sabato 6 agosto 2022

Il Mostro di Firenze 1: Prologo



it is not true that we select only such facts as confirm the theory and, as it were, repeat it ; the method of science is rather to look out for facts which may refute the theory.

Karl Popper




Bene, Lettore, avevo affermato che non avrei più scritto nulla sul "Mostro di Firenze", ed invece sto dando inizio ad una nuova serie.

Potrei dirTi, parafrasando lievemente James Russell Lowell che solo i cretini non cambiano mai idea, ma Tu potresti ribattere come io sia la prova vivente che a volte anche i cretini cambiano idea, quindi lasciamo perdere questa argomentazione.

La vera motivazione é che, anche senza scrivere più nulla, avevo pensato di affrontare il problema "Mostro di Firenze" come fosse un "indovinello regressivo", ma di farlo proprio come si fa di solito con gli indovinelli regressivi, e cioè in forma di gioco.

Ed avevo cominciato a "giocare" nei commenti in calce ai video di uno youtuber, Carlo Palego, che avevo scelto essenzialmente per due motivi.

Il primo é che Carlo Palego mi appare come una persona educata e perbene, e non animata da fini di lucro; non una condizione frequentissima nella "Moderna Mostrologia"

Il secondo é che Carlo Palego ha un'idea della vicenda che per certi versi può accostarsi alla mia, e per altri se ne discosta; quindi sarebbe stato più facile iniziare il "gioco" sulle analogie, argomentando poi sulle differenze.

Ed in effetti, iniziare non é stato difficile; é continuare che si é rivelato quasi impossibile. Forse si sarebbe potuto giocare in sessioni LIVE di YouTube; ma certamente non avvalendosi dei commenti, che non consentono un'interlocuzione in tempo reale, ed una dialettica efficace e tempesiva.



FALSIFICABILITA' DELLE TEORIE SUL MOSTRO DI FIRENZE

Il gioco che ho tentato sul canale di Carlo Palego é però servito a sviluppare anche il concetto di "falsificabilità" applicato alle teorie sul Mostro di Firenze; avevo già accennato qui all'importanza della falsificabilità nella ricerca della verità scientifica, ma riprendo l'argomento un po' più in dettaglio.

Se vogliamo tentare un approccio al Mostro di Firenze "con i metodi della scienza", per dirla come Massimo Polidoro, dobbiamo fare i conti con il "principio di falsicabilità".

Una teoria scientifica, per essere considerata tale secondo un principio epistemologico formulato da Karl Popper nei primi anni Trenta del XX secolo, ed ampiamente condiviso, deve essere falsificabile, cioè deve esistere qualche forma di verifica che possa dimostrarne la non veridicità; altrimenti é un dogma: occorre accettarlo per fede. L'accettazione di una teoria scientifica come "vera" invece, si fonda proprio sulla base della sua falsificabilità: se essa può essere dimostrata falsa, ma ancora ciò non é avvenuto, si assume che sia vera.

Alcuni scambi di battute tra me e Carlo Palego, in calce ad uno dei suoi video, chiarificheranno ciò che voglio dire, anche se riferiti ad aspetti molto settoriali della vicenda (mi perdonerà, spero, il buon Carlo se prendo a prestito una parte, piccola ma esplicativa, dei nostri dialoghi)

Il primo riguarda un'eventuale manipolazione (staging) della scena del crimine di Signa. In rosso Carlo Palego, in blu io

Noi sappiamo come è stata trovata la scena del crimine, cioè post staging. Per capire cosa non si doveva far vedere, che avrebbe cozzato con la tesi Mele unico colpevole ed è stato quindi occultato/manipolato, dovremmo avere una pur vaga idea di come andarono veramente le cose quella notte

Carlo, questo, nella pratica, é una sorta di ragionamento circolare:

Non puoi sapere come andarono le cose perché per saperlo dovresti sapere se ci fu staging.

Non puoi sapere se ci fu staging perché per saperlo dovresti sapere come andarono le cose.


Ecco, un ragionamento circolare é un ragionamento che non può essere falsificato. E' autoreferenziante, cosicché trova la sua verifica in sé stesso. Non può costituire quindi un'argomentazione sulla quale si regga una verità scientifica.

Consideriamo un altro scambio di battute

Avevo affermato che la decisione che Barbara Locci ed Antonio Lo Bianco sarebbero usciti insieme la sera fu presa lo stesso pomeriggio; ed ho citato una serie di testimonianze che indicherebbero ciò


però come puoi dire con certezza che la Locci non sapeva ancora se sarebbe uscita con l’Antonio quella sera?

Perché, tu puoi dire con certezza il contrario?


In linea di principio, la mia avrebbe costituito un'affermazione falsificabile.
Non ho modo di dire con "assoluta certezza" se la mia deduzione che discenda dalle testimonianze sia vera; ma in realtà non ne avrei bisogno. Se si trova una testimonianza, o qualunque altra evidenza, che non sia così, allora la mia deduzione viene falsificata. Fino a quel momento, però, poiché resta la più plausibile, andrebbe assunta come vera. Non devo essere io a provare la veridicità della mia affermazione assolutamente verosimile, o in altri termini, la falsificazione non può consistere nel fatto che essa sia "granitica" ; semmai, deve essere smentita da qualcos'altro che così falsifichi l'ipotesi.
In pratica, la confutazione, e la falsificazione dell'ipotesi, non possono poggiare su un'argomentazione come "Perché, tu puoi dire con certezza il contrario?", ma devono avvalersi di una motivazione del tipo "Ecco qui delle testimonianze che negherebbero tale possibilità".

Questa questione é quella che ormai affligge ogni teoria sul Mostro di Firenze: a distanza di oltre mezzo secolo dal primo evento, é estremamente improbabile che possa emergere qualcosa che consenta la falsificabilità di una teoria corrente piuttosto che di un'altra, considerato che esse sono tutte dogmatiche; i reperti fisici validi non esistono più (e forse non sono mai esistiti), mentre le testimonianze non sono suscettibili di cambiamento in quanto, in pratica, tutti i soggetti coinvolti, con l'eccezione di Natalino Mele, sono deceduti.
Tutte le teorie pertanto essendo non falsificabili, sono equivalenti; solo Natalino Mele potrebbe fare la differenza, se volesse. Ma non lo vuole. Così come non lo vogliono tutti i "mostrologi" che organizzano convegni e vendono libri. Che, propinando teorie non falsificabili, "dimostrano" inequivocabilmente come la loro sia vera. Tutte teorie vere, dunque. Giancarlo Lotti e Pierluigi Vigna sarebbero sullo stesso piano; ed in buona compagnia, insieme a Pietro Pacciani, Francesco Narducci, Giampiero Vigilanti, un ex carabiniere, un pastore...

Ma anche se qualche mostrologo impazzito volesse escogitare una teoria scientifica, da dove potrebbe venire qualche novità in grado di fare la differenza, e renderla falsificabile? Forse solo dal "rosso del Mugello", prima che sia troppo tardi anche per quello; ma verrebbe da pensare che proprio perché la cosa potrebbe fare la differenza é stato negato l'accesso agli atti; e, seguendo Andreotti, che di intrighi se ne intendeva, "a pensar male si commette peccato, ma a volte ci si azzecca". Anche l'avvocato Vieri Adriani ha fatto suo un tale principio.

Ed é per questo che ho cambiato approccio; imparare a memoria ogni virgola delle testimonianze, come hanno fatto gli altri, non sarebbe servito a nulla; i contenuti di perizie, i verbali o rapporti, resteranno sempre uguali e sé stessi sia che vengano letti mille volte, sia un milione di volte. Continuare a pestare l'acqua nel mortaio non serve; se non puoi cambiare i dati, l'unica strada che rimane é cambiare la metodologia con la quale li elabori. Ne discende che l'unica cosa che potrebbe servire é una teoria che non introduca alcuna ipotesi arbitraria, alcun ragionamento circolare, cosicché in qualche modo la teoria possa risultare falsificabile. Ma una tale teoria non può venire fuori da un approccio, per così dire, "tradizionale", non lo può più; mezzo secolo di tentativi in tal senso hanno abbondantemente dimostrato come insistere sull'uso della metodica tradizionale non porti ad alcuna conclusione.

Ma devo ammetere che anche cambiando metodica neanche a me, Lettore, é riuscito di non introdurre ipotesi arbitrarie. Però, Lettore, la mia teoria identifica anche "qualcuno" al quale si potrebbe dare un nome ed un cognome, e potrebbe ancora esser possibile verificare se le ipotesi arbitrarie si applichino al quel qualcuno o meno. Se non fosse verificato che al qualcuno identificabile alla fine della storia siano applicabili le ipotesi arbitrarie, la teoria ne verrebbe falsificata. Pertanto, il fatto che la mia ipotesi identifichi qualcuno in qualche modo la renderebbe falsificabile.

E' per questo che ho deciso di impersonare uno dei pochi cretini esistenti che cambiano opinione, ed iniziare questa serie sul "Mostro di Frenze"; ma dovrò giocare da solo.

In altri termini, mi proporrò da solo l'indovinello regressivo e cercherò di risolverlo mentre Tu, Lettore, potrai, se lo vorrai, esercitare solo l'azione che il tuo ruolo prevede: leggere. Senza interattività.

Però qualora Tu stia realmente considerando la possilità di voler imbarcarti nell'impresa della lettura delle stupidaggini che io scrivo, mi é d'obbligo darti preventivamente una notizia che suonerà probabilmente come un caveat: il Mostro di Firenze non esiste. E' un'illusione.

Sia che tu, come la maggior parte dei "Mostrologi" declama a gran voce, ritenga che il "Mostro di Firenze" sia un'entità singola e dotata di superpoteri, sia che tu lo ritenga un'entità plurima composta da più persone, esso, inteso come entità costante nel tempo per intenti e composizione, non avrebbe akcuna corrispondenza nella realtà.

Così, se una tale idea non dovesse piacerti. se Tu dovessi essere uno di coloro che vogliono sentire o vedere scritto che il Mostro é (stato) un uomo alto, atletico, che ha fatto il pastore ma facendolo ha conseguito un diploma di scuola superiore, che ha un'auto vecchia che però cambia spesso, che con essa copre delle distanze inimmaginabili, che é un ex carabiniere ma ha una lunga storia criminale con periodi trascorsi in istituti o in carceri, che fa un lavoro da artigiano ma ha a che fare con autopsie di piccoli animali, che ha denunce per piccoli reati contro la persona ma non ne ha mai commessi, che non é sposato ma ha una moglie e dei figli, che ha volontariamente smesso di uccidere nel 1985 ma continua a farlo fin quando non viene arrestato, che sceglie la tipologia delle vittime e forse anche le vittime in particolare ma colpisce quando si presenta l'occasione (scusa se ho fatto confusione, ma ho tentato di sintetizzare i profili stilati dall'FBI, da Santandrea e da qualche altro), allora puoi semplicemente chiudere questa pagina Web, ed aprirne un'altra, qualunque, di mostrologia.

Se invece dovessi avere la curiosità di leggere una possibile spiegazione di come mai, in cinquant'anni, non si sia trovato ciò che non é mai stato cercato, puoi continuare a leggere le idiozie che scrivo io; alla fine, forse Ti indicherò anch'io delle caratteristiche di Qualcuno da identificare, ma non sarà affatto né come pensi, né ciò che pensi; la soluzione aprirà una porta su un secondo mistero, molto più "sgradevole" del primo. Ma se Tu dovessi avere la voglia di toglierti questa curiosità. non ti resta che continuare.

Potresti obiettare che la prima delle idiozie l'avrei già scritta: il fatto che non venga trovato ciò che non viene cercato. Forse più che un'idiozia sarebbe una banalità, un concetto lapalissiano; ma, se sei giunto fin qui, vedremo insieme come le cose non stiano esattamente in questo modo.

E' sicuramente possibile trovare ciò che non viene cercato; a tale situazione é stato dato il nome di "serendipità", ma non ha attinenza con la faccenda in questione, e voglio evitare di divagare.

D'altra parte accade raramente di non trovare ciò che viene cercato, se la ricerca avviene con impegno, dedizione e seguendo una metodologia corretta. Di solito, quando ciò avviene, é perché l'oggetto della ricerca non esiste. Che poi é ciò che io ho scritto sopra.

Infatti, come abbiamo visto, sono state condotte, in mezzo secolo, migliaia di ricerche, che hanno condotto a migliaia di teorie, ognuna delle quali viene falsificata dall'esistenza delle altre e pertanto, nessuna delle conclusioni può dirsi veramente tale; mentre l'applicazione pratica di ciò é quella che si estrinseca nella sintesi dei profili criminologici che ho espresso sopra: un guazzabuglio di affermazioni contraddittorie.

Bisogna prendere atto però, di come sedici persone siano state barbaramente uccise, e da almeno una ventina d'anni, diverse persone campino lucrando su ciò; quindi, se non esiste il "Mostro di Firenze" come entità, se é un'illusione , esiste certamente "il fenomeno Mostro di Firenze" che un'illusione non é, avendo generato cadaveri e denaro.

