcosa… L’ho detto per rabbia perché sono innocente“.

Dato che il modo di porsi di Spalletti è chiaramente risultato poco gradito agli inquirenti, egli si si rende conto di come quella non sia una strada percorribile; é solo, schiacciato tra un'organizzazione la cui natura non comprende, un "Mostro" che minaccia la sua famiglia, e le istituzioni, che sembano prendere le parti più del "Mostro" che le sue. Alla fine, si chiude in un mutismo assoluto.

Riprenderà l'argomento durante il processo ai Compagni di merende. Contattato da un collaboratore dell'avvocato Filastò, gli avrebbe detto: "Non hanno capito nulla, sono fuori strada, è una vergogna!". E poi: "Ma se dietro a tutto quest'affare ci fosse qualcheduno grosso eh? Oppure qualche poliziotto di quelli con le palle grosse... Non è ne la prima ne l'ultima volta. Nessuno ci pensa?" Pertanto, pare che lo stesso Spalletti, alla fine, ne avesse ricavato l'impressione di una faccenda in cui, sebbene a titolo assolutamente ufficioso, fosse implicato qualcuno delle istituzioni, anche senza riuscire a capire di cosa, esattamente, si trattasse.

Intanto, però, gli eventi sembrano essere giunti in un vicolo cieco. L'emergenza é stata risolta, ma l'operazione é in stallo. Spalletti rimane in silenzio, ma in galera, senza prospettive. Non si intravedono soluzioni all'orizzonte.
Quanto resisterà Enzo Spalletti in carcere? Non può stare lì indefinitamente; ed in effetti, la moglie ed il fratello cercano di far qualcosa per sbloccare la situazione. Questo qualcosa, inevitabilmente, deve passare per una testimonianza sincera e non reticente; cosa che, evidentemente, al "Mostro" non conviene. Il "Mostro", allora, con un equilibrato atteggiamento tra la rassicurazione e la minaccia, ferma le iniziative legali della famiglia Spalletti, promettendo di far qualcosa per scagionare il congiunto.

Ed il qualcosa in effetti avviene, nella notte tra il 22 ed il 23 ottobre; stavolta ne fanno le spese Stefano Baldi e Susanna Cambi, a Calenzano




La squadretta sembra essere stata istruita sommariamente sul da farsi. Tutto appare molto approssimativo. I bossoli reperiti sul posto sono sette. La mutilazione operata sul corpo della bella Susanna é molto diversa da quella subita da Carmela De Nuccio. In realtà, poco importa che sia uguale o diversa; l'autore dello scempio ha fatto ciò che, in linea generale, gli era stato detto di fare, e cioè escindere delle parti genitali, e lo ha fatto come gli é venuto. Senza alcuna pretesa di farla somigliare a quella dell'omicidio precedente. Sarebbe un dettaglio, un inutile perfezionismo , perché alla fin fine, in un modo o nell'altro, accade ciò che doveva accadere: altri due ragazzi morti, e Spalletti scarcerato.

Ma, sopratutto, l'operazione può riprendere.

Si verifica però un'altro imprevisto.

Tu, Lettore, come ti figureresti un "mostro"? Io in molti modi; ma in questa specifica circostanza tendo a figurarmelo come l'Idra di Lerna. In pratica, un serpente, anche se con molte teste.




Ma perché proprio l'Idra di Lerna? Perché Lettore, se ricordi, le teste dell'Idra di Lerna avevano la prerogativa di poter ricrescere se mozzate; ed una era immortale. Ciò ben si adatta alla figura del "Mostro", in cui la testa immortale sarebbe rappresentata dal Qualcunaltro. Ma subito dopo Calenzano, il problema si pone per le altre teste, una particolare; infatti, essa muore. Per la precisione, a passare a miglior vita sarebbe la "testa" impersonata da quel direttore, menzionato qui, il cui factotum faceva "Mele" di cognome.

Perché morirebbe una delle teste del "Mostro"? Apparentemente per cause naturali; poiché però la sera prima di sentirsi male e poi morire, la "testa" era stata a cena con un tipino di quelli che... "ti raccomando!", c'é chi sospetta che la morte poi così naturale non sia stata. Questo perché non é ben chiaro neanche da che parte stesse il tipino; a volta sembra con il Qualcuno, a volte contro il Qualcuno, a volte dalla parte del Qualchealtro... non si é mai capito bene. Quello che si é capito é che é stato coinvolto, sempre da comprimario e mai da protagonista, in diversi episodi torbidi che hanno funestato la storia della nostra repubblica; e tra questi, in particolare, anche quello, cui si é più volte accennato, accaduto nel 1980, e che potrebbe configurarsi come l'origine della necssità di riaccendere le luci sul passato del Qualcuno.

D'altra parte, però, la "testa del Mostro", a sua volta, non é che fosse uno sprovveduto; certo, per impersonare la "testa del Mostro" non avrebbe mai potuto esserlo. Così, si continua ad oscillare tra la versione ufficale della morte naturale e quella meno ufficiale di una morte meno naturale. Qui però, al riguardo, mi fermo; se, Lettore, cominciamo a correre dietro a tutti gli intrighi ed a percorrere ogni diramazione della trama, rischiamo di non arrivare più dove ci prefiggiamo. Pertanto, evitiamo di complicare una faccenda già abbastanza complicata di suo, e consideriamo soltanto quegli aspetti degli eventi che hanno stretta attinenza con ciò di cui ci stiamo occupando. E l'evento "scarno" é il fatto che il Servizio perde improvvisamente il suo amato direttore operativo.

Abbastanza prevedibilmente, ciò non può che risolversi in una condizione di confusione organizzativa per il "Mostro", almeno fino alla ricrescita di una nuova "testa"; tanto più nel caso specifico, nel quale le imprese del "Mostro" sarebbero, in un certo senso "subappaltate".

Nondimeno, essendo venuta meno, almeno apparentemente, la necessità di ammazzare altre persone, il piano può continuare. Gli eventi così seguirebbero, da questo punto in poi, la sequenza cronlogica descritta qui.




Ancora sulle segnalazioni, anonime o meno che siano

In questo post sottolineavo le differenze tra i diversi tipi di verità, considerando in particolar modo una "verità di fede" equivalente alle verità processuali

Nella vicenda del c.d "Mostro di Firenze" compare una contraddizione insanabile in coloro che se ne occupano. Da un lato, molte persone, affette da una forma inguaribile di "manicheismo giudiziario" spulciano atti e documenti con accettazione acritica dei loro contenuti, rigettando tutto ciò che può essere in contraddizione con essi. Dall'altro, però continuano ad occuparsi della faccenda proprio perché insoddisfatti dalla "verità processuale"-

In effetti, Lettore, consideriamo il caso di un ragazzo che a diciotto o diciannove anno consegua il diploma di maturità; si iscriva in giurisprudenza, e dopo cinque anni prenda il diploma di laurea magistrale. Finisca il tirocinio post laurea, indi vinca un concorso in Magistratura. Ecco, si dà il caso che una persona come tante altre, improvvisamente, per aver vinto un concorso divenga incorrutttibile ed infallibile nel determinare quale sia la "verità" ; sulla infallibilità, e le sue conseguenze, può essere illuminante la vicenda di Filippo Pappalardi, il padre dei piccoli Francesco e Salvatore, tenuto due anni in carcere con l'imputazione di averli uccisi; o, dico io, con la scusa di averli uccisi, scusa che Emilio Marzano e Antonino Lupo hanno usato per tenerlo in galera.

Sebbene Emilio Marzano e Antonino Lupo, essendo magistrati, dovessero essere infallibili, la loro infallibità ha dovuto fare i conti con l'evidenza. Il lato triste della faccenda é che quando non c'é evidenza schiacciante l'infallibilità resta. La superficialità dell'uomo medio privilegia sempre la forma rispetto alla sostanza fin quando la sostanza diviene di un'evidenza così macroscopica che nulla e nessuno riesce a far restare in piedi la forma. Nessuno sembra aver imparato la lezione; nemmeno quella dei poveri bambini di Gravina di Puglia, che ce l'hanno impartita sulla loro pelle.

Per le testimonianze é lo stesso. Una testimonianza é una testimonianza. Può essere vera e può essere falsa, dipendentemente da quale sia l'aderenza ai fatti che vorrebbe riportare; ma, un a volta resa, la sua veridicità non é suscettibile di cambiamento in alcun modo. Mi spiego meglio. Io posso fare delle affermazioni riguardo ad un evento. Queste possono rispecchiare in qualche modo dei fatti, per quanto valutati in maniera soggettiva (testimonianza vera), o non rispecchiarli affatto, perché inventati di sana pianta o in parte (testimonianza falsa). Se la testimonianza sia vera o falsa, lo sarà a prescindere dalla forma in cui viene resa. Se gli stessi contenuti, falsi, vengono scritti su un verbale ed un sottoufficiale di Polizia Giudiziaria vi appone la propria firma, essi non diverrano magicamente veri solo per questo.

Sto riferendomi ancora alla storia del "Maresciallo Fiori", che é l'unica versione "ufficale" della vicenda; il Maresciallo Fiori si sarebbe ricordato dell'evento di Signa , e ne avrebbe parlato con Olinto dell'Amico, che si sarebbe poi attivato.

Bisogna chiedersi: come e perché é l'unica versione ufficale?