L'illusione, Lettore, é, in psichiatria una distorsione dell'interpretazione di afferenze sensoriali corrette, contrapposta all'allucinazione, dove invece ad essere alterata é la percezione sensoriale stessa. Se io ho una vertigine, per cui ad un tratto vedo muovere l'ambiente circostante da sinistra a destra, ho un'allucinazione. Se mi trovo su un battello che comincia a muoversi verso sinistra, e vedo l'ambiente circostante muoversi verso destra, é un'llusione. Nel primo caso é il mio apparato sensoriale a soffrire di un"guasto", trasmettendo delle sensazioni che non hanno alcuna corrispondenza con ciò che accade nel mondo esterno al mio cervello, mentre nel secondo i miei occhi mi trasmettono esattamente ciò che si vede riguardo a ciò che sta realmente accadendo, ma sarebbe la mia mente ad interpretare il segnale in maniera erronea. L'allucinazione é un fenomeno soggettivo. mentre l'illusione é un fenomeno oggettivo; di conseguenza, se un gruppo di persone si trovano nello stesso luogo e nello stesso tempo, un'allucinazione potrà interessare un singolo ( o alcuni di loro - é documentata l'esistenza di "allucinazioni collettive"), l'illusione invece interessa tutti.

Ed i fenomeni che creano un'illusione, Lettore, vanno indagati come l'illusionismo. L'illusione pertanto resta comunque conseguenza di un fenomeno "oggettivo" che può essere finalizzato alla creazione di un''illusione (come nell'illusionismo) o meno (come nel caso del battello). Comunque sia, trovandoci nelle condizioni di dover interpretare la percezione che deriva da un'illusione, l'approccio da usare deve essere diverso da quello usuale. Come ebbe a dimostrare James Randi (in qualche modo, una delle radici del CICAP, deceduto nel 2022)




nell'ambito del c.d. "Alpha Project" dell'università di Washington, indagare l'illusionismo con gli stessi metodi con cui si eseguono indagini scientifiche é una strada che facilmente porta all'insuccesso; forse é per questo che il "Mostro di Firenze" di Polidoro indagato con "i metodi della scienza" si é risolto in una serie come tante altre.

Un modo per trattare le situazioni in cui siano operanti le illusioni può essere quello di far uso del c.d. "pensiero laterale" che poi é il metodo di risoluzione degli "indovinelli regressivi".

Avrei già accennato in precedenza, Lettore, ai concetti di "pensiero laterale" ed "indovinello regressivo", pertanto non tornerò qui sull'argomento; potrai leggerli nel relativo post, se lo riterrai.

Da qui, semplicemente, inizieremo a percorrere insieme la strada del pensiero laterale; e vedremo insieme dove essa ci condurrà.


Post Scriptum 8 giugno 2023:

A distanza di quasi un anno dalla scrittura del presente post, però, ho dovuto prendere atto di come la condizione del Lettore che accede a queste pagine non sia dicotomica: o desidera veder descritto il "Mostro di Firenze" come alto, bello e con superpoteri, oppure preferisce giungere ad una conclusione alternativa attraverso un processo logico costituito dal "pensiero laterale", e nel quale sia parte attiva.

Vi é una schiera di Lettori, (purtroppo?) ben nutrita, che preferirebbe la seconda soluzione, ma da ottenere con le modalità della prima.
Desidera veder raccontata una storia alternativa al Mostro alto, ricco, bello ed intelligente, ma non intende sobbarcarsi l'onere del ragionamento.

C'é chi vuole leggere una storia diversa, ma senza essere particolarmente interessati a come a tale storia si arrivi, e perché.

Così, mi somo visto costretto a scrivere un
ulteriore post, rivolto esplicitamente a coloro che non hanno voglia di eseguire personalmente ricerche o verifiche, che non intendono impegnare il loro tempo e la loro mente nel produrre autonomamente un ragionamento articolato, che conduca alla conclusioni per logica deduzione.

Se Tu dovessi riconoscerti in quest'ultima tipologia di Lettori, puoi sempre saltare alle
conclusioni, ma che dovrai accettare per fede.

SITUAZIONI INCONGRUENTI VS. SITUAZIONI INUSUALI

Il principio su cui ogni "indovinello regressivo" si basa (che é poi un principio che condivide con l'illusionismo) é quello che una situazione appaia strana, incomprensibile, misteriosa o enigmatica non perché lo sia in assoluto, ma perché é l'antefatto ad esserlo. Nell'indovinello regressivo l'antefatto viene tenuto nascosto, in quanto starebbe proprio in quello l'oggetto da indovinare, e per figurarsi il quale occorre uscire dagli schemi delle situazioni usuali, ed usare il pensiero laterale per entrare in quelli delle situazioni inusuali. In fondo, la stessa cosa avviene nell'illusionismo, ove però si spera che gli spettatori non riescano, anche usando il pensiero laterale, a figurarsi quale sia realmente l'antefatto, e cioè la preparazione che sta dietro all'illusione del gioco.

L'analogia tra la vicenda del "Mostro di Firenze" e gli "indovinelli regressivi" sta nel fatto che nel caso del "Mostro di Firenze" una serie di eventi per fortuna poco frequenti (omicidi) ma usuali nel loro genere, divengono inusuali per la presenza nel loro contesto di singole situazioni difficilmente spiegabili, di incongruenze logiche. Forse, nell'ambito del singolo omicidio, trovare una spiegazione che renda congruenti le incongruenze non é impossibile; é stato fatto tante volte. Il problema sembra risiedere nel fatto che una spiegazione plausibile e dirimente per il singolo omicidio sembra accentuare le difficoltà nello spiegare i rimanenti; in altri termini, segurndo un modo dire abbastanza comune, "la coperta é corta".

La difficoltà allora, e la necessità di ricorrere al pensiero laterale, sta nell'immaginare un preambolo, una radice del tutto, che possa rendere coerenti tutti gli eventi omicidiari della vicenda, e risolva tutte le incongruenze in essa presenti. E nel caso del "Mostro di Firenze" le incongruenze ed i fatti apparentemente inspiegabili sembrano davvero tanti. Ne accennerò alcuni di seguito; i punti non toccati qui verrano menzionati più avanti, quando, come in ogni indovinello regressivo che si rispetti, troveranno una possibile soluzione nella soluzione dell'indovinello stesso

Come ebbi a (di)mostrare qui, esiste un legame praticamente certo tra l'omicidio di Signa, ed il resto della "saga" del "Mostro di Firenze", ma il legame é sempre stato difficile da definire. L'omicidio di Signa ha un reo confesso, ma tanti aspetti considerati "inspiegabili". Il primo é proprio il fatto che mentre il reo confesso era in galera prima, ed in una casa per ex detenuti a Ronco dell'Adige poi, il cosiddetto "Mostro" continuava a colpire; pertanto, o il reo confesso era innocente, o esiste più di una persona che abbia impersonato il "mostro".

Con ogni probabilità ambedue i concetti sono veri (cioè, il reo confesso é in realtà innocente, ma chi uccise a Castelletti di Signa é comunque persona diversa da chi eseguè gli omicidi successivi), ma assumere ciò non é sufficiente a risolvere l'enigma.

Infatti, l'enigma del delitto di Signa continua ad avere dei risvolti che lo rendono tale; vi sono degli altri fatti apparentemente "inspiegabili" che non sono comunque risolti assumendo valida l'idea delle persone diverse.

Il primo è il fatto che l'assassino avrebbe lasciato in vita un testimone, per quanto poco più che infante, e per di più accompagnandolo ad una casa lungo una strada impervia percorrendo più di due chilometri, quando invece avrebbe potuto lasciarlo presso un'altra casa a cento metri.

Il secondo é il movente dell'assassino: qualunque movente escogitato appare logicamente assurdo

Il terzo é il fatto che il "reo confesso" si sarebbe creato un "alibi", simulando una malattia al lavoro.

Il quarto é che é evidente dalle testimonianze indirette (ed anche da quelle dirette, del piccolo testimone) che la notte del delitto erano presenti sulla scena più persone, ed almeno alcune di queste avrebbero fatto parte del nucleo familiare del reo confesso, abbondantemente indagate, ma mai provate colpevoli o corree.

Il quinto é che, pur nell'evidenza di una sua innocenza (se non per altro, per incapacità ed assenza di movente) il reo confesso descrisse una serie di particolari che dimostravano inequivocabilmente la sua presenza sulla scena del crimine al momento del delitto, o almeno nelle immediate vicinanze temporali di esso.

Il sesto é che pur essendo evidente come l'intero gruppo familiare, nonché il gruppo "parallelo" (i Vinci) sospettato, dovesse conoscere i dettagli di ciò che successe quella notte, non abbia mai parlato, anche se posto in regime di carcerazione.

Il settimo é il fatto che l'arma usata per il delitto non si sia mai trovata.

Ma queste non sono le uniche incongruenze che emergono dall'intera vicenda; né queste sono limitate al solo evento di Castelletti di Signa.

Una delle maggiori incongruenze di questa storia é costituita dalla successione dell'azione omicidiaria.

Il primo duplice omicidio avviene nel 1968, e consiste nell'uccisione di due persone, due amanti non più giovanissimi (e ciò é ancor più vero se riferito al 1968, quando l'età media era molto minore di quella di adesso), a colpi di arma da fuoco.

Il secondo sei anni più tardi, e consiste nell'uccisione di una coppia di ragazzini, nella cui azione omicidiaria il ruolo principale é svolto dall'uso dell'arma bianca (sarà solo in sede autoptica che ci si accorgerà del fatto che i due vennero inizialmente aggrediti a colpi di pistola). L'arma bianca viene usata non solo per finire la vittima femminile (l'autopsia dimostra come furono le coltellate ad uccidere Stefania Pettini), ma anche per ricercare un effetto scenico eclatante, ulteriormente amplificato dall'introduzione di un tralcio di vite nella vagina della povera piccola. Il fatto che si tratti di un effetto scenico é corroborato dalla constatazione che in realtà non vi fu "penetrazione"; l'inserimento del tralcio di vite non andò oltre la vulva.

Il terzo avviene dopo altri sette anni, e l'arma bianca, come nel precedente, viene usata sia come arma vera e propria, sia come strumento di vilipendio di cadavere; ma tale vilipendio ha caratteristiche totalmente differenti, che non presentano alcun punto di contatto con l'omicidio precedente.

Non solo; ma la serie omicidiaria da qui in poi ha carattersitiche assolutamente difformi dalle precedenti. Si hanno infatti quattro omicidi nel volgere di un anno e mezzo, nei quali:

- nel primo viene eseguito uno scuoiamento della regione pubica

- nel secondo l'asportazione della vulva, con escissione, fino in profondità, dell'intera parte anatomica

- nel terzo l'arma bianca non viene usata, nemmeno per finire le vittime di cui una rimane in vita

- nel quarto non solo l'arma bianca non viene usata, ma vengono uccisi addirittura due uomini

Gli omicidi successivi, gli ultimi due, verranno commessi con "cadenza annuale", e caratterizzate dalla stessa forma di vilipendio di cadavere (asportazione di pube e mammella della vittima femminile ) a carico di coppie, ma di cui solo la prima é costituita da una coppietta appartata in auto; il secondo omicidio é a danno di una coppia che faceva campeggio libero, e di cui la vittima maschile verrà uccisa a coltellate.

Sono otto duplici omicidi tutti diversi tra loro, in cui l'unico punto di contatto é il reperto degli stessi bossoli sul luogo del delitto. L'unico punto di contatto é costituito dal postulato dell'esistenza stessa del "Mostro di Firenze".

Si é tentato di spacciare questa incoerente ed inusuale cronologia per "evoluzione" dell'opera di un maniaco psicopatico; ma riconoscere una reale "evoluzione" in questo guazzabuglio di eventi differenti risulta davvero difficile. Ciò ha condotto alcuni a lasciar perdere l'idea che possa essersi trattato di una forma di malattia mentale, e ci si é rivolti verso esecutori più razionali. Ma perché qualcuno dotato di mente normalmente funzionante dovrebbe mettersi a fare 'ste cose? Questo é uno degli innumerevoli esempi in cui la coperta risulta corta.

Un ulteriore atteggiamento inspiegabile sarebbe ravvisabile nel comportamento dei sardi tra il 1982 ed il 1984, quando, alla riapertura delle indagini, sarà ancora una volta chiaro che qualcosa (anche più di qualcosa) essi debbano sapere, ma resterà oscuro il motivo per il quale non parlano. Ed il fatto che qualcosa debbano sapere viene fuori non solo dalle dichiarazioni e dalle intercettazioni telefoniche, ma anche dall'esistenza del famoso biglietto dello "Zio Pieto", al quale il giudice Rotella, dopo aver chiesto delucidazioni a chi lo aveva scritto, diede un'intepretazione personale, arbitraria. Invece, come vedremo a tempo debito, l'interpretazione del biglietto dello "Zio Pieto" é chiara ed inequivocabile, persino ovvia.

Le spiegazioni che sono state date, inoltre, difettano ampiamente nel cercare di spiegare gli innumerevoli indizi che indicano come chi abbia compiuto queste azione fosse in grado, in qualche modo, di tenere conto delle iniziative degli inquiremti, ad avesse accesso ai luoghi nei quali si amministra la giustizia.

Così, non resta che l'uso del pensiero laterale per cercare di rendere congruenti le incongruenze, risolvere gli enigmi, e svelare i misteri; a questo dovrebbe conseguire necessariamente la demistificazione della vicenda, che proprio come negli indovinelli regressivi, difficilmente ammetterebbe più di una soluzione.

La presenza di un conduttore, il "narratore", nel gioco del'indovinello regressivo presenta però il vantaggio della verifica in tempo reale, passo dopo passo, delle ipotesi formulate; é sempre possibile fare al conduttore del gioco una domanda sulla fondatezza di una congettura, anche quando essa faccia riferimento all'antefatto, la ricostruzione del quale rappresenta la soluzione dell'indovinello.

Qui invece, Lettore, siamo costretti ad introdurre anticipatamente alcuni concetti generici attinenti alla situazione che costituisce l'antefatto; e questo perché tali concetti non a tutti sono noti, ed esprimerli "in corsa" potrebbe rendere poco comprensibile e poco efficace l'esposizione.

Mi é quindi apparso imprescindibile il premetterli. Ovviamente questa non é, né potrebbe mai esserlo, la strada che ho seguito io, che ho trattato la vicenda esattamente come un indovinello regressivo; ma, come già detto sopra, riproporre la ricerca della soluzione in maniera interattiva non mi é stato possibile. Da qui, pertanto, la necessità di introdurre anzitempo alcuni concetti


PREAMBOLO/PREMESSA/PREFAZIONE PREquellochevuoiTu

Nei romanzi di Ian Fleming, James Bond (la cui figura é ispirata a Duško Popov, agente dell'MI6 deceduto nel 1981, anche se Giannuli vi vede la figura di Porfirio Rubirosa)




ha come nome in codice la sigla"007", dove il doppio zero iniziale indicherebbe quegli agenti cui é stata data "licenza di uccidere", cioè che nel corso delle loro missioni, nell'ambito dei doveri istituzionali, sono autorizzati, se richiesto, a compiere degli omicidi.

Anche l'Italia, come tutte le nazioni, ha i propri servizi di intelligence; ma nell'Italia repubblicana non é ammesso ufficialmente che gli agenti possano eseguire degli omicidi (al di fuori, ovviamente, di scontri a fuoco o di situazioni in cui, minacciati, debbano reagire). Ma ciò non vuol dire che non sia mai accaduto; e le stragi operate nel corso della c.d "strategia della tensione" lo dimostrano ampiamente. L'impossibilità di operare istituzionalmente in tal senso fece sì che i Servizi, allo scopo di portare a compimento certe operazioni, si avvalessero di esecutori materiali, reclutati tra le organizzazioni politiche estremiste o la malavita organizzata. Una tale forma di "collaborazione" non può che nascere da stretti contatti tra le organizzazioni, quella statale e quella clandestina, condizione che essendo illegale e posta in essere per fini illeciti ha prodotto il concetto di "servizi segreti deviati", che, cioè, non perseguissero fini ed interessi dello Stato, dal quale dipendevano.

Tuttavia, al di là di tali situazioni, molte delle quali ben conosciute in quanto oggetto di procedimenti giudiziari ed inchieste parlamentari, esistono degli altri aspetti, mai emersi chiaramente, ma spesso solo intravisti, per cui altre organizzazioni, segrete allo stesso Stato, sono state create ed hanno vissuto nella clandestinità proprio per aggirare le limitazioni istituzionali quando non addirittura l'impossibilità di ottenere una "Licenza di uccidere". Tali organizzazioni parallele, la cui esistenza ha notevolmente contribuito, insieme alle sirtuazioni sopra citate, alla creazione del concetto di "servizio deviato", hanno affiancato servizi le cui azioni già erano, di per sé, sconosciute come tipologia allo Stato (come ad esempio le "squadrette" dell'Ufficio Affari Riservati), o vivevano ed agivano nella più totale clandestinità, e la scoperta della loro esistenza é avvenuta in maniera del tutto casuale (come fu per il cosiddetto "Noto Servizio" o "Anello", ambedue denominazioni giornalistiche per designare una squadra "fluida" che in realtà non aveva un nome, né componenti fissi).

Simili squadre condividevano (condividono ancor oggi?) un denominatore comune, che é quello di non possedere riferimenti, né lasciare tracce di tipo documentale. L'esistenza del "Noto Servizio", ad esempio, venne "scoperta" per caso da Aldo Giannuli in quanto egli venne in possesso di un fascicolo, rinvenuto nel 1996, che con ogni probabilità sarebbe dovuto andare distrutto, ed in maniera assolutamente casuale scampò alla distruzione. Ma per un solo fascicolo salvatosi miracolosamente, migliaia ne sono stati distrutti; così, alla fine, gran parte delle scarne informazioni che abbiamo su tali attività provengono da testimonianze da parte di collaboratori di giustizia che spesso parlano "per sentito dire", senza alcuna garanzia sull'affidabilità delle fonti, oppure da inquisiti appartenenti all'apparato statale i quali, un pò mostrando reticenza ed un po' trincerandosi dietro il "Segreto di Stato", si sono espressi con allusioni più che con vere testimonianze, lasciando tale situazioni in un ambito fumoso, nei quali i contorni di personaggi ed azioni si distinguono appena.

A ciò, in Italia si aggiunse anche una condizione affatto peculiare, derivante dal fatto che lo Stato Italiano visse prima una monarchia, poi una dittatura avallata dal regime monarchico vigente, ed infine una forma di guerra civile, condotta con l'appoggio determinante di stati esteri, al termine della quale il popolo italiano, lo stesso popolo italiano che aveva inneggiato alla monarchia ed alla dittatura, visse la "Liberazione" rovesciando il regime e "liberandosi" quindi da sé stesso. Quindi così come prima della "Liberazione" due anime (gli assenzienti ed i dissidenti) dovevano convivere, la medesima situazione a parti invertite si é ripropose dopo tale liberazione; e ciò perché, eliminati gli esponenti "indifendibili" del precedente regime, gli altri dovettero adeguarsi per continuare a vivere, dissenzienti ma indisturbati, nel regime repubblicano.

A ciò si aggiunse un'ulteriore complicazione. In generale, ogni servizio di intelligence ha dei target prioritari. In teoria, il servizio dovrebbe contribuire a difendere la nazione tutta, in pace ed in guerra, da qualsivoglia condizione che possa mettere in pericolo lo Stato ed il suo governo. Ma, nella pratica, vi sono stati sempre dei pericoli percepiti come maggiori, degli obiettivi principali per colpire i quali i servizi di intelligence sono strutturati; vengono resi funzionali innanzitutto alla lotta contro tali pericoli, per colpire più efficacemente il target. Questa condizione non é solo italiana. Ad esempio, in tempi di Guerra Fredda la CIA aveva guadagnato competenze straordinarie nel progettare e realizzare qualunque azione finalizzata ad introdursi o infiltrarsi nei paesi dell'URSS. All'infuori di ciò, e dell'organizzazione di qualche "golpe", praticamente non si faceva altro. Alla dissoluzione dell'URSS, venuta meno l'esigenza di avere una gran quantità di personale abilissimo nel saper fare questo, ma solo questo, conseguì fatalmente un ridimensionamento notevole dell'Agenzia. Cambiato il target, l'Agenzia doveva essere rinnovata; così alcuni vennero mandati via, mentre altri furono costretti a riciclarsi, acquisendo nuove capacità.

In Italia invece, il riciclaggio dovette avvenire con modalità affatto diverse; cosa che in realtà non sorprende, considerata l'evidente differenza negli accadimenti. In particolare. poiché il cambiamento di target avvenne per motivi interni (la liberazione) e non esterni come nel caso della CIA (l'autoeliminazione del nemico), e poiché in tale processo di cambiamento era comunque implicato il mantenimento, a parti invertite, del dualismo assenziente/dissenziente, il processo fu ben più complesso. E la complessità venne accentuata dall'esistenza, direttamente discendente dal concetto di "Liberazione da sé stessi", di una forma di paradosso insanabile: chi era il "patriota"? L'assenziente o il dissenziente? L'oppressore o il liberatore? Chi aveva difeso l'Italia, e contro chi? Ma, soprattutto, quale Italia?

Il paradosso fu risolto da coloro che costituivano la struttura portante della "Liberazione": gli americani. Mentre durante il Fascismo il criterio che consentiva di individuare il nemico era chiaro, così non era nella nebulosa situazione che si era venuta a determinare con la Liberazione; così, per trovare la strada nella nebbia, il nuovo nemico degli italiani lo indicarono gli stessi americani: il Comunismo. Tanto più che era il loro stesso nemico.

Però mentre teorizzare sul nemico é facile, mettere in pratica le indicazioni si rivelò più complesso. Vediamo, in grandi linee, il perché.

Individuare i nemici del regime fascista era immediato: gli antifascisti. Questo é un concetto semplicissimo da comprendere: se io sono io, e qualcuno é anti-me, quel qualcuno é mio nemico. Ed il regime fascista aveva risolto questo problema creando, nell'ambito delle "leggi fascistissime" la Polizia Politica (che, con titanico sforzo di fantasia aveva chiamato PolPol), e quindi l'ispettorato che l'avrebbe controllata, l'OVRA (che, anche ricorrendo ad un titanico sforzo di fantasia non é mai stato chiaro cosa volesse dire di preciso). L'OVRA si affiancava così ad un Servizio Segreto militare ufficiale, già esistente il SIM, la cui genesi affondava le sue radici nel 1900.

L'OVRA nel corso degli anni avrebbe creato un metodo di lavoro sostenuto da una fitta rete di informatori; e metodo ed informatori vennero trasferiti integralmente (o quasi) alla Repubblica di Salò.

Gli informatori, o meglio alcuni di essi stavano su un "libro paga", venivano cioè retribuiti; dopo la Liberazione, però, venne chiesto di rendere pubblici i loro nomi. Così, venne pubblicato come "supplemento ordinario" alla Gazzetta Ufficale nr 145 del 2 luglio 1946 un elenco di 622 nomi che avevano "avuto rapporti con l'OVRA" (elenco peraltro criticato perché ritenuto troppo parziale); come é possibile vedere




gran parte dei nomi sono identificati anche da uno pseudonimo, o alias, o soprannome (oggi si direbbe "nickname", ma la sostanza non cambia) e dal lavoro svolto. Lo pseudonimo serviva essenzialmente per individuarli all'interno dei documenti, ma senza identificarli; ciò avveniva anche nell'ambito dei libri paga, ed esattamente lo stesso sarebbe continuato ad avvenire nell'Italia republicana. Qui, ad esempio:




vi é un elenco, per così dire, "ufficiale" di fiduciari indicati da uno pseudonimo, con le cifre corrisposte. I nominativi riportati in questi elenco sono, come é possibile vedere, fiduciari delle Forze dell'Ordine; i fiduciari dei Servizi sarebbero in numero minore (L'U.A.R tra il 1948 ed il 1974, anno del suo scioglimento, ne contava circa 130); ma esisteva una rete, ben più vasta, di Sub-fiduciari, reclutati dai fiduciari stessi. Ciò di fatto rende la rete molto più ampia di quanto non desumibile da documenti.

Una volta liberata l'Italia, istituita la Repubblica, disciolta l'OVRA e mantunuto il servizio del vecchio regime, e cioè il SIM (nonché una Divisione affari generali e riservati del Ministero dell'Interno), si pose il problema di come continuare a far funzionare questi apparati.

Chi infatti veniva chiamato a rivestire posizioni di rilievo, anticipando quella che sarebbe divenuta prassi comune nell'Italia Repubblicana, veniva scelto in base a criteri che poco avevano a che vedere con le competenze. Nel caso del SIM, poi, essendo un Servizio Militare, era gestito fondamentalmente da militari, i quali forse avranno anche saputo fare la guerra (cosa della quale non sarei tanto sicuro), ma poco sapevano di intelligence (cosa della quale invece sarei molto più sicuro).

Così, per fare il lavoro fu necessario rivolgersi a coloro che il lavoro lo sapevano già fare, e cioè chi aveva lavorato nell'OVRA.

Tale scelta di "continuità" per così dire, non fu infrequente nel secondo dopoguerra, in quasi tutti gli Enti deputati ad attività e servizi istituzionali; in fondo, fu ciò che successe con ECLS ed ERAS, la cui storia puoi leggere nei post sui borghi rurali. Ma qui, a causa della peculiarità del tipo di servizio implicato, la questione non fu altrettanto lineare; una cosa é occuparsi di agricoltura, ed un'altra di politica.