Il come, fondamentalmente, é che lo dice il Giudice Rotella. Ma vi sono delle circostanze nelle quali persino l' affermazione di un giudice, per quanto egli sia infallibile, non é sufficiente per essere verità assoluta; in tali casi, un supporto, altrettanto formale, é spesso in grado di legittimarne la veridicità .

E nel nostro caso il supporto formale é costituito dalla dichiarazione del Maresciallo Fiori resa nel novembre del 1986. Poiché é scritta su un modulo che, nell'intestazione in alto a sinistra, reca scritto "Art. 357 Cod. proc. pen." , e nei fatti consiste nell'applicazione degli articoli 348 e 351 del cpp, la storia diviene "vera". Che poi, essa potrebbe anche essere parzialmente vera, anzi, lo sarà di certo, ma non può essere l'unica verità.

Allora, la domanda sarebbe, piuttosto: perché il giudice Rotella ha la necessità di supportare le sue affermazioni con la dichiarazione formale del Maresciallo Fiori? Perché, in fin dei conti, l'affermazione di Rotella acquista valore formale, ma solo formale, se supportata da un documento "ufficiale", quale la dichiarazione a verbale di Fiori, che a sua volta non prova nulla. Rotella sostituisce una dichiarazione sua, che potrebbe non corrispondere a verità, con la dichiarazione di Fiori, che potrebbe non corrispondere a verità.

Quale sarebbe la necessità del ricorso a tale contorta procedura? In altri termini, perché questa deve necessariamente essere la versione ufficiale?

Da quanto lo stesso Rotella scrive nella sua sentenza, le necessità in realtà sarebbero state due, ben distinte; e si evincono perfettamentamente da quanto egli scrive nella sua sentenza:



Il G.I. dell'epoca, avvertito, disponeva il recupero del fascicolo processuale. Intorno al 20 di luglio del 1982 esso si trovava sul suo tavolo. Allegati al fascicolo erano, per fortuita e inspiegabile combinazione, i bossoli e i proiettili rinvenuti dopo il duplice omicidio. Disposta comparazione, già a livello informale si accertava l'identità dell'arma adoperata nel 1968 e nel 1982.
Il giudice avvertiva il p.m.. La notizia veniva tenuta segreta per necessità imprescindibili delle indagini, che avrebbero poi condotto all'incriminazione di Francesco Vinci.
Scagionato quest'ultimo dalle sopravvenienze nel 1984, la riservatezza del 1982 avrebbe suscitato non poche diffidenze, mai sopite, nei mass-media e perciò nell'opinione pubblica, con seguito di anonimi consiglieri che hanno ritenuto d'indirizzare le indagini nei confronti di taluno degli stessi membri delle stesse forze di P.G.
Nel 1983 tutti coloro che, tra i carabinieri del gruppo di Firenze, avevano contribuito alla scoperta del precedente sono stati escussi e taluni, nuovamente, negli anni successivi. Da ultimo, in questo 1989, si è ritornati incidentalmente sull'argomento, in rapporto ad atti rinvenuti nel fascicolo del Nucleo Operativo della Compagnia di Prato (cfr: fascicolo 'Parretti' in vol. 7K), ed alla possibilità, smentita in maniera assoluta dagli accertamenti, che la notizia del precedente del 1968 fosse stata ottenuta diversamente, per esempio attraverso una confidenza.
Analogamente non ha nessun fondamento che sia pervenuto al G.I. dell'epoca (1982) un anonimo, nel quale fosse menzionato in relazione agli omicidi delle coppie, il precedente di Signa.



Le necessità sarebbero quindi sia quella di tenere nascosto il legame tra Signa del "Mostro" per questione relative alle indagini, sia la necessità di abbattere certe "diffidenze, mai sopite, nei mass-media e perciò nell'opinione pubblica, con seguito di anonimi consiglieri che hanno ritenuto d'indirizzare le indagini nei confronti di taluno degli stessi membri dellestesse forze di P.G"

Le "necessità" delle indagini avrebbero tenuto nascosto l'origine della pista sarda per l'inciminazione di Vinci. E la polemica inizia nel 1982 ed ha un culmine nel novembre dello stesso anno. Quando il Vinci é già stato arrestato, per cui la prima "necessità" verrebbe a cadere.

Le "necessità" verso l'opinione pubblica, invece, emergono evidentemente ben più tardi, e restano in piedi, in pratica, fino ai giorni nostri. Rotella parla di escussione nel 1983 e negli anni successivi, ma siamo andati molto più in là degli "anni successivi". La testimonuanza di Fiori è del 1986, ma a Piattelli verranno richieste informazioni anche in tempi ben più recenti. Dichiara il luogotente Fattorini in un'intervista:

"Io ho la certezza... perché ho la certezza... perché anche recentemente ho parlato... mi sono incontrato con l'appuntato Piattelli... mi disse che era stato cercato non sa lui neanche da chi...dico:ma come mai... eh, perché volevano sapere se effettivamente la notizia l'avevamo... l'aveva data il maresciallo Fiori. il Maresciallo Francesco Fiori che purtroppo é morto. [...]. Poi, della lettera anonima, noi allora non si seppe nulla. Io l'ho saputo poi dai giornali, ma dopo l'85 però si é saputo di questa lettera anonima... [..] però quello che mi diceva lui é che loro non si ricordavano della pistola"

Il video, di Flanz Vinci, é stato pubblicato nell'aprile 2021; l'intervista sarà stata raccolta prima; quanto, prima? Anche se fosse stata raccolta dieci (!) anni prima, significherebbe che ancora nel secondo decennio del ventunesimo secolo l'appuntato Piattelli veniva interrogato "non sa lui neanche da chi" sulla vicenda, che quindi é ben lontana dall'essere stata risolta con la dichiarazione a verbale del Maresciallo Fiori

Se la faccenda fosse stata:

1) effettivamente subordinata solo alle necessitò delle indagini nel 1982
2) chiara o almeno inequivocabilmente chiarificata

non ci sarebbe stata ragione di trascinarla per così tanto tempo. Evidentemente non é né l'uno né l'altra

Il problema sta nel fatto che vi sono altri testimoni che dicono che le cose non sono andate così. E vi sono anche evidenze.

Gli altri testimoni sono almeno il carabiniere intervistato da Davide Rossi e che afferma di aver visto personalmente il ritaglio di giornale, ed il giudice Tricomi, che riferisce anche lui di aver visto il ritaglio di giornale.

Inoltre, il giudice Tricomi parla di un "sottufficale" dei carabinieri nel suo libro, e menziona il "Maresciallo Fiore" nel biglietto di Spezi




e sempre un sottufficiale é incaricato di recuperare il fascicolo processuale di Stefano Mele a Perugia




mentre non parla mai di Olinto dell'Amico, che in quanto colonnello sarebbe ufficiale e non sottufficiale.

Le evidenze sono poi la richiesta al "Cittadino Amico", pubblicata su "La Nazione" del 20 luglio 1982, che tutti hanno potuto leggere




e la richiesta di SIlvia Della Monica di rientrare in possesso della lettera anonima che le sarebbe stata spedita




richiesta che sicuramente non prova che la lettera anonima sia realmente esistita, ma altrettanto sicuramente prova che alla Della Monica l'esistenza di una lettera anonima era stata comunque riportata.

Quindi, all'infuori del verbale relativo alla dichiarazione di Francesco Fiori (che, già in quiescenza, venne convocato e rispose a domande specifiche quattro anni e mezzo dopo Baccaiano) non vi sarebbe alcuna evidenza del coinvolgimento di Olinto dell'Amico. Ma allora, perché Olinto dell'Amico compare come un fungo, qui? Mah, Lettore, io fossi in Te rigirerei la domanda a Carlo Palego che forse una risposta ce l'ha...

Comunque sia, sempre seguendo questo post, considerando tutte le versioni come verità parziali, pertanto tutte vere ma riferentesi ad eventi accaduti in tempi diversi, il primo atto deve necessariamente essere stato l'invio del ritaglio di giornale a Borgo Ognissanti, con l'appunto, sul fascicolo processuale di Stefano Mele scritto a penna e la sottolineatura Calibro 22, presumibimente tra la fine del 1981 e l'inizio del 1982.

Come detto più volte, Davide Rossi ha raccolto la testimonianza del carabiniere che ricevette il ritaglio, e fu inviato dal suo superiore ad avvertire Tricomi, ma il racconto dell'intervistato si ferma in questo punto, ed egli, dopo ciò, del ritaglio non sentì mai più parlare; così sono stato costretto a dare libero sfogo alla mia fantasia per immaginare il possibile prosieguo degli eventi. Che mi sono figurato in questo modo:

I carabinieri inviati chiedono di essere ricevuti da Tricomi; nella sua stanza entra uno dei due.

Tricomi sta attendendo ai casi suoi, e solleva appena lo sguardo.


- Dottore...?

- Sì, cosa c'é?

- E' arrivato un ritaglio di giornale con una segnalazione interessante, ed abbiamo pensato di doverla informare..."

- Avete fatto bene.



Tricomi abbassa nuovamente lo sguardo e torna ad attendere ai casi suoi; il carabiniere esce dalla stanza. Fuori, ad attenderlo, é rimasto il suo collega




Non vorrei ritornare sulla possibilità dell'esistenza di un "Maresciallo Fiore" ed un "Maresciallo Fiori"; per semplificarci la vita, assumiamo che chi parla del "Maresciallo Fiore" intenda sempre e comunque riferirsi, sbagliando, al "Maresciallo Fiori". Così, passa un po' di tempo, e della faccenda si parla con il Maresciallo Fiori, il quale, consultandosi con l'appuntato Piattelli, sembra ricordare qualcosa


- Il riferimento sembra essere quello del delitto di Signa... io non c'ero... ma non é stato nel 1964?