Così, personaggi e metodi dell'OVRA transitarono integralmente nei Servizi repubblicani, continuando ad avvalersi di quei fiduciari i cui nomi, per fortuna, non comparivano nella G.U. del 2 luglio 1946.

Non appena molti esponenti ex-OVRA ebbero popolato i nuovi servizi, portandosi dietro la loro rete, e gli americani ebbero indicato il nuovo nemico da combattere (cioè, i comunisti, cosa che i fascisti facevano già da prima senza la necessità di suggerimenti) si venne a creare una ben strana situazione: i "liberatori" del popolo oppresso dai nemici della democrazia, e cioè i fascisti, e che li avevano combattuti a fianco dei comunisti, indicavano adesso proprio i comunisti come nemici della democrazia, e non rimaneva quindi che chiamare i fascisti a combatterli. Una ben strana "liberazione".

Come risolvere il dilemma? Sempre, seguendo i dettami dell'italico costume, avvalendosi di quel mirabile strumento nell'uso del quale gli italiani sono maestri: il compromesso.

Così, avrebbero avuto accesso ai posti di comando (e sottocomando) nei Servizi coloro che erano sì stati fascisti, ma non troppo; i troppo fascisti sarebbero stati lasciati fuori, da questo e consequenzialmente anche da altro. Ovviamente non esistevano parametri rigorosi per distinguere chi fosse "troppo" fascista da chi invece lo fosse "poco"; ognuno raccontava la sua storia. E veniva creduto sulla parola; fin quando, almeno, non fosse intervenuto qualcun altro a smentirlo. Cioè, il criterio era "poco fascista, fascista pentito o addirittura quasi comunista, fino a prova contraria"; invece "comunista a tutti gli effetti" certamento no, considerato che il Comunismo era il nemico.

Ma cosa avrebbe potuto definire inequivocabilmente un "quasi comunista", un "Liberatore non comunista"? Evidentemente, un partigiano non comunista, un "partigiano bianco". Essere "partigiano bianco ex-fascista" era perfetto per questo ruolo, una garanzia; ancor meglio "partigiano bianco ex OVRA", anche se questa era merce molto difficile da reperire. Ma, d'altra parte, "essere ex OVRA" era qualcosa funzionale a far parte solo dei Servizi; a che servivano le competenze dell'OVRA se si aveva in mente di fare altro? Ma se questo "altro" da fare significava scalare il potere, l'essere "partigiano bianco" o almeno "fascista pentito" era imprescindibile.

Ma occorre considerare che chi aveva rivestito posizioni di rilievo al tempo del regime fascista, di tipo politico, economico, burocratico, anche se non aveva competenza da OVRA, ne aveva altre che sarebbero risultate altrettanto indispensabili in altri campi. Per altre scalate. Cioè, la condizione di competenze acquisite, con i relativi agganci, applicabile agli ex OVRA per i Servizi, si applicava anche ad altri "ex" in altri campi; come, per l'appunto, nell'esempio portato prima degli Enti per la gestione delle riforme agrarie

Così, i portoni e le parte dei palazzi del potere tornarono a rivedere le stesse facce che avevano visto nei decenni precedenti, solo che al di sotto della faccia anziché una camicia nera, si potevano vedere camicie di qualsiasi altro colore; l'importante era che non fossero rosse. Certo, se si fosse scoperto che un fascista pentito, partigiano bianco, quasi comunista fosse stato in realtà un criminale di guerra nazifascista, il sedicente quasi comunista si sarebbe trovato a degustare quelli che eufemisticamente si chiamano "cavoli amari"; ciò infatti sarebbe stato considerato intollerabile da tutto l'establishment, americani in primis.

Questo pertanto, era il panorama generale della condizione istituzionale nel periodo del tardo, secondo dopoguerra. Né più né meno che il periodo nel quale avvenne il delitto di Castelletti di Signa.


domenica 24 luglio 2022

IL MOSTRO DI FIRENZE, OVVERO LE OPINIONI, PARMENIDE, CARTESIO E LA RICERCA DELLA VERITÀ: POST Post Scriptum



Once upon a time a man painted half his car white and the other half black. His friends asked him why he did such a strange thing. He replied: ‘Because it is such fun, whenever I have an accident, to hear the witnesses in court contradict each other.’

Edward De Bono




Raramente, Lettore, mi accade di salire su un traghetto. L'ultima volta é accaduto circa due mesi fa. Il traghetto era fermo in banchina, ed io stavo seduto sul ponte, guardando in direzione della diga foranea, che si trovava proprio di fronte a me, ad una distanza di meno di un chilometro. Improvvisamente, la diga foranea cominciò a spostarsi verso destra. Era chiaramente un'illusione; in realtà il traghetto aveva iniziato a muoversi verso sinistra, e lo aveva fatto senza il benché minimo incremento di vibrazioni o di rumore. Nessuna alterazione era percepibile con i sensi, all'infuori dell'apparente spostamento della diga.

Realizzare come stessero effettivamente le cose fu questione di una frazione di secondo; ma in quella frazione di secondo, l'illusione di movimento della diga fu tanto realistica da farla sembrare reale.

Questa "illusione", ed il concetto che essa sottende, portò la mia mente ad alcune riflessioni riguardo all'illusionismo in generale e, per analogia con ciò che avevo appena vissuto, ed in particolare il numero che l'illusionista David Copperfield (al secolo David Seth Kotkin) condusse nel 1983, e che consisteva nella sparizione della Statua della Libertà, al centro della baia di Manhattan.




Prima che Claudia Schiffer svelasse al mondo il trucco sul quale il numero era basato, e cioè l'insensibile rotazione della piattaforma sulla quale si trovavano gli spettatori e gli strumenti da ripresa, avevo cercato di immaginare in cosa, in effetti, potesse consistere il trucco. Ero giunto a pensare ad un qualche sistema ottico interposto tra l'osservatore e l'oggetto, che deviasse i raggi luminosi facendo sì che gli spettatori stessero in realtà guardando da un'altra parte; ma mi trovai a dover scartare questa possibilità, data la complessità tecnica, insormontabile, della sua realizzazione. Era impossibile.

Certo, era impossibile come l'avevo pensato io; ma il principio, in teoria, era corretto: lo spettatore, quando non vedeva la Statua, stava in realtà guardando in un'altra direzione. Ma nella pratica cercavo di trovare una soluzione a questo problema che era materialmente inattuabile. David Copperfield, avrei scoperto dopo, invece aveva trovato una soluzione ben più semplice, quasi banale, per ottenere lo stesso effetto. E qui sta la differenza tra il ragionamento di una persona comune, e quello di un professionista dell'illusionismo.

Perché mai non presi in considerazione ciò che era ovvio e banale, impantanandomi invece nella ricerca di una soluzione impossibile? Dove stava l'elemento psicologico che sfrutta l'illusionista, per cui le spiegazioni di ciò che vediamo sono di realizzazione tanto complessa da essere impossibili, cosicché ciò che vediamo rasenta la "magìa"?

Nel caso specifico, tutto dipendeva dall'assunto per il quale era l'oggetto della sparizione che avrebbe dovuto subire qualche forma di manipolazione, non mai l'osservatore. Fu questo a condurmi dal ragionamento teorico corretto (l'osservatore guarda in un'altra direzione e non vede la Statua) a quello pratico impossibile (poiché l'osservatore non si é spostato, e la Statua non può essere stata spostata, il trucco deve stare nel mezzo).
L'inganno sta nell'assumere che quel "poiché l'osservatore non si é spostato" sia certo e verificato; e dove é scritto che l'osservatore non si sia spostato?

Questo approccio inusuale alla valutazione degli elementi che compongono un problema, diverso dal pensiero lineare che caratterizza il ragionamento logico tradizionale, é attualmente identificato dall'espressione "pensiero laterale".

L'espressione "lateral thinking" fu coniata da Edward de Bono, e portata all'attenzione dei lettori nel 1967 con il libro "The use of lateral thinking"; ma fu nel 1985 che raggiunse il grosso pubblico con il libro "Six thinking hats".




Ed era proprio il 1985, o giù di lì, quando era in voga in Italia (e probabilmente anche altrove) una sorta di gioco di società, condotto da un "narratore", che consisteva nel narrare una breve storiella costituita da un prologo ed un epilogo. I giocatori, attraverso domande mirate al narratore, dovevano riuscire a dedurre quale fosse l'antefatto dal quale la storiella aveva avuto origine.

Molto più frequentemente, la storiella trattava di un tale che, passando nei pressi di un ristorante, vede pubblicizzata la possibilità di mangiare carne di albatros e per questo, entra nel ristorante e la ordina. L'epilogo era il suicidio del tale all'uscita del ristorante: perché il tizio si era suicidato dopo aver mangiato carne di albatros?

Dalle mie parti girava un'altra storiella, di gran lunga migliore a mio parere, che vedeva un professore universitario di Medicina, in una città imprecisata, amputare il braccio di un cadavere "fresco" appena giunto in sala settoria; il reperto veniva quindi avvolto in panno, inserito in una valigetta termica, e consegnato ad una persona di fiducia del professore. Questo era il prologo. La persona di fiducia saliva in automobile, e si recava in un'altra, lontana, città. Bussava alla porta di una casa e mostrava, a chi gli aveva aperto, il contenuto della valigetta. Chi aveva aperto la porta si limitava ad annuire in silenzio, ed il messo andava via. Dopo aver ripetuto, con altre sei persone, la medesima procedura, ritornava in istituto dove il braccio veniva riposto insieme al cadavere da cui era stato prelevato.

Il "narratore", ruolo che ho svolto parecchie volte, non poneva alcuna limitazione alla natura o alla forma delle domande, ove si escludessero domande dirette riguardo alla soluzione (come ad esempio: "Qual é la soluzione?")

Questo tipo di enigma ha più di recente assunto la denominazione di "indovinello regressivo", e la sua soluzione prevede un uso preponderante del "pensiero laterale".

L'impressione che ricavavano i giocatori all'inizio del gioce era che un breve episodio descritto in maniera così vaga avrebbe potuto essere provocato da una miriade di circostanze diversissime; ed anche il narratore, almeno le prime volte in cui svolgeva tale ruolo, temeva di potersi trovare in difficoltà, qualora fosse venuta fuori una soluzione inaspettata, diversa da quella codificata. Procedendo nel gioco, però, ci si accorgeva di come le ipotesi, alla fine, fossero invariabilmente costrette a convergere verso quell'unica soluzione. Ogni possibile diversa ipotesi finiva, prima o poi, per scontrarsi contro la logica; o almeno, contro la totale assenza di motivazioni che la sorreggessero.

Riguardo al "Mostro di Firenze", posti di fronte all'evidenza che qualunque tipo di indagine condotta con metodi investigativi tradizionali, in più di mezzo secolo non é stata in grado di cavare un ragno dal buco, forse sarebbe ora di cominciare ad usare metodi alternativi; tanto più che il mezzo secolo trascorso rende sempre più difficile usare i metodi tradizionali e sempre più aleatori i risultati raggiungibili: i reperti si sono deteriorati, molte prove sono andate persi, i testimoni sono deceduti... quindi si continua a pestare l'acqua nel mortaio, leggendo e rileggendo sempre i medesimi rapporti, che rimangono identici a loro stessi. Va da sé che se non puoi cambiare gli elementi che hai a disposizione, di fronte al fallimento non ti resta che cambiare il modo di valutarli.

Quindi, la vicenda "Mostro di Firenze" può essere vista come una particolare forma di "indovinello regressivo", di cui Signa costituisca il Prologo, e la serie omicidiaria da Rabatta in poi l'Epilogo. L'antefatto da trovare sarebbe la motivazione dell'evento di Signa, che poi, per ovvi motivi, coinciderebbe con l'origine del "Mostro".

Purtroppo, nel caso del MdF manca il "narratore", al quale poter chiedere una verifica delle ipotesi fatte; ma una soluzione, sebbene lunga e tediosa, può venire dal seguire il "cammino" generato dalle diverse ipotesi che riguardano la singola domanda, con modalità analoghe a quelle usate negli algoritmi informatici di "ricerca ad albero". Quando durante il cammino si incespica in una incongruenza, o nell'assenza di motivazioni plausibili di una condizione o azione, l'ipotesi costituita dalle diramazioni e dal ramo che le ha generate andrebbe abbandonata.

E nel caso del "mostro di Firenze" ve ne sono parecchie. Prendiamo in considerazione le prime due elencate su una pagina Web di "fanpage" che la pagina definisce "misteri irrisolti".


Per le ultime tre, non vi può essere discussione nell'ambito di questo post; ma per ciò che riguarda le prime due, possiamo declassarle da "mistero irrisolto" a "banale ovvietà" servendoci del "pensiero laterale" applicato all'"indovinello regressivo".

Vediamo insieme come



Perché Natalino Mele fu lasciato a casa del De Felice?




Una delle primissime incongruenze (o "mistero irrosolto") in cui ci si imbatte in questa storia é la misteriosa motivazione per la quale il piccolo Natalino Mele venne condotto presso una casa distante due chilometri e mezzo, quando ve ne era una (definita "casolare" nella sentenza Rotella) molto più vicina, ad un decimo della distanza.

Quest'ultima si trovava (e si trova tutt'ora) lungo la via Castelletti, a meno di centocinquanta metri in linea d'aria dal luogo del delitto, ed a non più di duecentocinquanta di percorso; percorso tra l'altro molto agevole.

La condizione, al tempo, era più o meno questa.




La casa del De Felice, invece, si trovava ad una distanza dieci volte superiore, ed al termine di un percorso molto più accidentato, e reso ancor più disagevole dall'assenza di illuminazione lunare.




Quale dovrebbe essere la ragione per la quale Natalino sarebbe stato portato a due chilometri e mezzo di distanza, al buio, lungo un sentiero sterrato interroto da cumuli di detriti, anziché "consegnato" molto più agevolmente all'abitazione nei pressi?

Un'opinione diffusa, dichiarata esplicitamente da alcuni, velatamente o allusivamente da altri, vorrebbe che tale comportamento apparentemente assurdo sia stato dettato dalla volontà di lasciare Natalino nelle mani di Silvano Vargiu che all'epoca (verosimilmente) dimorava in una casa che dava sul medesimo piazzale della palazzina ove si trovava l'abitazione del De Felice.

E questo sarebbe stato dovuto al fatto che chi aveva accompagnato Natalino avrebbe avuto con lui un legame di sangue (in pratica, ne sarebbe stato il padre), ed avrebbe altresì avuto un forte legame con il Vargiu (cioè, ne sarebbe stato "l'amante"). E tutto ciò punterebbe nella direzione di Salvatore Vinci.

Fermo restando il fatto che mai Salvatore Vinci avrebbe dimostrato una particolare attitudine ad essere un padre attento e protettivo (basta leggere le dichiarazioni del figlio Antonio), e che le attitudini sessuali di Salvatore Vinci sono state tanto particolarmente quanto immotivatamente enfatizzate dal colonnello Nunziato Torrisi, (il quale, per qualche sconosciuta ragione, pare esser rimasto estremamente impressionato da fatti assolutamente analoghi a quelli che giornalmente e diffusamente si verificavano in ogni campagna sarda, siciliana, lucana e possibilmente anche toscana), nei fatti Natalino suonò il campanello di casa De Felice, e non si rivolse a Vargiu.

Se ricorriamo ad un esempio, possiamo forse valutare meglio la logica che sta dietro alla pretesa per cui Natalino sarebbe giunto lì per venire affidato al Vargiu.

Ammettiamo che io debba consegnare qualcosa di veramente importante a qualcuno che abita in un'altra città, tanto importante da stabilire di non poter fidarmi di alcun corriere o spedizionere.

Decido allora di mettermi in ferie dal lavoro per recarmi personalmente nella città ove risiede il destinatario dell'importantissimo oggetto. Acquisto due biglietti aerei, andata e ritorno, ed una volta giunto nell'aeroporto della città di destinazione affitto un'automobile per recarmi dall'aeroporto alla casa del destinatario.

Una volta giunto nei pressi della destinazione, però, mi rendo conto di come siano vigenti, nella zona in cui abita il destinatario, delle restrizioni alla circolazione stradale, per cui solo i residenti possano accedere con l'automobile alla strada nella quale risiede il destinatario. Allora, cosa faccio? Fermo il primo che passa e che, da residente, ha la possibilità di accedere alla strada... e gli chiedo di consegnare l'oggetto al destinatario al posto mio?!? In pratica, avrei impiegato una quantità notevole di risorse personali, per vanificare il risultato, alla fine per una sciocchezza?!?

Perché chi ritiene plausibile l'ipotesi del Vargiu, sostiene implicitamente questo. Chi ha accompagnato Natalino si é fatto due chilometri e mezzo a piedi, di strada accidentata, al buio, portando a cavalluccio Natalino perché senza scarpe, e arrivato sul posto... non si cura neanche di verificare che Natalino prema il pulsante del campanello giusto?!?

Nella risposta precedente Ti avevo fatto l'esempio degli "indovinelli regressivi" e della logica che consentirebbe di scartare le risposte non corrette alle domande che servono a giungere alla soluzione; ecco, questo é un esempio di come ciò possa avvenire. Ed infatti, in accordo a quanto prima affermato, la logica del "pensiero laterale" consente di trovare la spiegazione che é l'unica ragionevolmente possibile (confrontate alla miriade di ipotesi irragionevoli possibili):

era necessario introdurre un ulteriore intervallo temporale tra l'evento omicidiario e l'allertamento delle forze dell'ordine.

Questa é l'unica spiegazione, tanto ragionevole quanto banale, possibile.

Quindi la domanda da farsi deve essere riformulata. La domanda non é "Perché Natalino é stato condotto alla casa di De Felice anziché in quella più vicina?", ma diviene: "qual era il motivo che rese necessario ritardare l'intervento delle forze dell'ordine di un'ora o giù di lì? Cosa doveva accadere in quell'intervallo di tempo?"

E Ti garantisco, Lettore, che anche alla domanda formulata in questo modo puoi trovare la risposta corretta utilizzando la stessa metodica del "pensiero laterale" applicata all'"indovinello regressivo".

Ma passiamo al secondo "mistero irrisolto" di Fanpage



L'arma non si é mai trovata




Questo è un altro dei paradossi di questa vicenda; ma Lettore, il paradosso non sta nel fatto che l'arma non si trovi, ché questo é esattamente ciò che ci si aspetta. Il paradosso sta nel fatto che ci si meravigli di ciò, che lo si consideri un "mistero".

Vediamo, in dettaglio, il perché.

E' evidente ormai da decenni, dai rapporti di PG, dalle testimonianze, dalle confessioni rese da Stefano Mele e dalla "pista sarda", come Stefano Mele non possa essere stato l'autore del delitto. Non avrebbe avuto né la possibilità, né i mezzi, né la motivazione; secondo la criminologia giallistica mancherebbero "l'occasione, l'arma ed il movente".

Qualcun altro ha compiuto il delitto e, confezionando bene un'occasione (meno bene un movente) ha fatto incolpare il Mele. Ma per l'arma é tutt'altra cosa.

E' stato ripetuto ad nauseam che le armi usate per commettere un omicidio non passano mai di mano perché dall'arma é possibile risalire al suo possessore. Nel corso di mezzo secolo lo hanno detto gli investigatori, i magistrati, i mostrologi... persino io l'ho scritto qui. E se persino un blogger da strapazzo come me é stato in grado di apprendere un tale concetto, possiamo affermare che lo sappiano anche le pietre. E se lo sanno anche le pietre, a maggior ragione lo sapeva benissimo chi agì a Signa.

Ora

SE si doveva far incolpare Stefano Mele, e...

SE dall'arma sarebbe stato possibile ipotizzare chi fosse il vero colpevole

NE DISCENDE OVVIAMENTE CHE il ritrovamento dell'arma avrebbe potuto scagionare Stefano Mele

e, secondo Te, Lettore, se ci si era data tanta pena per far incriminare Stefano Mele, si sarebbe compromesso tutto ciò facendo ritrovare l'arma?!? Ma é lapalissiano che questo sarebbe stato un errore puerile da parte di un "Mostro" che invece aveva costruito il delitto di Signa per un motivo ben preciso! Se si fosse ritrovata l'arma, il costrutto sarebbe crollato come un castello di carte, nonostante la confessione di Stefano Mele; é concepibile che gente capace di tenere in scacco gli inquirenti per mezzo secolo avrebbe commesso un errore così stupido, come quello di consentire il ritrovamento dell'arma? Messa in una borsa, gettata in un canale, lasciata sul luogo... ma dài! Qui, neanche il "pensiero laterale" é necessario.

Proseguendo lungo questa linea, Lettore, si aprirebbero nuovi fonti di ricerca e di interpretazione dei fatti. Ciò però potrebbe conseguire solo a particolari apertura mentale ed amore per la verità, il che nella pratica dovrebbe tradursi in un unico principio: mettere da parte.

Mettere da parte preconcetti e pregiudizi, e mettere da parte interessi economici.

Il primo concetto, come indicato qui, si traduce nel cartesiano "mettere ogni cosa in dubbio, fin dove sia possibile".

Il secondo concetto é quello, mettendo da parte ogni forma di modestia, quello che puoi vedere sempre qui, ma in tutto il blog: niente pubblicità, niente richiesta di abbonamenti... fornire delle informazioni per il solo gusto di farlo, riconoscendo al contempo i limiti della propria interpretazione di esse.

Perché, Lettore, l'informazione dovrebbe essere libera per tutti. Non é nella gelosa custodia delle informazioni che sta la differenza tra gli individui, ma nell'uso che ognuno di essi é capace di farne. Se Tu dovessi avere delle capacità superiori alle mie, usando le informazioni meglio di me, il fatto che io le tenga per me priva la collettività di un potenziale vantaggio.

Devo dire, Lettore, che per quel che riguarda la vicenda MdF, vi sono molti siti Web che mettono a disposizione moltissime informazioni, e senza chiedere nulla in cambio; ma "fino ad un certo punto". Forse sarebbe ora di eliminare il limite costituito da questo "certo punto"; e questo vale anche e soprattutto, per il procuratore Luca Turco


sabato 9 luglio 2022

IL MOSTRO DI FIRENZE, OVVERO LE OPINIONI, PARMENIDE, CARTESIO E LA RICERCA DELLA VERITÀ: Post Scriptum



I gotta admit that I'm a little bit confused. Sometimes it seems to me as if I'm just being used. Gotta stay awake, gotta try and shake off this creeping malaise. If I don't stand my own ground, how can I find my way out of this maze?

Pink Floyd




Sebbene questo post possa apparire come la malcelata intenzione di continuare la serie di post sul "Mostro di Firenze" (cosa che, se non in altro, almeno nei comportamenti mi assimilerebbe ad un "mostrologo"), in realtà esso costituisce solo un ulteriore tentativo di dimostrare come la valutazione dei "fatti" possa risentire pesantemente dei pregiudizi (che sono "opinioni"), e non il contrario, come dovrebbe essere, e cioè che i giudizi non vengano formulati a priori (pre-giudizi) ma seguano una logica basata sui fatti. Ovviamente, non vi é alcuna garanzia che un ragionamento logicamente corretto, basato sui fatti, conduca a conclusioni altrettanto corrette; ma indubbiamente se vi é qualche possibilità di giungere vicini alla verità, o addirittura di sfiorarla, é più probabile che ciò avvenga seguendo ragionamenti corretti.

I ragionamenti logicamente corretti infatti, in assenza di un numero sufficiente di prove o di dati, restano ipotesi, e presentano comunque delle aree di incertezza, delle falle, delle soluzioni di continuo, che vanno colmati con, appunto, la sola logica; ma la logica non sempre é univoca, e diversi tipi di "Logica" possono prestarsi a fare da trait d'union in corrispondenza delle soluzioni di continuo.

La valutazione della validità di una soluzione piuttosto che di un'altra rimane purtroppo soggettiva, e ciò conduce alla formulazioni di diverse ipotesi, tutte possibili, ma più o meno plausibili, anche se, come vedremo, ciò può essere parzialmente ovviato considerando la vicenda del "Mostro di Firenze" alla stregua di un "indovinello regressivo".

Nello specifico caso dell'oggetto di questo post, l'ispirazione é venuta da una sorta di incongruenza apparentemente insanabile (una delle tante, per la verità) che ha fatto la sua comparsa in questa vicenda, e, soprattutto, da come essa sia stata affrontata. Rilevando qualche difficoltà a dirimere le questioni relative, nella fattispecie, alle modalità con i quali si é giunti al recupero del fascicolo relativo a Stefano Mele ed alla sua condanna, ho ricercato e letto quanto ipotizzato da altri.

La suddetta incongruenza non costituisce certo una novità; già ne "la notte del Cittadino Amico", De Gothia scriveva:

Sulla nascita della "Pista Sarda" esiste una leggenda ufficiale di cui tutti dubitano, pur continuando a citarla ed a presentarla come realmente accaduta; al contrario esiste una storia, altrettanto ufficiale, di cui tutti paiono dimenticarsi, salvo citarla una volta ogni dieci anni. Questa dicotomia tra storia e leggenda è da ritenersi ormai del tutto insanabile...

De Gothia(abbastanza ovviamente, per chi ha letto qualcosa sul "Mostro di Firenze") si riferisce alla leggenda secondo la quale si sarebbe giunti ad individuare il duplice omicidio di Signa come uno dei delitti del "Mostro di Firenze" solo sulla base del prodigioso ricordo del maresciallo Francesco Fiori, che nel 1968 si trovava a Lastra a Signa (sebbene non abbia nemmeno partecipato alle indagini).