- No, era il 1968

- Sei sicuro?

- Sicurissimo no, ma non ricordo niente nel 1964; che io mi ricordi, fu nel 1968.

- Allora la cosa avrebbe un fondamento?

- Probabilmente sì; si dovrebbe indagare. L'anonimo che ha inviato il ritaglio suggerisce di verificare il fascicolo del processo che si tenne a Perugia. Converebbe mostrarlo al Giudice Istruttore


I due tornano da Tricomi, stavolta con il ritaglio di giornale; ed é il Maresciallo Fiori ad entrare nella stanza


- Dottore...? Si ricorda che qualche tempo fa le era stato detto che era arrivato un ritaglio di giornale?

- Certo, ricordo benissimo


in realtà Tricomi non ricorda nulla, anche perché sta arrovellandosi su di un'importantissimo problema, che lo prende particolarmente




- Bene, le abbiamo portato il ritaglio...

- Avete fatto bene

- Ecco, siccome ci sembra di ricordare che il riferimento sia reale, desideravo chiederle: é possibile richiedere la trasmissione del fascicolo?

- Si, certo, é possibile


risponde Tricomi, indi abbassa lo sguardo e torna ad occuparsi del problema del piccione. Fiori esce dalla stanza




Probabilmente l'errore fu quello di informare il Tricomi anziché Adolfo Izzo o Silvia Della Monica, in Procura. A questo punto, il ritaglio viene riportato dov'era, e finisce da qualche parte insieme alla miriade di segnalazioni anonime di quel periodo; non si troverà mai più.



Un intervento della massima urgenza

Il "Mostro" scalpita: é mai possibile che non accada nulla? Si é usciti dallo stallo di Spalletti, si é inviato il ritaglio di giornale... e poi? Perché questi stupidi ignavi non si attivano?

Così, il "Mostro" resta a guardare con ansia aspettante, cercando di risolvere i problemi di disorganizzazione interna lasciati dalla precoce dipartita della sua "testa", in attesa che ne cresca una nuova. E poiché la crescita una nuova "testa" non può certo avvenire per nomina ufficiale né tantomeno per concorso, il fatto che nell'attesa nell'ambito del Servizio stesso continui a regnare un po' di disorganizzazione é ciò che ci si aspetta.

Ciò che invece non ci si aspetterebbe é che, in queste condizioni di scarsa organizzazione, anzi, nonostante essa, il "Mostro", ad un tratto, senta il bisogno di attivarsi urgentemente.

Che sia un'urgenza, lo si capisce dalla "qualità" della squadretta messa in campo; una squadretta di sprovveduti mandata in giro, la notte tra il 19 ed il 20 giugno 1982, ad ammazzare qualcuno, chiunque purché sia. E' possibile che sia composta da sole due persone, e neanche dotate di arma bianca; ma che, comunque, devono portare a casa un risultato.

Che siano degli sprovveduti, lo si capisce dalla "qualità" del risultato sul campo. Vedi, Lettore, ci sono aspetti della Moderna Mostrologia che, per quanto mi sforzi, proprio non riesco a capire. Uno di questi é la pretesa che il "Mostro" avrebbe mostrato (altrimenti che Mostro sarebbe?) abilità e freddezza durante il delitto di Baccaiano.

Consideriamo i seguenti elementi:


1) non é mai accaduto che il "Mostro" ricaricasse l'arma; e non lo fa neanche a Baccaiano. Il "Mostro" utilizza sempre e solo le munizoni con le quali ha preventivamente caricato l'arma

2) Paolo Mainardi é rimasto vivo

3) il "Mostro" non voleva che Paolo Mainardi rimanesse in vita; altrimenti, accortosi di ciò, non si sarebbe preoccupato di telefonare ripetutamente all'Allegranti

4) il "Mostro" ha sparato ai fari dell'automobile




ERGO


il "Mostro" ha sprecato le munizioni che aveva a disposizione sparando ai fari dell'auto anziché al Mainardi; per poi preoccuparsi terribilmente e telefonare all'Allegranti

E questo sarebbe qualcuno "freddo e abile"?!? Questo é poco più di un deficiente!

Pertanto i primi sprovveduti resisi disponibili vengono mandati alla ventura; e la ventura li conduce ad incrociare i destini di Paolo Mainardi e Antonella Migliorini. Probabilmente la vedono come un'occasione, ed improvvisano.

Io, dal canto mio, non voglio improvvisare dinamiche; ma il risultato finale dell'improvvisazione lo conosciamo bene.

Qui e qui ho sottolineato alcuni dettagli dai quali é possibile evincere degli aspetti salienti relativi al delitto Baccaiano; in particolare, é inequivocabile come il primo colpo esploso sia stato quello sul parabrezza (il che significa che chi sparava doveva essersi nascosto tra gli arbusti ai margini del corso d'acqua), e che i ragazzi presentassero ecchimosi in varie parti del corpo, come da trazione della cute. E' verosimile che essi siano comparsi in seguito al posizionamento dei ragazzi sul sedile posteriore; spero con tutto il cuore che Antonella Migliorini fosse almeno in limine vitae quando ciò si verificò, mentre per Paolo Mainardi sappiamo con certezza che non é così.

E con certezza sappiamo anche che chi aveva in mano la pistola sparò ai fari, e probabilmente lo fece prima di sparare ancora a Paolo Mainardi; altrimenti, se avesse avuto ancora un numero sufficiente di colpi, anziché lasciarlo in vita, lo avrebbe finito.

Anche solo questa considerazione sarebbe sufficiente per farci capire che accozzaglia di inetti e sprovveduti si sia dovuto mettere insieme, in fretta e furia, quella sera.

Inetti e sprovveduti che, dopo un'azione condotta in maniera ridicola, sono costretti a scappare via, indi si danno una ripulita alla bell'e meglio, e tornano sul luogo dell'omicidio mischiandosi ai curiosi per, direbbe la buonanima di Enzo Jannacci, "vedere di nascosto l'effetto che fa".

Abbastanza curiosamente, cosa vede la squadretta di sprovveduti? Vede giungere un'altra squadretta di sprovveduti su un'ambulanza. Evidentemente, é la loro serata (degli sprovveduti, intendo).

Infatti, dall'ambulanza scendono due ragazzini impauriti, ed uno più grandicello, ma impaurito anch'esso; sono così confusi da aprire con il piede di porco una portiera chiusa con la sicura, quando l'altra é invece aperta ed ha anche il vetro rotto.



Soccorritore più che autista
L'unico un po' più scafato sembra essere l'autista che, contravvenendo a qualsiasi regola, procedura o protocollo che lo vorrebbe a guidare o a preparare la lettiga per i soccorritori, prende in mano la situazione, entra in auto, ed avvisa gli altri, che neanche si accorgono di ciò che sta accadendo, che Paolo é ancora vivo.

Ed é proprio da questo particolare, Lettore, che possiamo desumere, con scarso margine d'errore, che la squadretta fosse ritornata sul luogo del delitto. Vediamone insieme la motivazione

Diamo innazitutto una rapida scorsa alla recente normativa che regola gli intereventi di soccorso, ed in particolare le definizioni che sono di nostro interesse qui

Un'ambulanza senza né medici né inferimieri é definita Mezzo Sanitario di Base (MSB) per trasferimento non protetto. Attualmente, per un paziente in condizioni cliniche come quelle di Paolo Mainardi, il trasporto (primario o secondario) non protetto non sarebbe legalmente possibile. Negli anni Ottanta questo aspetto era era diverso; ma i principi sono in qualche modo rimasti simili.

Nel 2019 é stato redatto in Disegno di Legge n.1127, che ha regolamentato la formazione e le mansioni dell'autista soccorritore; per sostituire queste:




che erano le "Competenze Tecniche" di un Autista Soccorritore dal 1992, anno di istituzione del Servizio "118" con la riforma "De Lorenzo". E prima dell'istituzione del servizio non vi era una codifica precisa delle "Competenze tecniche". La necessità di istituire un servizio di emergenza, infatti, divenne palese nel 1980 ( data che qui sembra ricorrente, non trovi, Lettore? Ma proprio in questo caso, sarebbe una coincidenza ma non una casualità...), ma la prima "incarnazione", pre-De Lorenzo, del "118" si realizzò nel 1990.

Prima di allora, sebbene codificate solo a livello locale, le mansioni dell'autista-soccorrittore erano comunque essenzialmente analoghe a quelle riportate sopra; il punto che ci interessa sarebbe il 3) "Collabora attivamente nella gestione del soccorso secondo le indicazioni del team leader sanitario".

Ma nel caso specifico della Croce d'Oro di Montespertoli, in cosa sarebbe consistita tale collaborazione attiva? Ce lo spiega Silvano Gargalini nel corso della testimonianza resa al processo ai c.d. Compagni di Merende: "Ognuno ci sta il nostro compito... Quando si arriva sul luogo dell'incidente, l'autista deve scendere, e preparare quello che serve, tipo lettiga attrezzature, eccetera.." Anche Marco Martini dice "Allegranti era... credo sia stato a preparare la lettiga per caricare..." Però, proprio quella sera la lettiga, la preparò invece Paolo Ciappi "Quando sono arrivato io... perché io ho sistemato la lettiga, prima.."