La storia altettanto ufficiale, invece, tenderebbe ad attribuire ad un anonimo, il "Cittadino Amico", la paternità di una segnalazione che avrebbe messo i Carabinieri sulle tracce dei sardi.

Ed esisterebbero almeno altre due segnalazioni anonime che farebbero parte della "storia altrettanto ufficiale" che consisterebbero nella ricezione, alla caserma di Borgo Ognissanti, di un ritaglio di giornale relativo al processo contro Stefano Mele, ed una (o più d'una) lettera anonima il cui destinatario sarebbe stato Silvia Della Monica

Nello specifico, però, ciò che mi ha spinto ad una riflessione un po' più approfondita sull'argomento é una serie di post che risalgono a cinque anni addietro, sul blog di uno dei "Mostrologi" più attivi, che si firma con lo pseudonimo di Omar Quatar, e che considera tutte le versioni della "storia altrettanto ufficiale", cioè ritaglio di giornale, Cittadino Amico e lettera anonima.

E riguardo a ciò, Omar Quatar propone, sei versioni alternative della dicotomia insanabile, che denomina:

1) Ipotesi minimalista (Rotella).

2) Ipotesi Fiori.

3) Ipotesi “Cittadino amico” di De Gothia.

4) Ipotesi Fiori con aiutino.

5) Ipotesi rivendicazione (Filastò).

6) Ipotesi massimalista (depistaggio).

per i dettagli di ognuna delle quali Ti rimando al suo blog. Ognuna di esse lascerebbe comunque fuori alcuni fatti, o presunti tali. Tra esse, egli ne predilige due, e cioè quelle che definisce "ipotesi Rotella" e "ipotesi Fiori con aiutino", considerando le quali l'invio del ritaglio di giornale o addirittura qualunque segnalazione anonima, sarebbero dicerie, leggende, false informazioni.


Complottisti e creduloni


Uno di passaggi, nei post di Omar Quatar, che mi sono rimasti particolarmente impressi é il seguente:

Il G.I. Tricomi, preventivamente allertato dai CC, ha chiesto il fascicolo del processo Mele a Perugia il 17 luglio, ma non l’ha ricevuto, perché le carte se ne sono tornate a Firenze. Se è vero, come deve essere vero, quanto scritto nella requisitoria del PM Mignini, Tricomi richiede il fascicolo a Firenze il 20 luglio e c’è da credere che lo riceva nella stessa giornata, unitamente ai reperti impropriamente spillati al fascicolo

(Nota.
Cadono in un colpo due cavalli di battaglia dei complottisti: che il depistaggio è avvenuto a Perugia, città massonica per eccellenza e residenza di un personaggio successivamente coinvolto nell’inchiesta; e che per forza i reperti dovevano essere distrutti, quindi non più esistenti. Tricomi chiede espressamente il corpo di reato, segno indubbio che si aspetta che fosse tuttora disponibile; semmai la sede in cui è stato conservato – spillato al fascicolo anziché nell’apposito ufficio del tribunale – non è quella corretta).

Focalizzerei innanzitutto l'attenzione sul termine "complottisti", riportandone la definizione teorica del dizionario Treccani:

complottista s. m. e f. e agg. Chi o che ritiene che dietro molti accadimenti si nascondano cospirazioni, trame e complotti occulti.

Ad esempio, un tale viene trovato impiccato sotto ad un ponte. Le indagini portano alla conclusione che il tale si sia suicidato. Qualcuno non vuole credere alla conclusione degli inquirenti, e ritiene che sia un omicidio mascherato da suicidio. Quel qualcuno é un "complottista".

Oppure, un aereo di linea precipita, e tutti gli occupanti muoiono. Le indagini etichettano il disastro come “incidente aereo”. Qualcuno non vuole credere alla teoria dell’incidente, e ritiene che l'aereo sia stato, in qualche modo, fatto precipitare. Quel qualcuno é un "complottista".

Nel caso, però, in cui il nome del tale fosse Roberto Calvi, o l'aereo precipitato fosse un DC9 dell'ITAVIA, si troverebbe poi come i "complottisti" in realtà abbiano semplicemente visto la faccenda per quella che era. Il problema non stava nella loro visione, ma in quella di tutti gli altri; quelli che avevano acriticamente e passivamente accettato le (false) spiegazioni che erano state propinate loro.

Anche per essi il dizionario Treccani contiene la definizione appropriata

credulóne s. m. (f. -a) [accr. di credulo]. – Persona che, per troppa ingenuità, è pronta a credere a tutto quanto altri dice o vanta o promette.

Va da sé che, se nel caso di Calvi, della strage di Ustica (o, se é per questo, di tante altre vicende che hanno mostrato risvolti assimilabili) si é appreso di come stessero realmente le cose, ciò non é certo avvenuto per volere degli autori dei crimini. Anzi. Proprio gli autori dei crimini avrebbero cercato di operare in modo che l'opinione diffusa fosse quella dei creduloni e non quella dei complottisti. Se così non é andata, é semplicemente perché, proprio in quei casi, non vi sono riusciti. Ma in tanti altri sì, e non abbiamo modo di saperlo. O, almeno, di provarlo.

Per cui, nei casi in cui le vicende non siano chiare, limpide ed inequivocabili, probabilmente un atteggiamento cauto rimane quello più corretto. Se non per altro, perché il fatto che qualcuno sia "complottista" può essere poco o tanto verosimile, ma non può essere provato. Il fatto di essere "credulone", invece sì. Il "complottista" può continuare a sostenere le sue tesi fino alla morte, qualunque cosa accada, mentre il "credulone", una volta acclarato che le cose non stavano come gli erano state propinate, cosicché alla fine era il "complottista" ad avere ragione, non può che rassegnarsi.

Ovviamente, in assenza di prove in un senso o nell'altro, non é dato di conoscere la "verità", se non quella romana.

E' questo il motivo per il quale, nel tentativo di avvicinarsi alla verità scientifica, dovrebbe solo essere adottato un atteggiamento cautamente possibilista, equidistante dagli estremi; e solo da quella posizione sarebbe conveniente valutare i fatti, lasciandone fuori il minor numero possibile.


Sanare la "dicotomia insanabile" di De Gothia


Sembra, così considerando la faccenda, che tutti gli eventi a cui si attribuisce l'imbocco della "pista sarda", non possano essere tutti, contemporaneamente, autentici. Questo si risolve in pratica nella "dicotomia insanabile" che De Gothia menziona nel suo scritto. Dentro di me, però, alla riflessione ha fatto seguito una domanda: davvero la dicotomia é insanabile?

In altri termini: sarebbe possibile assumere un atteggiamento "di mezzo", né complottista né credulone, che sia compatibile con tutte le versioni fornite, facendo salve le posizioni di tutti, al netto di eventuali errori od omissioni commessi in buona fede? Dopo tutto, poiché in medio stat virtus, potremmo estendere il concetto di "virtus" fino a comprendere quello di "veritas", rinunciando alla pretesa di una verità matematica. Tale rinuncia non sarebbe un compromesso, bensì la posizione del cosiddetto "giusto mezzo".

Così, Lettore, ho deciso di provarci, e sottoporTi il risultato dei miei ragionamenti, la cui possibile validità verrà, come sempre, giudicata da Te. Entrando maggiormente nello specifico, gli aspetti di tale vicenda che non potrebbero essere tutti parallelamente veri sarebbero:

1) l'indagine é stata indirizzata verso la "pista sarda" da una segnalazione anonima

2) l'indagine é stata indirizzata verso la "pista sarda" da un ricordo del maresciallo Fiori

3) la segnalazione anonima é consistita in una lettera inviata alla Della Monica

4) la segnalazione anonima é consistita in diverse lettere

5) la segnalazione anonima é consistita in un ritaglio di giornale, andato inspiegabilmente perso

6) la segnalazione anonima é venuta da un "Cittadino amico" al quale si sono appellati i Carabinieri a mezzo stampa.

Esse in effetti sembrerebbero incompatibili, ma é effettivamente così?

Esiste una spiegazione che costituisca un “giusto mezzo” e che consenta a che tutte queste condizioni risultino verificate, cosicché nessuno al riguardo abbia mentito?

Cerchiamo innanzitutto di definire gli estremi tra i quali dovremmo cercare tale "giusto mezzo", quello "complottista" e quello "credulone" Sempre rifacendoci a quanto scritto da Omar Quatar, potemmo identificare l’estremo complottista con la posizione di colui per il quale "per forza i reperti dovevano essere distrutti, quindi non più esistenti", mentre "Tricomi chiede espressamente il corpo di reato, segno indubbio che si aspetta che fosse tuttora disponibile".

L'altro estremo sarebbe invece costituito dalla sequenza "ufficiale" degli eventi, quella fornita dall'autorità precostituita, che nel caso specifico può essere impersonata dal giudice Rotella, per il quale la connessione tra il Mostro di Firenze ed il delitto di Signa con apertura della “pista sarda”sarebbe stata generata dal ”…ricordo del m.llo Fiori, in servizio presso il Comando Gruppo Carabinieri di Firenze, e nel 1968 alle dipendenze della Compagnia di Signa. Egli rammentava al comandante del Reparto Operativo, T. Col. Dell'Amico, che in quell'anno dirigeva il Nucleo Investigativo dello stesso Gruppo, che nel 1968, appunto, era stata uccisa una coppia in Castelletti di Signa a colpi di pistola. L'arma non era mai stata rinvenuta. Un colpevole era stato trovato inpersona del marito della donna uccisa, per quanto se ne sapeva condannato dalla Corte d'Assise di Firenze nel 1970

In altri termini, sempre rifacendoci a Omar Quatar , i due estremi sarebbero costituiti, com’è logico che sia, l'uno dall’ipotesi massimalista, per la quale tutto è stato ordito per generare la “pista sarda”, e e l'altro dall'ipotesi minimalista, per cui l’unico evento reale è il ricordo del maresciallo Fiori, ed il resto sono leggende.

Per allontanarci dagli estremi ed avvicinarci al punto di mezzo, allora:

Da un lato, volendo iniziare a prendere le distanze dalla posizione dei "complottisti", notiamo come non sia rigorosamente vero che i reperti vadano sempre distrutti; la distruzione (o l'alienazione, se é per questo) vengono disposti dall'Autorità Giudiziaria allorquando la stessa riconosca che la loro utilità probatoria sia venuta a cessare. Fino a quel momento, essi devono rimanere custoditi presso l'Ufficio Corpi del Reato, ma la custodia deve essere messa in pratica secondo regole ben precise che, per gli oggetti al di sotto di una certa dimensione, consiste nella conservazione in scatole di cartone sigillate ed il cui coperchio sia assicurato da spago sul quale sia apposto un ulteriore sigillo; é, insomma, la modalità che viene ben descritta in "Coniglio il Martedì" e dalla quale non si potrebbe derogare, men che meno affidandone la discrezionalità a qualche impiegato dell'Ufficio, come qualche Mostrologo depositario della Verità avrebbe ipotizzato. Pertanto, se Tricomi avesse avuto una qualche evidenza (anche di natura procedurale) per cui l'ordine di distruzione avrebbe potuto non essere stato dato, il fatto che chieda i reperti é ciò che ci aspetta; ciò che non ci aspetta é che essi si trovino spillati nel fascicolo, e di ciò il giudice Tricomi non mostra di avere, nella sua richiesta, la benché minima contezza. Di fatto, però, l'anomala modalità di conservazione ha interrotto la "catena di custodia" e ciò fa venire meno il valore probatorio dei reperti.

Ora, Lettore, se qualcuno non avesse seguito le procedure di checklist su un aeroplano prima del decollo, l'aeroplano precipitasse ed il perito rilevasse che le procedure non sono state seguite, il perito sarebbe "complottista"?

Se qualcuno avesse un incidente in autostrada, il perito rilevasse che egli non aveva allacciata la cintura di sicurezza ed attribuisse a ciò un possibile maggiore danno degli occupanti il veicolo, il perito sarebbe "complottista"?

I magistrati che, già prima ed a prescindere dalle risultanze peritali, hanno rilevato che sulla funivia Stresa-Mottarone non erano state seguite le prescritte procedure di sicurezza e manutenzione sono "complottisti"?

In altri termini, l'importanza del fatto che i proiettili siano stati ritrovati nel fascicolo non consiste nella loro mancata distruzione, ma nella mancata conservazione.

Questo rende possibile una facile manipolazione. E’ per questo che esiste una normativa precisa che regola le modalità di applicazione della catena di custodia; se non si fosse ritenuto come ciò sia necessario, nessuna normativa sarebbe mai stata formulata, ed ognuno lascerebbe i reperti dove più gli aggrada, senza timore che qualcuno possa manipolarli e nella certezza che a distanza di tempo essi possano costituire sempre e comunque una prova inoppugnabile. Se invece così non é, la cosa avrà il suo motivo; e questo motivo é la falla che si é venuta a creare nel momento in cui così non é stato per il fascicolo del Mele. Pertanto, vorrei che si comprendesse l'assurdità nel giudicare "complottista" il vedere una possibilità di manipolazione nella mancata applicazione di precise norme legali che regolano le modalità di conservazione dei reperti.