Pertanto, se i fatti si fossero svolti come previsto dalla normativa, se Paolo Mainardi avesse davvero potuto sussurrare qualcosa a qualcuno prima di spirare, avrebbe potuto farlo all'interno dell'automobile, ad un soccorritore che lo estraeva dall'abitacolo.
Avrebbe potuto farlo in ambulanza, sempre ad un soccorritore, durante il trasferimento.
Avrebbe potuto farlo ad un infermiere dell'ospedale di Empoli, mentre veniva condotto in terapia intensiva.
Avrebbe potuto farlo ad un medico di reparto.

Non mai avrebbe inveco potuto farlo all'Allegranti. L'Allegranti, infatti, in condizioni usuali sarebbe stato impegnato nel guidare il mezzo di soccorso durante il trasferimento, e nel preparare la lettiga sul posto; quindi, l'Allegranti, in teoria, sarebbe stata, tra i membri dell'equipaggio, l'ultima persona in grado di raccogliere ciò che eventualmete avrebbe bisbigliato il Mainardi prima di spirare.

Il fatto che l'Allegranti si sia trovato nella necessità di attivarsi al posto dell'equipaggio e venire per primo a contatto con Paolo Mainardi é una peculiarità dovuta alla situazione contingente, un'anomalia procedurale di cui poteva essere a conoscenza solo chi avesse assistito alle operazioni di soccorso.

D'altra parte, se il "Mostro" (che, come é ormai evidente da decenni, aveva degli "agganci" nel mondo istituzionale) avesse appreso direttamente, dai suoi "ganci", come in realtà si fossero svolti gli eventi relativi al soccorso, sarebbe venuto anche a sapere che il fatto che il Mainardi avesse detto qualcosa fosse solo un trucco.

Quindi, se il "Mostro" telefona proprio all'Allegranti, é estremamente verosimile che abbia assistito a ciò che accadeva; non avrebbe avuto modo di venire a conoscenza altrimenti del fatto che proprio l'ultima persona in grado di raccogliere la testimonianza di un moribondo, quella sera sarebbe stata invece la prima ad intervenire. Certo, potrebbe anche scelto a caso a chi telefonare; non si può esserne sicuri che fosse in grado di ragionare, visto come ha condotto l'azione. Ma la spiegazione di gran lunga più verosimile resta quella che abbia visto in loco lo svolgimento dell'azione di soccorso.

Allora, il "Mostro" ha improvvisamente ravvisato la necessità di un'azione, anche approssimativa ed affidata a degli sprovveduti. Ci sarebbe allora da chiedersi: ma perché, improvvisamente, tutta questa fretta? Cosa avrebbe spinto il "Mostro" a far scendere in campo dei perfetti imbecilli?
La domanda, Lettore, non avrebbe una risposta certa ed immediata. Potrei dirTi che, nelle quarantott'ore precedenti il delitto di Baccaiano, sarebbe accaduto un evento molto, molto grave, che potrebbe avere configurato il pericolo che il Qualcuno si dileguasse, o facesse sparire della documentazione rilevante, con serie ripercussioni sull'esito dell'intera operazione; e che ciò abbia fatto saltare i nervi a qualcuno del "Mostro". Che un tale evento si sia verificato é certo; ciò che non posso assicurarTi con altettanta certezza é il legame con il duplice omicidio a Baccaiano.

Comunque sia, il prosieguo della vicenda resta storia nota; la dottoressa Della Monica dice che Paolo Mainardi ha parlato, e ciò scatena le minacce all'Allegranti.

A dare retta ai Mostrologi ciò scatenerebbe anche la pista sarda, perché sarebbe qui che il "Mostro" invierebbe una comunicazione anonima. Ma a dar retta al giudice Tricomi così non é, perché il "Mostro" avrebbe già, precedentemente, inviato il ritaglio di giornale; é solo che tutti avevano minimizzato la segnalazione.
Nello stesso modo in cui, d'altra parte, la Procura minimizza le denunce di minacce dell'Allegranti.

Ma la Procura, così come d'altra parte Tricomi, non sembra minimizzare più nulla alla luce dei recenti accadimenti. Sia Vincenzo Tricomi, sia Adolfo Izzo e Silvia Della Monica cominciano ad indagare a 360°; nessun indizio viene tralasciato. Considerano i delitti similari, in Italia e all'estero, commessi dal 1970 al 1981. Censiscono i pazienti psichiatrici. Acquisiscono le copie delle prescrizioni di Norzetam, un farmaco di cui una confezione vuota é stata trovata nella piazzola di Baccaiano; quest'ultimo sforzo investigativo, Lettore, costituisce da un lato una divertente nota di folklore, ma dall'altro é un indice significativo della qualità delle indagini che vennero condotte, e della maniera in cui vennero impiegate le risorse.