Con buona pace dei "non-complottisti" o dei "creduloni" che siano.

Dall'altro, secondo Rotella il Cittadino Amico, nel caso specifico, non esisterebbe:

…possibilità, smentita in maniera assoluta dagli accertamenti, che la notizia del precedente del 1968 fosse stata ottenuta diversamente, per esempio attraverso una confidenza. Analogamente non ha nessun fondamento che sia pervenuto al G.I. dell'epoca (1982) un anonimo, nel quale fosse menzionato in relazione agli omicidi delle coppie, il precedente di Signa.

pur tuttavia, esiste sicuramente il trafiletto di giornale con il quale i carabinieri gli richiesero ulteriore collaborazione; sarebbe allora un tentativo di depistaggio condotto dagli stessi Carabinieri?

Anche nell'intervista che Davide Rossi richiese ad un carabiniere in quiescenza, ai tempi in servizio alla caserma Corsi, il quale asserisce di aver visto il ritaglio di giornale con i propri occhi, lo stesso afferma di non avere idea riguardo a cosa possa riferirsi l'espressione "Cittadino Amico", del quale non avrebbe mai sentito parlare; ma non conoscere l'esistenza di qualcosa non equivale in alcun modo a conoscere la non esistenza di quel qualcosa.

Il fatto che il carabiniere intervistato non abbia idea di cosa sia un "Cittadino Amico" non può voler dire in alcun modo che esso non esista, tanto più che é stato pubblicato il trafiletto sul giornale.

Ma a proposito del ritaglio, in tale intervista Davide Rossi chiede esplicitamente, del ritaglio di giornale:

“Lei lo ha visto?”

“Con i miei occhi”


Prendiamo allora in considerazione proprio tale intervista, nella quale il carabiniere in quiescenza che viene intervistato riferisce di aver visto "con i propri occhi" il ritaglio di giornale; riguardo ad essa, si hanno solo tre possibilità, e nessun'altra:

1) Davide Rossi mente (nessun carabiniere che abbia visto il ritaglio di giornale é mai stato intervistato)

2) il carabiniere mente (il carabiniere ha effettivamente dichiarato a Davide Rossi di aver visto il ritaglio di giornale con i propri occhi, ma in realtà non vide un bel nulla)

3) la busta con il ritaglio di giornale arrivò realmente a Borgo Ognissanti

Quartum non datur

Riguardo alla prima possibilità: perché Davide Rossi avrebbe dovuto mentire? La sua ricerca é stata eseguita per passione, per curiosità professionale; né inventarsi l'arrivo della busta anonima sarebbe stata funzionale alla dimostrazione della sua tesi, né tantomeno egli ha cercato di sfruttare la sua ricostruzione a fini di lucro, cosicché gli servisse una sorta di scoop. Fare qualcosa per il piacere di farlo, ma barare persino con sé stessi mentre la si fa, sarebbe un atteggiamento tanto assurdo che mi sentirei davvero "complottista" se pensassi che egli abbia potuto deliberatamente inventarsi tutto.

Un discorso assolutamente analogo varrebbe per la seconda possibilità. Davide Rossi giunge al carabiniere in congedo attraverso dei canali che non vuole rendere espliciti. Il carabiniere non vuole che si faccia il suo nome, né alcun riferimento che possa valere ad identificarlo; perché dovrebbe inventarsi un episodio simile? Anche e soprattutto qui io vedrei un "complotto" se supponessi che mente, senza alcuna motivazione logica.

Non resta che la terza possibilità.

Mettendola in questi, semplici, termini, ma supponendo che lo sviluppo della vicenda sia quella che ci é sempre stata proposta, ciò che viene prospettato presterebbe comunque il fianco a delle critiche, le stesse, identiche, critiche che valgono se si voglia dubitare della veridicità dei contenuti dell'intervista rilasciata a Davide Rossi: allora sarebbero gli altri a mentire? Il maresciallo Fiori, l'appuntato Piattelli, il giudice Rotella, il giornalista Sgherri...e perché dovrebbero farlo?



Cronologia vs. successione temporale


Se, in premessa mi sono proposto di assumere un atteggiamento di cauto equilibrio tra le varie posizioni, che dia il beneficio della buona fede a tutti, devo trovare una possibile spiegazione al fatto che, fatte salve le necessità investigative (ad es. non svelare le fonti), nessuno abbia mentito, se non marginalmente ed in buona fede, a causa di un ricordo magari non più così vivido. D'altra parte, la spiegazione deve essere coerente con i fatti, dove con "fatti" non possiamo riferirci a prove documentali dirette, ma dovremmo evitare di presumere arbitrariamente ciò che non viene dichiarato.

Ad esempio, ritornando sempre ad Omar Quatar, egli afferma:

Detto questo, possiamo anche fare un’ipotesi sul contenuto dell’anonimo; che non indicava nomi di possibili colpevoli (è pur vero che le indagini del 1982 si concentrarono subito su Francesco Vinci, ma riguardando gli atti il nome balzava comunque agli occhi senza bisogno di suggerimenti espliciti), ma affermava, forse dicendo anche altro che non sappiamo, l’esistenza di un episodio analogo e precedente avvenuto in altra località della provincia. Il fatto che si parlasse di un quinto duplice omicidio aiuta a collocare temporalmente la segnalazione dopo il quarto duplice omicidio fino ad allora noto; mentre non sappiamo se l’anonimo arrivò prima o dopo l’avvio della ricerca di precedenti richiesta dalla procura il 3 luglio 1982

In realtà “che si parlasse di un quinto duplice omicidio” non è un fatto: da dove verrebbe fuori tale “fatto”? "Il fatto che si parlasse di un quinto duplice omicidio" é una presunzione arbitraria; sono Tricomi e la Della Monica a parlarne, non é un'informazione che si estrae direttamente dalla segnalazione anonima. Ma noi,senza avere idea dei reali contenuti della segnalazione anonima, non abbiamo modo di saperlo. Se la segnalazione avesse menzionato un "altro" (ulteriore, precdente, quellochevuoiTu) duplice omicidio, questo sarebbe stato "un quarto" dopo Calenzano, per divenire "quinto" solo dopo Baccaiano, "sesto", dopo Giogoli, e così via. Se le comunicazioni di Tricomi e della Della Monica vengono scritte tra le date di Baccaiano e Giogoli, ciò porterebbe il numero totale degli omicidi, fino a quel momento, a "cinque"; ma non vi é alcuna evidenza che ciò si trovasse scritto nella comunicazione anonima, qualunque essa fosse. Pertanto l’affermazione esatta riguardo ai fatti sarebbe, semmai: “Il fatto che si parlasse di un quinto duplice omicidio aiuta a collocare temporalmente la richiesta di Silvia Della Monica (e non la comunicazione in sé) dopo il quarto duplice omicidio fino ad allora noto

Per poter supporre, sempre senza esserne certi, qualcosa riguardo ai contenuti, sarebbe necessario conoscere almeno le date in cui le comunicazioni giunsero.

Allo stesso modo, ritornando all'intervista di Davide Rossi al carabiniere, la prima domanda da porsi é: se é vero che il carabiniere vide busta e ritaglio di giornale con i propri occhi, quando ciò sarebbe accaduto? Dice il carabiniere:

Era arrivata una busta. Ne arrivavano a centinaia tutti i giorni. Certe cose incredibili… chi denunciava il vicino, chi il collega di lavoro, chi addirittura il fratello… tutti mostri, insomma!

Si, ma a quando risalgono questi “giorni”? A che periodo ci si riferisce? Lo stesso Omar Quatar afferma:

"Di segnalazioni anonime dopo Calenzano, che segnò lo stabilirsi definitivo del concetto “Mostro di Firenze”, ce ne furono migliaia"; ed anche nella dichiarazione che Tricomi rilasciò a Spezi, si legge, come lo stesso Omar Quatar riporta, che il ritaglio di giornale gli sarebbe stato mostrato: “presumibilmente nell’inverno 1982”...
Pertanto, dall'intervista di Davide Rossi si ricaverebbe con certezza (a meno di spudorate ed inutili menzogne da parte di qualcuno) come il ritaglio di giornale sia certamente giunto, sia stato conservato in un cassetto dall'ufficiale superiore comandante di chi lo aveva ricevuto, e di come quest'ultimo non lo avesse più visto.

Inoltre, sempre Tricomi dichiara come il “maresciallo Fiore” gli avesse chiesto se fosse possibile richiedere gli atti del processo, e lui avesse risposto come sì, certamente lo fosse; ma senza mai affermare che lo avrebbe fatto: “ Mi chiese se era possibile acquisire il processo e io lo ritenni del tutto possibile”.

Detto ciò, elenchiamo i riscontri documentali di cui abbiamo contezza, tutti databili senza incertezze con l’eccezione dell’intervista (la quale rimane però con certezza l’ultima in ordine di tempo):


- delitto di Baccaiano (19 giugno 1982)

- il trafiletto del Cittadino Amico (20 luglio 1982)

- la richiesta del fascicolo di Tricomi (17 luglio 1982)

- la richiesta della Della Monica (20 agosto 1982)

- la richiesta di Tricomi al Tribunale di Palermo (29 ottobre 1982)

- l'articolo di Sgherri (7 novembre 1982)

- l'articolo di Franca Selvatici (9 novembre 1982)

- la testimonianza del Maresciallo Fiori (28 novembre 1986)

- la sentenza Rotella (13 dicembre 1989)

- il biglietto di Tricomi (15 gennaio 2002, con riferimento imprecisato all'inverno 1982)

- l'intervista di Davide Rossi, contenente il fatto che il carabiniere vide il ritaglio, ma nulla sa riguardo al Cittadino Amico (tra il 2019 ed il 2020, ma senza precisi riferimenti ad un periodo)

Le date si riferiscono ai documenti in sé, e non agli eventi che vi sono menzionati. Le date di questi ultimi non hanno tutti una data, ma ad essi può essere attribuita una collocazione ben precisa nell’ambito di una sequenza temporale, con l'eccezione di tre: il "ricordo" del maresciallo Fiori, l'evento menzionato nel biglietto che Tricomi rilasciò a Spezi, e l'arrivo del ritaglio di giornale alla caserma Corsi.

Ma vi sono due circostanze che vengono riferite e che, anche se non consentono sicuramente la precisa datazione, consentono altrettanto sicuramente di determinarne una precisa sequenza cronologica.

Infatti, nell'intervista rilasciata a Davide Rossi dal carabiniere in quiescenza, quest'ultimo dichiara:


“E poi c’era sottolineato a penna, nel testo,dell’articolo, “calibro 22”… e infine un altro dato importante, che ci colpì… ci colpì la competenza, del linguaggio,… cioè, mica tutti sanno cos’è una Corte d’Assise d’appello, no? ”

“E quindi capiste che faceva riferimento al Mostro?”

“Sì! Ma lì per lì non si prese così sul serio. Ma il comandante... no, forse no... un tenente, ci disse di farlo subito presente al Giudice Istruttore. Tutto andava preso in considerazione ed andammo da Tricomi”

“Quindi, lei ed il maresciallo andate da Tricomi col ritaglio di giornale...”

“No, no! Il ritaglio é rimasto al comando. Prima di partire il tenente ci ha mandato dal comandante... o dal vice, non ricordo... lesse il ritaglio e lo mise nel cassetto dicendo che quello restava lì. Avremmo riferito la cosa al giudice, punto e basta”


Vi sono contenute tre informazioni interessanti. La prima è come non fosse inequivocabilmente chiaro che il ritaglio di giornale si riferisse al “Mostro di Firenze”, ma sia stato in un certo modo, dedotto. La seconda é che al suo arrivo, l'invio del ritaglio di giornale non fu preso tanto sul serio.

La terza é che chi avvisò Tricomi nell'immediatezza, lo fece senza mostrargli il ritaglio di giornale; di conseguenza, l'evento narrato dal carabiniere nell’intervista deve essere necessariamente antecedente all’episodio del quale Tricomi raccontò a Spezi, sottoscrivendolo, ed in cui egli dichiarò di aver visto il ritaglio.