Censiscono anche le Beretta 22 LR serie 70, ma solo quelle prodotte o cedute dal 1974 in poi.

Si interessano aalla sparizione di una Beretta da un'armeria di Borgo San Lorenzo

Il "Mostro" riprende a scalpitare. Tutto, sebbene con qualche intoppo, é andato secondo i piani, ma nessuna indagine su Signa viene ripresa; al "Mostro" non resta che riattivarsi nella veste di "Cittadino Amico".

Sul "Cittadino Amico" si sa poco. Il carabiniere intervistato da Davide Rossi dice "Di certo, quel ritaglio di giornale non era firmato né 'il Cittadino Amico', né altro. Quel 'Cittadino Amico' deve essere relativo a qualcos'altro che non so". Ciò non stupisce, se consideriamo che il ritaglio deve essere arrivato settimane se non mesi prima il delitto di Baccaiano. Ma possiamo invece farci un'idea di quando deve essere arrivata la segnalazione firmata dal "Cittadino Amico"?

Certo che possiamo farcela, ed anche abbastanza precisa.

Tutte le indagini disposte dalla Procura con le disposizioni del 3 luglio 1982, si fermano, a ritroso, all'anno 1974, con l'eccezione del censimento di delitti con caratteristiche simili, che comunque non va oltre il 1970; qualunque tipo di evento risalente al 1968 é assolutamente escluso. E ancora il 14 luglio 1982 viene pubblicato su "La Nazione" un articolo a firma Mario Spezi riguardante la sparizione della Beretta di Borgo San Lorenzo; la pistola benché prodotta nel 1967, risultava essere stata consegnata al distributore solo nel 1969, quindi sempre dopo il delitto di Signa. Se gli inquirenti, oltre a censire solo le armi prodotte o cedute dal 1974 in avanti, si stavano interessando ad una pistola sparita dopo l'evento di Signa, é chiaro che il delitto Lo Bianco-Locci era ancora al di fuori del loro orizzonte.

Il 17 luglio, Vincenzo Tricomi chiedeva alla Cancelleria della Corte d'Assise d'Appello del Tribunale di Perugia il fascicolo del processo a Stefano Mele. E ciò segna l'ingresso del delitto di Signa nell'indagine.

Quindi, la segnalazione del "Cittadino Amico" deve essere giunta tra i due eventi, e cioè tra il 15 ed il 16 luglio 1982.

Possiamo supporre che, una volta giunta la segnalazione del "Cittadino Amico", ci si sia attivati per recuperare il precedente ritaglio di giornale, che alla luce di ciò assumeva ben altra importanza; ma non si sia più trovato. Personalmente Lettore, il trafiletto che i Carabinieri fecero pubblicare il 20 luglio mi suona come un malcelato tentativo di recuperare ciò che avevano irresponsabilmete perso. Questo é il trafiletto che venne pubblicato, e che puoi leggere Tu stesso




Io, dal canto mio vi leggo, tra le righe




Il "Mostro" ovviamente si guarda bene dal telefonare; però, per sicurezza, spedisce un'altra comunicazione il cui destinatario sarebbe, stavolta, specificamente individuato in Silvia Della Monica. Purtroppo, l'indirizzo al quale spedisce é sempre la caserma di Borgo Ognissanti.

Tuttavia Tricomi, in seguito alla segnalazone del "Cittadino Amico", ha deciso di accantonare momentaneamente la problematica relativa ai piccioni, e dedicarsi alle indagini. Così, si attiva per ciò che riguarda il fascicolo processuale di Stefano Mele, ed i relativi reperti.

Recuperato finalmente il fascicolo, esso viene aperto e... miracolo! Bossoli e proiettili calibro 22, ma di quel calibro 22 sottolineato nel ritaglio di giornale andato perduto, sono, "casualmente", proprio lì, spillati in una semplice bustina di plastica!

"Ma che c..o!", avrà pensato il Tricomi, "ho praticamente risolto il caso, alla faccia della Silvia! Anzi, neppure le faccio avere la lettera anonima, così per sicurezza". Quando c'é di mezzo Silvia Della Monica tutti preferiscono sentirsi sicuri; sarà per la presa per i fondelli che aveva organizzato a Baccaiano, con il Mainardi rimasto in vita? Insomma, non si fidano.

Che le cose al riguardo siano realmente andate così o meno, avrebbe poca importanza; ciò che importa é che dispone l'esecuzione di una perizia informale, comparativa, tra i reperti ritrovati, per dirla con il giudice Rotella, "per fortuita e inspiegabile combinazione", ed i successivi delitti attribuiti al "Mostro di Firenze".

Importa al "Mostro" che può, finalmente, passare alla fase successiva, e cioè convincere Stefano Mele a parlare; ma importa anche a noi, che possiamo così proseguire nel raccontino.