Sempre relativamente a tale evento, Tricomi dichiara come l’episodio accadde “presumibilmente nell'inverno del 1982”, quindi prima dell'omicidio di Baccaiano; se l'evento del ritaglio di giornale fosse stato direttamente connesso, temporalmente, all'omicidio di Baccaiano, é estremamente improbabile che Tricomi avesse questa incertezza sul periodo. Pertanto, a meno che Tricomi non menta, possiamo assumere che il maresciallo Fiori (o, meglio, Fiore) abbia mostrato il ritaglio di giornale dopo che Tricomi era già stato informato una prima volta, ma sempre prima dell'omicidio di Baccaiano. Bada bene, Lettore, come il riferimento di Tricomi all'inverno dell'82 non possa comunque essere liquidato come una semplice svista o un errato, sbiadito, ricordo. Nel suo libro "Memorie di un ottantenne", edito nel 2012 Tricomi ribadisce, senza possibilità di dubbio alcuno", come

La sera del 22 ottobre arrivò una telefonata dei carabinieri per avvertirmi che nella campagna vicino a Prato era stato commesso un altro duplice omicidio con modalità analoghe ai precedenti. Anche in questo caso la ragazza era stata mutilata con l'asportazione del pube. A questo punto era evidente l'estraneità dello Spalletti [..] Chiesi poi alle questure e ai comandi dei carabinieri in territorio italiano e all'Interpol per l'estero se si fossero mai verificati episodi simili. Non risultò che nel mondo, almeno in tempi recenti, ci fossero duplici omicidi con la particolare mutilazione della donna, ma ugualmente questa richiesta ebbe la conseguenza di imprimere una svolta al processo. Una mattina arrivò infatti un sottufficiale dell'arma dei carabinieri, credo che appartenesse al nucleo investigativo, portandomi un pezzettino di un giornale, nel quale c'era un articolo che parlava della scarcerazione di tale Stefano Mele, dopo avere scontato la pena inflittagli dalla corte d'assise di Firenze di sette anni di reclusione [...] Inoltre l'arma non era stata trovata dagli inquirenti ed era indubbiamente la stessa che aveva ucciso nel 1974 nel giugno e nell'ottobre del 1981. Avevamo finalmente una pista da seguire."

Pertanto, Tricomi conferma, a distanza di dieci anni, come il ritaglio di giornale gli sia stato mostrato dopo l'omicidio di Calenzano, non dopo quello di Baccaiano. E non dice esplicitamente che fu la visione del ritaglio di giornale a determinare la richiesta del fascicolo processuale relativo a Stefano Mele.

L'incertezza rimane riguardo alla data in cui il maresciallo Fiori e l'appuntato Piattelli discutono del delitto di Signa. Sia dalle dichiarazioni di Fiori e di Piattelli, sia da quelle del colonnello Olinto Dell'Amico sembrerebbe potersi desumere indubbiamente che la discussione tra Fiori e Piattelli avvenne dopo il delitto di Baccaiano.

In un'intervista, il luogotenente Fattorini dichiarò di aver avuto conferma direttamente da Piattelli del fatto che vi fu una discussione al riguardo, che vi era disaccordo sull'anno del delitto di Signa, e che nessuno dei due, né Fiori né Piattelli, aveva alcun ricordo dell'arma utilizzata; pertanto, personalmente considererei inattendibili le affermazioni di Olinto Dell'Amico, il quale in un'altra intervista affermò come sicuramente non sia mai arrivata alcuna segnalazione anonima (cosa che sappiamo essere falsa), e che Tricomi contattò innanzitutto il perito di Signa (Innocenzo Zuntini) in seguito all'illuminazione di cui fu oggetto il duo Piattelli-Fiori (cosa a questo punto probabilmente falsa). In altri termini, se qualcuno in questa vicenda mente, é il colonnello Dell'Amico; e questa sembra un'evidenza. Sul perché menta, vale sempre il principio già enunciato in un precedente post: opiniones non fingo.

Sulle affermazioni, poi, che vedrebbero nella storpiatura del cognome del maresciallo (“Fiore” anziché “Fiori”) la prova di ricordi nebulosi ed imprecisi sulla vicenda, non posso che ripetere quanto ho già affermato in un altro post: sebbene la storpiatura sia certamente possibile, e sia resa anche plausibile dal fatto che il cognome “Fiore” sia molto comune, molto più comune di “Fiori”, tale condizione rende altresì probabile che un carabiniere “Fiore” possa essere stato in servizio a Borgo Ognissanti, e che quindi “Fiore” e “Fiori” siano due persone diverse. Fin quando verificando l’organico degli effettivi in servizio alla caserma Corsi in quegli anni non venga esclusa l’esistnza di un sottufficiale “Fiore” non può, in ugual modo, escludersi che quando si parla di “Fiore” si stia facendo riferimento ad una persona diversa dal maresciallo Francesco Fiori.

Assumiamo comunque che la "rimembranza" sia un evento posteriore all'omicidio di Baccaiano, e sulla base di ciò vediamo di ricostruire una sequenza di eventi che sia plausibile e che veda tutti quanti dire se non "LA" verità, almeno "UNA" verità, per quanto parziale e personale (con l'ovvia eccezione di Olinto Dell'Amico), comprendendo contemporaneamente tutte e sei le ipotesi di Omar Quatar


Ricostruzione della sequenza temporale

Nell'inverno del 1982 giunge, a Borgo Ognissanti, una busta contenente un ritaglio di giornale relativo al processo subito da Stefano Mele, con il suggerimento di andare a rivedere il fascicolo del processo Mele in Corte d'Assise d'Appello a Perugia, ed un riferimento all'uso della calibro 22. (Questa equivale a "L'ipotesi depistaggio"di Omar Quatar).

Chi riceve il biglietto non vi dà molto peso, classificandolo mentalmente tra le centinaia di segnalazioni del periodo, ma lo consegna comunque al (vice)comandante della caserma, il quale, trattenendo il ritaglio di giornale, gli impartisce l'ordine di riferirne al giudice istruttore.

Il carabiniere, insieme ad un maresciallo, riferisce al giudice Tricomi, ma la cosa non ha alcun seguito.

La voce gira, ed un indefinito “maresciallo Fiore” si fa carico di sollecitare nuovamente il giudice istruttore, mostrandogli, questa volta il ritaglio, e chiedendogli se sia possibile acquisire la documentazione processuale; Tricomi risponde che sì, é certamente possibile richiedere la documentazione. Ma il fatto che sia “possibile” non vuole significare che verrà realmente fatto; anche stavolta la faccenda muore lì, e così con ogni probabilità il ritaglio, come avveniva per la maggior parte della miriade di comunicazioni anonime che giungevano, va perso.

Passa qualche tempo, ed accade l'omicidio di Baccaiano; e subito dopo esso giunge la segnalazione del "Cittadino Amico" (per inciso, Lettore, ciò spiegherebbe anche perché il carabiniere intervistato da Davide Rossi non sapeva nulla della faccenda "Cittadino Amico"). Nell'immediatezza, si cerca di sfruttare la fonte, probabilmente nella speranza di recuperare qualcosa di analogo al ritaglio di giornale, e si pubblica il trafiletto. (Questa equivale all'ipotesi "Cittadino Amico").

In seguito a ciò, il maresciallo Franceesco Fiori parla con l'appuntato Ugo Piattelli, ed ambedue tentano di ricordare a cosa esattamente potesse fare riferimento la faccenda; si ricordano del ritaglio di giornale che era giunto prima, si rendono conto di come esso fosse in realtà una cosa seria, e non da assimilare alle migliaia di segnalazioni anonime senza fondamento, ed avvertono il colonnello Olinto Dell'Amico. (Qui compare "L'ipotesi Fiori con aiutino").

Poiché il ritaglio di giornale é andato perso, Olinto Dell'Amico avverte Tricomi, ma senza fare alcun riferimento al famoso ritaglio che gli era stato mostrato tempo prima; viene così iniziata un'attività di richiesta e recupero dei fascicoli, dalla quale ogni riferimento al ritaglio perso viene prudenzialmente lasciato fuori, e facendo riferimento solo alla memoria prodigiosa del maresciallo Fiori. (Qui siamo a "L'ipotesi Fiori")

Mentre ci si si attiva comunque per recuperare il fascicolo Mele, chi sta inviando queste comunicazioni anonime, ritenendo che esse non stiano avendo effetto (magari nei tempi che l’anonimo desidera), invia un'ulteriore comunicazione indirizzata alla Della Monica, della quale alla stessa viene data notizia verbale, ma che probabilmente va accidentalmente (volendo presumere la buona fede di chi l'ha ricevuta) persa come il ritaglio di giornale. Oppure, per evitare imbarazzanti riferimenti al ritaglio di giornale, viene fatta sparire.

Nel frattempo il fascicolo viene recuperato, ci si accorge dell'identità dell'arma (per reale o fittizia che essa sia) e con essa dell'importanza che le comunicazioni avessero. Le informazioni trapelano, Sgherri scrive il suo articolo, e Tricomi indice la conferenza stampa. (Questa é "L'ipotesi rivendicazione").

Ma le informazioni relative alla modalità di nascita della “pista sarda” e alle segnalazioni anonime che vi starebbero dietro girano nell’ambito giornalistico, così anche Franca Selvatici scrive.

Quando poi il giudice Rotella si adopererà per ricostruire l'andamento dei fatti che avrebbero condotto alla pista sarda, si sottacerà su parte delle comunicazioni ricevute e soprattutto sulla fine che esse abbiano fatto, e si parlerà soprattutto del ricordo del maresciallo Fiori. Da qui quanto scritto nella sentenza Rotella (e finalmente giungiamo anche a “L'ipotesi minimalista” di Omar Quatar)

EccoTi, Lettore, una sequenza di eventi che mette d'accordo tutti; ma che con ogni probabilità, non piace a nessuno.

E non piace perché, sebbene risolva il problema dell'insanabile dicotomia di cui parlava De Gothia, ne genera al contempo un altro di dimensioni ben maggiori, invertendo la sequenza temporale tra la prima segnalazione, e l'omicidio di Baccaiano.

Se infatti secondo le ipotesi classiche, minimalistiche o complottistiche che siano, il "depistaggio" o "l'impistaggio" verso la "Pista sarda" avverrebbe come diretta conseguenza dell’esito insoddisfacente del delitto di Baccaiano e del potenziale rischio ad esso associato, l'inversione temporale potrebbe lasciar supporre che il delitto di Baccaiano sia invece la conseguenza dell'inerzia degli inquirenti dopo l'invio del ritaglio di giornale.

E da un certo punto di vista, un supporto “preterintenzionale” a tale possibilità sarebbe involontariamente offerto anche dallo stesso Omar Quatar quando scrive:

In tutte le ipotesi in cui si ammette l’esistenza dell’anonimo, inoltre, occorre segnalare un’altra incredibile combinazione, questa volta a carattere temporale: il 3 luglio viene emanato l’ordine di ricercare precedenti (ma non oltre il 1970), prima del 17 luglio arriva un anonimo che riporta al 1968; il lasso temporale è di meno di due settimane. La domanda è se il mittente potesse sapere che la ricerca era in corso, ma con parametri sbagliati. E’ pur vero che di segnalazioni anonime ce ne saranno state centinaia, ma guarda caso quella giusta (o che almeno venne ritenuta giusta all'epoca) arrivò proprio quando doveva arrivare.

Così, il “Mostro di Firenze”, dopo aver inviato un ritaglio di giornale, e non aver avuto riscontri, né suscitato reazioni, si sarebbe affrettato a commettere il delitto di Baccaiano, rapidamente, senza adeguata preparazione, in cattive condizioni, senza accoltellare nessuno a rischio di lasciare qualcuno in vita (come in effetti fu), e con risultati apparentemente deludenti. Ma conseguendo alla fine l’effetto, non ottenuto con il solo invio del ritaglio, di focalizzare, finalmente, l’attenzione su Signa.

Certo, é un'ipotesi complottistica, inverosimilmenente complottistica. Però Lettore, considerato che ho ormai assunto ufficialmente la posizione del complottista, lasciamela mantenere fino in fondo. Negli scorsi post ho già avanzato, anche se solo per dare sfogo alla mia fantasia, una tanto ardita quanto eretica ipotesi complottistica; ipotesi che comprendeva anche delle indirette "prove circostanziali", consistenti in una mera coincidenza delle date di certi eventi con certi delitti del MdF. Le date non sono state scritte esplicitamente, ma le avrei in qualche modo "nascoste" in uno dei post, ma soltanto per non toglierTi il piacere di una piccola "caccia al tesoro" (ma solo qualora Tu ne avessi voglia, beninteso; non dovessi averne voglia puoi sempre leggere il solo raccontino, ma senza avere contezza dei passaggi logici che conducono ad esso). Solo il delitto di Baccaiano sembrerebbe non avere riferimenti cronologici riguardo alle possibili motivazioni, e ciò nonostante le sue caratteristiche: azione approssimativa, vittima lasciata in vita, niente ricorso all'arma bianca, preferendo usare i proiettili per spegnere i fari piuttosto che per finire la vittima, telefonate successive... insomma un pasticcio che lascerebbe intravedere una necessità di agire rapidamente, un'impellenza, sacrificando pianificazione e precisione a tale necessità.

Per certi versi, un atteggiamento inspiegabile; però l'ipotesi complottistica rimetterebbe a posto anche questo. Per non parlare poi dello "Zio Pieto"...